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ALLUVIONE 20 Ottobre Ott 2015 0915 20 ottobre 2015

Benevento, cronaca di un disastro annunciato

La pioggia non dà tregua. Benevento è in ginocchio: 10 mila le aziende ferme. Mentre in città monta la polemica: «Allarme sottovalutato, si poteva fare di più».

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Il nubifragio delle ultime ore ha messo in ginocchio il pastificio Rummo.

Benevento lotta, resiste e conta i danni, dopo la seconda, violenta tempesta di pioggia del 20 ottobre.
E fa i conti col fango, che non è meno cattivo della pioggia che inonda.
Oggi, come la terribile notte del giorno 15. E come nel 1949, quando il 2 ottobre il fiume Calore ruppe gli argini e invase le strade distruggendo il ponte Vanvitelli e il rione Ferrovia.
Venti morti, 2 mila senzatetto, danni per miliardi.
«LA LEZIONE NON È SERVITA». Benevento si lecca le ferite, mentre dal cielo scende giù il diluvio e le previsioni meteo sono da incubo. Manca cibo, mancano attrezzi per scavare e ripulire. Soccorsi in ritardo, dicono. E insufficienti. La procura ha aperto un’inchiesta contro ignoti per “inondazione colposa”. Le scuole restano chiuse, la gente si rifugia ai piani più alti.
Maledetto fiume. «E maledetti noi, che non lo abbiamo mai curato e facciamo finta di non sapere che la nostra è una zona altamente alluvionale».
Benevento città di streghe. E di magìe e castighi. «Ma la dura lezione del ’49», sussurrano in piazza, «non è servita a niente e a nessuno».
APPARATO INDUSTRIALE IN GINOCCHIO. Stavolta i morti sono tre (più un gregge da 250 pecore e agnellini travolti dal fango del Calore impazzito), ma decine risultano le abitazioni evacuate, le famiglie sui tetti, le strade e i viottoli da giorni impraticabili, i ponti crollati (perfino quello a Pietrelcina dove nel 1910 padre Pio ricevette le stimmate).
Distrutto risulta gran parte dell’apparato industriale sannita, che era ritenuto un modello di efficienza per la Campania e per il Sud d’Italia: l’area Asi è rasa al suolo, in ginocchio come i suoi 1.500 operai che a mani nude tentano di salvare il salvabile, fradici di pioggia e lacrime amare.
CAMPAGNA DI SOSTEGNO ONLINE. Scenario da horror: c’è chi sposta scatoloni in un luogo più asciutto, chi resta incantato davanti ai quadri elettrici immersi nel fango, chi prega senza parole.
Nella zona di ponte Valentino, quelli del pastificio Rummo - che produce una pasta famosa nel mondo - se ne stanno immersi in un galleggiare di container ribaltati, fanghiglia, animali morti e detriti. La campagna di sostegno lanciata online per aiutare la celebre fabbrica di pasta distrutta dalla pioggia sta raccogliendo migliaia di firme: «Ciascuno acquisti per casa sua un pacco di spaghetti, farfalline o mezzani», è la parola d’ordine.

Da Metalplex a Minicozzi: la produzione è ferma

Fango e detriti per le strade di Benevento.

Anche i locali della movida sannita e le società sportive partecipano all’iniziativa.
Wierer tegole e accessori edilizi, Metalplex, Mangimi Minicozzi: erano aziende fiorenti.
Strega Alberti, che si trova più in là in zona Ferrovia, appare ancora viva ma assediata dal fango.
«STARE FERMI È MORIRE». Vietato produrre, da giorni.
E per tutti è impossibile trasferire merci o ricevere materie prime.
Il 12 ottobre, pochi giorni prima della tragedia, l’assessore campano allo sviluppo produttivo Amedeo Lepore si era recato in visita alle industrie di Benevento: «Fondi comunitari, accelerazione della spesa, semplificazione i temi trattati», ha ricordato, «ma chi poteva immaginare un tale disastro? Per imprese come queste, che esportano in tutto il mondo, stare fermi equivale a morire».
UN DISASTRO «DA APOCALISSE». Il disastro «è da apocalisse». E la solidarietà di certo non basta. Cinquanta sindaci stanno per riunirsi a Benevento per decidere il da farsi. Già, ma che cosa sarà possibile fare?
Le coltivazioni di ortaggi e di tabacco sono perdute. Centomila quintali di semi per cereali destinati all’agricoltura di tutto il Sud d’Italia sono andati distrutti in una notte.
Il settore più colpito sembra quello del vino, che in terra beneventana rappresenta l’eccellenza numero uno: in questi giorni, nelle campagne di Guardia Sanframondi e dintorni, decine e decine di grappoli rigogliosi aspettavano solo di essere raccolti.
10 MILA AZIENDE IN BILICO. Il bel tempo aveva aiutato, ci si attendeva un’annata da favola. Invece, ora si ammassano solo fango e sporcizia intorno alle viti cui è difficile accostarsi.
Addio Aglianico, addio Falanghina. In forse il futuro di 10 mila aziende coi fiocchi. A Solopaca, il fango ha invaso perfino il piazzale delle Cantine sociali, minacciando gli uffici e le enormi bottaie che conservano il vino prodotto in loco.
Questa è terra benedetta, vi si producono sei doc e due Igr. A VinItaly, la prestigiosa rassegna di Verona, le 38 aziende di Solopaca rappresentano il 40% della produzione campana. Ora, tutto è in bilico.

La cittadinanza tra paura e rabbia

Il governatore della Campania Vincenzo De Luca.

Non meno pessimista appare Libero Rillo, presidente del Consorzio Sannio Tutela Vini che conta 2.500 associati: «Le viti in pianura sono le più colpite, ma in collina le cose non vanno meglio per colpa del fango».
Piove. E si spera in un miracolo. Ma a prevalere è la paura. E la rabbia per un disastro le cui conseguenze - insistono alcuni - «sarebbero state ben più contenute se non si fosse sottovalutato (o equivocato? ndr) l’allarme arancione» diffuso dalla Protezione civile prima della bomba d’acqua della notte del 15 ottobre.
DICHIARATO LO STATO DI EMERGENZA. Il governatore della Campania Enzo De Luca ha concesso a Benevento lo stato di emergenza, cioè un provvedimento ben più consistente del semplice stato di calamità, a testimonianza che «qui si è ridotti davvero male».
Sono ore cupe. Di polemica aspra: ci sono stati errori? E da parte di chi? E quanto gravi? Il sindaco, Fausto Pepe, ha ricordato che “allarme arancione” nel linguaggio tecnico significa «pioggia sì, ma di certo non di tale entità da rendere obbligatori particolari interventi di prevenzione».
«TANTA PIOGGIA CADE IN UN MESE». Il meteorologo Andrea Giuliacci, dal canto suo, ha ricordato che la notte del 15 ottobre su Benevento e dintorni è precipitata «tanta pioggia quanto quella che cade in un mese».
Tragedia inevitabile, allora? Forse sì, forse no. Ma Fabrizio Curcio (il capo della Protezione civile) ha riacceso la miccia annunciando che «sarà necessario capire che cosa in concreto il piano comunale prevede per quel tipo di allerta», che comunque - ha precisato - «vuol dire anche pericolo per la pubblica incolumità e possibili perdite di vite umane», oltre a «danni diffusi e allagamenti» pericolosi per «le attività agricole, gli insediamenti artigianali, le industrie».
I MIGRANTI DANNO UNA MANO. Benevento conta i danni. E ingoia in silenzio anche l’anatema del parroco don Nicola De Blasio, responsabile della locale Caritas, che ha urlato indignato un «ricordatevi che il Signore vi vede!» all’indirizzo di quei negozianti che - a suo dire - «stanno facendo pagare 40 euro un paio di stivali di gomma, 50 per una pala e 150 per il lavaggio dell’auto rimasta intrappolata nel fango».
Miserie umane, in un clima che però sta registrando decine di episodi di solidarietà, a cominciare dal ruolo instancabile e nevralgico svolto dai 1.300 migranti ospiti a Benevento che hanno liberato il cimitero dal fango e dai detriti. Piove. E quelli del M5s denunciano: «In Regione Campania sono solo 15 i milioni messi a disposizione dei 530 Comuni campani a rischio idrogeologico».

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