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POLEMICA 12 Novembre Nov 2015 1525 12 novembre 2015

Marco Tarquinio, giornalismo coi soldi degli altri

Avvenire incassa ogni anno 1,4 milioni dai contributi pubblici per l'editoria. E guida la crociata contro Nuzzi e Fittipaldi. Ma ignora gli scandali della Chiesa.

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Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.

Si è scagliato contro Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, definendoli autori di «libri sleali e mistificanti», solo perché colpevoli di aver fatto il proprio lavoro: pubblicare le notizie.
Ma può dare lezioni di giornalismo chi fa quel mestiere facendo ampio uso del denaro dei contribuenti? Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, negli ultimi nove anni ha ricevuto 12,6 milioni di euro dal fondo contributi per l'editoria. Una media di 1,4 milioni all'anno.
Marco Tarquinio, direttore responsabile della testata di «ispirazione cattolica», prima di biasimare i colleghi dovrebbe forse guardare in casa sua. Il suo giornale, godendo di una formidabile rendita di posizione, opera in un regime di concorrenza sleale.
Assunto da Dino Boffo nel 1994, l'ex capo scout dell'Agesci ha attaccato i giornalisti che hanno appena pubblicato Avarizia e Via Crucis, indagati in Vaticano nell'ambito dell'inchiesta sulla fuga di documenti riservati della Santa Sede. La seconda puntata del Vatileaks.
Entrambi rei, secondo Tarquinio, di voler «dare un'immagine capovolta e repellente della Chiesa ai tempi di papa Francesco», attraverso meri «artifici retorici».
Non risulta però che il direttore di Avvenire abbia mai denunciato, per esempio, i contributi che la Fondazione Bambin Gesù, nata per raccogliere offerte a favore dei bambini malati, ha scelto di impiegare per la ristrutturazione dell'attico del cardinale Tarcisio Bertone, come rivelato dal 'corvo' a Fittipaldi in Avarizia. Il tutto mentre scoppiavano gli scandali sui lussi di George Pell e sui 500 mila euro sottratti dall'ex abate di Montecassino Pietro Vittorelli.
L'ESEMPIO DI FRANCESCO, TESTIMONE DI POVERTÀ. Uno dei primi atti del pontificato di Francesco è stato quello di lasciare il Palazzo Apostolico per andare a vivere a Santa Marta. Più recentemente, Bergoglio ha dichiarato che la Chiesa deve parlare con la testimonianza della povertà: «Se un credente parla della povertà o dei senzatetto, e poi conduce una vita da faraone, questo non si può fare».
In televisione, ospite del programma di La7 Piazzapulita, Tarquinio ha detto invece che non accetta di sentire che la povertà nel mondo dipenda da qualche alto prelato che vive in lussuosi appartamenti. Una posizione legittima. Forse però, prima di assegnare patenti di buon giornalismo, Tarquinio dovrebbe porsi il problema rappresentato dalla ricca dote di finanziamenti pubblici di cui gode la sua stessa testata.
AVVENIRE AI PRIMI POSTI TRA LE TESTATE PIÙ RICCHE. È un fatto facilmente verificabile che Avvenire sia saldamente ai primi posti nelle tabelle del Dipartimento per l'informazione e l'editoria, liberamente consultabili online, che ogni anno danno conto delle cifre elargite alle imprese editrici la cui maggioranza sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali.
Senza i libri di Nuzzi e Fittipaldi, che dallo Stato non hanno ricevuto alcun finanziamento, e senza quei soggetti che Tarquinio, pur evitando di nominare, in un suo recente editoriale ha definito «ladri e ricettatori materiali, strateghi e grassatori (im)morali», l'opinione pubblica italiana non avrebbe probabilmente mai saputo degli appartamenti affittati da Propaganda Fide nel centro di Roma a prezzi di favore. Oppure dell'uso distorto dell'Obolo di San Pietro, che non viene speso per i più poveri, ma «ammucchiato su conti e investimenti che oggi valgono quasi 400 milioni di euro», al punto che «solo due euro ogni dieci raccolti sono destinati alla beneficenza», come calcolato da Gianluigi Nuzzi. E probabilmente nulla sarebbe venuto a galla a proposito dei magri stanziamenti del Fondo per le opere missionarie, a fronte delle disponibilità milionarie che lo Ior può vantare.
Fatti destinati a rimanere invisibili, mentre sono ben visibili i fondi pubblici che Avvenire incassa ogni anno.
Lo Stato, sempre a corto di risorse, potrebbe anche pensare di investirli diversamente, lasciando decidere al mercato e alle preferenze dei lettori cosa sia buon giornalismo e cosa invece non lo è.

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