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GIUSTIZIA 2 Novembre Nov 2015 1519 02 novembre 2015

Bagheria, Addiopizzo: «Non chiamiamoli imprenditori eroi»

Nel Comune palermitano, antico feudo dei corleonesi, 36 titolari di aziende fanno arrestare 22 presunti mafiosi. L'avvocato Caradonna: «Sono cittadini che si tutelano, evitiamo personalismi». Tano Grasso della Federazione antiracket: «Pagare non è più la norma».

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A Bagheria, nella terra siciliana che un tempo fu feudo dei corleonesi di Bernardo Provenzano, 36 imprenditori hanno trovato il coraggio di denunciare i loro estorsori.
L'operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) e realizzata dai carabinieri di Palermo, ha portato a misure cautelari a carico di 22 persone, tra capi e gregari del locale mandamento mafioso.
Molti di loro erano già in cella, ma cinque erano ancora liberi.
LA RIVOLTA DEI TRE. La rivolta contro il pizzo è partita da tre imprenditori, che si sono presentati spontaneamente ai militari dell'Arma.
Tutti gli altri sono stati sentiti dopo le prime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Sergio Flamia, fino a poco tempo fa temutissimo killer della famiglia mafiosa di Bagheria. E hanno ammesso di essere stati costretti a pagare.

PIZZO «SIMBOLO DEL POTERE MAFIOSO». Pagavano quella 'tassa' che per Tano Grasso, presidente onorario della Federazione antiracket italiana (Fai), è «molto di più che una forma di finanziamento, è un simbolo insostituibile del potere mafioso, perché lo legittima in quanto forma di controllo del territorio», dice a Lettera43.it.
L'avvocato Salvo Caradonna, membro fondatore di Addiopizzo, l'associazione che insieme a Libero Futuro ha accompagnato gli imprenditori di Bagheria che hanno scelto di denunciare, aggiunge: «La finalità del pizzo certamente non è solo economica. Anche se in alcuni casi le cifre estorte sono state di centinaia di milioni di euro».
IL CASO DI DOMENICO TOIA. È il caso dell'imprenditore edile Domenico Toia, che ha cominciato a pagare «negli Anni 80, quando c'erano ancora le lire». Il clan di Bagheria, con al vertice Giuseppe Scaduto, lo costringeva a versare ogni mese 3 milioni di lire. Un obolo a cui si aggiungevano le pretese di altri due capimafia, Onofrio Morreale e Nicolò Eucaliptus, costantemente a caccia di soldi per mantenere i le famiglie dei mafiosi rinchiusi in carcere.
SOPRUSI ANCHE DA ESPONENTI POLITICI. Le pressioni venivano esercitate anche da esponenti politici, che unitamente a Cosa nostra pretendevano il corrispettivo del 10% dell'importo dei lavori che l'imprenditore riusciva ad aggiudicarsi. Trent'anni di minacce e soprusi hanno spinto Toia a rivelare tutto ai carabinieri poco prima della sua morte improvvisa, avvenuta nel 2014 per cause naturali.
Toia «pagava il pizzo in varie forme», racconta Caradonna. «Stipendi, dazioni di denaro periodiche, appartamenti. È stato costretto a versare finanziamenti persino nelle casse di una società sportiva (il Bagheria calcio, ndr). Oggi i figli hanno ripreso l'attività lavorativa, anche loro hanno denunciato».

Una «staffetta mafiosa» tra i boss

Il procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, per spiegare la continuità del fenomeno-pizzo nel corso del tempo, ha parlato di una «staffetta mafiosa».
«Le vittime restano le stesse, tra i boss c'è un avvicendamento», ha detto il magistrato durante la conferenza stampa che ha illustrato i particolari del blitz.
Un dettaglio che Grasso conferma: «È drammaticamente vero. La storia di Bagheria ci insegna che abbiamo a che fare con un fenomeno che continua a mantenere un'ampia diffusione, che colpisce migliaia di persone».
ASSISTITI 89 IMPRENDITORI. Dati certi non esistono, il fenomeno estorsivo è occulto per definizione.
Ma tra gennaio 2012 e ottobre 2015 «gli imprenditori assistiti da Addiopizzo nei processi penali a carico dei loro estorsori sono stati 89», riferisce l'avvocato Caradonna.
Un numero elevato e in crescita, soprattutto a Palermo e provincia.
«ASSOCIAZIONI STRATEGICHE». Come si fa a reagire? E com'è cambiata la lotta al pizzo negli ultimi 25 anni, da quando la federazione antiracket Fai è stata creata?
«Le associazioni oggi hanno un ruolo strategico, 25 anni fa non esistevano. All'epoca l'imprenditore che denunciava agiva in solitudine, come Libero Grassi», spiega Tano Grasso.
LEGGE FALCONE DECISIVA. In secondo luogo, sono cambiate le leggi: «Se a un commerciante veniva bruciato il negozio 25 anni fa, poteva riaprirlo solo se aveva dei risparmi. Adesso c'è una legge che lo risarcisce interamente, ideata da Giovanni Falcone nel 1991 ed entrata in vigore nel 1999», anche grazie alla mobilitazione delle associazioni antiracket.
Si tratta della legge 44/1999, che secondo l'avvocato Caradonna «funziona benissimo. Naturalmente non è un premio per chi denuncia, attenzione. Ma risarcisce tutti i danni subiti al 100%, laddove questi danni ci siano effettivamente stati».

Diversa sensibilità delle forze dell'ordine

La città di Bagheria, nel Palermitano.

Un terzo elemento riguarda poi la mutata sensibilità delle forze dell'ordine.
Per Tano Grasso «25 anni fa era un'eccezione trovare un ufficiale di polizia giudiziaria aperto e disponibile. Oggi è la regola. Non si tratta solo di capacità investigativa, si tratta di rapportarsi con l'imprenditore che denuncia e riuscire a vedere nella storia di estorsione non solo un reato, ma una storia umana. Questo è fondamentale per attrarre la collaborazione».
PRIMA ERA LA 'NORMALITÀ'. In passato, di fatto, «pagare il pizzo era considerata una cosa assolutamente normale. La norma era: 'Paga, che problema c'è? Che danno ti può fare un milione di lire al mese? Paga, aumenta i prezzi, così va il mondo'. Oggi quest'idea si è finalmente capovolta. Pagare il pizzo non è più la norma».
Anche se le estorsioni possono coprire un arco temporale di più generazioni. A Bagheria come a Ercolano.
«A Ercolano ho incontrato un ragazzo che ha rilevato la pasticceria di suo padre. Con la pasticceria, però, ha ereditato anche il pizzo che già pagava suo nonnno. Tre generazioni sottoposte alla stessa violenza», racconta Grasso.
OLTRE IL CLAMORE MEDIATICO. Ed è qui che emerge l'importanza del lavoro silenzioso svolto dalle associazioni, quello meno esposto agli occhi del pubblico.
«Il percorso che facciamo con l'imprenditore è al riparo dal clamore mediatico», spiega Caradonna, «e non potrebbe che essere così, vista la sua delicatezza. Entriamo in contatto con la vittima di estorsione o perché ci cerca direttamente, o perché ci viene presentata da imprenditori che hanno già avuto contatti con Addiopizzo. Oppure ancora, siamo noi a contattarla, sulla base di nostre informazioni».
«NON CHIAMIAMOLI EROI». Quello che l'avvocato Caradonna tiene a sottolineare, però, è soprattutto un altro aspetto: «Se creassimo degli eroi avremmo perso, avremmo fallito il nostro compito. I 36 imprenditori che hanno denunciato a Bagheria non sono eroi. Sono dei cittadini che si tutelano, per continuare a poter svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi. Sono persone, non sono simboli. I media, che hanno la responsabilità di raccontare questi episodi, dovrebbero evitare i personalismi. Per contribuire a costruire una cultura antiracket della normalità».
L'anticorpo più importante contro la violenza delle estorsioni.

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