Giovanni Erra 151020181020
LIBRO 1 Novembre Nov 2015 1636 01 novembre 2015

Lettere dall'assassino, parola ai «mostri»

Savi, Erra, Volpe, Sapone, Musumeci: una cronista pubblica gli scambi epistolari con cinque condannati. Che raccontano la loro verità, tra indignazione e rimorsi.

  • ...

La cronaca nera ha un limite?
Quale verità racconta delle persone coinvolte in storie di morte e delitti?
Cosa può insegnare a un lettore che non voglia solo sentirsi indotto a provare interessi morbosi verso realtà così dolorose?
Un giornalista spesso si pone queste domande, ma la velocità del flusso delle notizie impedisce di trovare delle risposte.
Chiara Prazzoli dopo anni passati da cronista nelle questure all’ora dei Mattinali, sui luoghi dei delitti, nelle aule giudiziarie, parlando con Ris, medici legali e parenti delle vittime è riuscita a «superare il limite del racconto giornalistico del crimine», come spiega nell’introduzione al suo libro Lettere dall’assassino (uscito in formato digitale per Informant).
PROTAGONISTI DEI PROCESSI-SPETTACOLO. Lo ha fatto scegliendo lo scambio epistolare con cinque persone, quattro condannati all’ergastolo: Fabio Savi, uno dei componenti della banda della Uno bianca, Giovanni Erra, condannato per la morte della ragazzina bresciana Desirée Piovanelli, Andrea Volpe e Nicola Sapone delle cosiddette Bestie di Satana, e Carmelo Musumeci, uomo della mafia operante in Versilia negli Anni 80.
Sono nomi molto noti della cronaca nera di venti anni fa, big delle prime pagine e dei processi-spettacolo, all’epoca non sapevano che oltre alla condanna giudiziaria ne avrebbero scontata una più grande, vivere in un fermo immagine, per cui, anche se in cerca di una riabilitazione e di una redenzione, pure religiosa, resteranno per sempre quelle persone che un giorno hanno attraversato il limite di cui parla Prazzoli e non sono più tornate indietro. Da allora e per sempre assassini.
«SCRIVERE COSTRINGE A ESSERE SINCERI». Da questo tunnel del passato hanno cercato di uscire per poco più di un anno scrivendo delle lettere a una giornalista. Ritornando sotto i riflettori.
«Ho scelto il contatto epistolare perché sono convinta che scrivere costringa sempre a essere un po’ più sinceri di quando ci si parla vis-à-vis», spiega la Prazzoli, ora giornalista per il settimanale Giallo, «ho cercato di mantenermi distaccata, senza dimenticare mai il sangue versato e il motivo per cui sono stati condannati a pene così severe».

Da Fabio Savi a Giovanni Erra: parlano i condannati

Le domande che rivolge loro sono a proposito dei motivi di tanta violenza, sul perdono, su come ci si sente da allora e che vita fanno in carcere.
Fabio Savi, dopo essere stato condannato a tre ergastoli per 24 omicidi e 103 rapine, non si nasconde: «L’ho fatto per i soldi», spiega, e se ha avuto rimorsi ora hanno preso il colore della rassegnazione, «non mi fanno più strappare i capelli. Rimangono una croce, la cosa a cui tengo maggiormente è espiare la mia pena con la dovuta tranquillità».
«VORREI SI CAMBIASSE OPINIONE SU DI ME». In questi anni non ha mai cercato di parlare con i parenti delle vittime, né di chiedere loro perdono: «Come posso scusarmi per quello che è successo? Posso scusarmi per avere pestato loro un piede, avergli rotto un fanalino della macchina, ritengo che la forma migliore di rispetto nei loro confronti sia il silenzio».
Una cosa vorrebbe, ed è uscire da quel fermo immagine, essere il “Rambo” della Banda: «Mi piacerebbe che là fuori si cambiasse opinione di me, ma sono troppo stanco di sentirmi continuamente sotto processo, la maggior parte delle notizie su di me sono infondate e cristallizzate a 20 anni fa».
Vorrebbe uscire, lui, come gli altri contattatti, dall’album di figurine adatte per le suburre e le gomorre che impazzano nella fiction. Ma la vita è un’altra cosa.
SAPONE SI PROCLAMA INNOCENTE. Non sembra quindi un caso che Fabio Savi non abbia apprezzato il film Uno bianca: «Chi ha scritto quella sceneggiatura andrebbe sottoposto a perizia psichiatrica, il mio arresto non fu rocambolesco, offrii il caffè ai poliziotti, all’autogrill, che non accettarono, uscimmo dall’autogrill per appoggiarci alla volante mentre gli agenti attendevano l’esito del controllo al terminale, mi ricordo che tardò perché era momentaneamente in blocco, fui trattato con la massima educazione».
«È teatro, una buffonata»: anche Nicola Sapone, la bestia di Satana rifiuta il suo personaggio mediatico, le messe nere, i riti di affiliazione e tutto quell’immaginario da film horror che si riversò in quei giorni del 1998 da Golasecca, Varese. «Non provo nessun rimorso né pentimento», perché si proclama innocente.
«COLPEVOLI A VITA, LA PEGGIOR CONDANNA». Giovanni Erra si è scelto da solo un personaggio: «Io sono il pirla, in quella cascina nascondevo la droga, non c’entro, ma capisco il dolore dei genitori di Desirée. Vorrei parlare al suo papà, solo questi esperti del carcere non vogliono che scriva una lettera di scuse».
«Non capisco perché i 'buoni' non diano mai nessuna spiegazione per la loro disumanità. E i cattivi devono sempre dare tutte le spiegazioni del mondo per i reati che hanno commesso?». Tre libri, un blog, un giornale online, non bastano a Carmelo Musumeci per uscire da quell’immagine fissa in cui si è bloccata la sua biografia, mafioso e condannato a ergastolo. «È difficile vivere condannati a essere colpevoli per sempre, la vita non vale più nulla, è peggiore della morte».

Articoli Correlati

Potresti esserti perso