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REAZIONI 13 Novembre Nov 2015 1536 13 novembre 2015

Ebreo accoltellato, la paura della comunità milanese

Odio razziale? Follia di un esaltato? La città si interroga dopo l'agguato a Graff. L43 nel quartiere ebraico. «Non siamo tranquilli. Come dopo Charlie Hebdo».

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Il ristorante di fronte al quale si è consumata l'aggressione.

Basta qualche capannello di giornalisti a rompere la tradizionale quiete di viale San Gimignano, periferia Sud-Ovest di Milano.
Coppie di anziani a passeggio approfittano della splendida mattinata novembrina, altri sgambettano portando a spasso il cane.
Non fosse per quel fastidioso nugolo di telecamere, nessuno penserebbe che la sera prima la stessa strada ha rischiato di trasformarsi nel teatro di un efferato omicidio, miracolosamentre sventato dall'intervento di un passante.
Ora Nathan Gaff, il 40enne israeliano ricoverato al Niguarda dopo essere stato colpito con sei coltellate da un uomo incappucciato, è fuori pericolo, operato d'urgenza per le ferite al volto, all'avambraccio sinistro e al dorso.
ANSIA NELLA COMUNITÀ. Ma tra i palazzoni del quartiere ebraico di Milano cresce il timore che l'aggressione possa nascondere i germi di un'Intifada, con un'escalation di violenza simile a quella consumatasi tra Gerusalemme Est e Cisgiordania a inizio ottobre.
Quando è stato colpito vicino casa, Gaff, genero del rabbino Hetzkia Levi, indossava la kippah - il tipico copricapo degli ebrei osservanti - proprio come molti dei passanti che svicolano tra le stradine adiacenti a viale San Gimignano e via D'Aviano.
In mezzo alle quali, semi nascosta, si trova la sede della Comunità ebraica, che raduna circa 7 mila persone.
Molti tirano dritto, capo chino e poca voglia di parlare. Ma chi lo fa confida di aver perso quel senso di sicurezza che la vita milanese gli aveva garantito per anni e anni.



«ERA UN QUARTIERE TRANQUILLO». Già, perché nonostante la massiccia presenza della comunità ebraica abbia radici profonde nel territorio, nessuno riesce a ricordare un solo episodio di tensione.
«Forse una bombetta, ma nel 1982», racconta a Lettera43.it il proprietario di un bar distante pochi metri dal luogo dell'accoltellamento.
«È un quartiere tranquillo», ripetono allo sfinimento negozianti e abitanti del posto.
Sulla stessa lunghezza d'onda i gestori del ristorante kosher Carmel, l'edificio di fronte al quale si è consumata l'aggressione.
«Quand'è successo eravamo aperti, ma non abbiamo sentito nulla. Ci stavamo occupando dei pochi clienti rimasti nel locale».
ECO SULLA STAMPA INTERNAZIONALE. Che siano angosciati glielo si legge negli occhi.
«Sono ore che ci fanno domande, ma non sappiamo nulla. Da Isarele continuano a chiamarci parenti preoccupati. La notizia ha fatto il giro del mondo».
Anche loro conoscono Gaff, un habituée del locale, e non si capacitano dell'accaduto.
«Una persona così perbene... chi può avergli voluto far del male?».
La questione religiosa resta sullo sfondo. «Nessuno può dirlo», confessa la titolare, prima di aggiungere: «I bambini hanno dormito piangendo, non volevano andare a scuola, mia figlia ha chiesto di essere accompagnata».

Convivenza pacifica tra ebrei e musulmani

Viale San Gimignano, il luogo dov'è stato aggredito Nathan Graff.

Eppure, nonostante la preponderanza ebraica, nel quartiere qualche musulmano lo si trova.
È la stessa proprietaria del ristorante a indicare di fianco a lei il cuoco, non senza un velo d'imbarazzo per la piega che ha preso la vicenda.
«Qui lavorano arabi, ebrei e italiani. Nessuno ha mai fatto problemi».
«AGGUATO RAZZIALE AL 99%». Pochi metri più un là, tra un parrucchiere, un tabaccaio e un negozio per animali, spunta una pasticceria della comunità ebraica.
«Al 99,9% è stata un'aggressione di stampo religioso», osserva il gestore del locale in via Soderini.
Più amarezza che rabbia nelle sue parole. «Tutto tranquillo oggi? Certo, mica possiamo chiuderci in casa. Ma la paura c'è».
Ed è una brutta sensazione per molti di loro, perché nessuno sembra averla provata prima.
CONTROLLI AUMENTATI. La sicurezza, d'altra parte, non è mai venuta meno.
Polizia ed esercito sorvegliano le vie di accesso alla casa di studi ebraica, nemmeno 100 metri in linea d'aria dall'aggressione.
«Ci sono sempre», spiega un passante. «C'erano anche ieri, possibile che nessuno si sia accorto di nulla?».

L'unica certezza: «Non può essere stato uno dei nostri»

Nathan Graff.

La parola 'Intifada' non è mai pronunciata, ma nessuno se la sente di escludere un pericolo strisciante.
«Ha visto che è successo a Gerusalemme?», si chiede un barista.
«Usavano i bambini per gli attacchi». Può darsi che «qualche ragazzino, sentendo tutte queste cose in tivù, si sia fatto prendere dallo spirito di emulazione».
Di certo «non è stato uno dei nostri», dice un uomo di orgini siriane.
«Nella storia del popolo ebraico nessuno ha mai accoltellato nessuno».
Al supermarket kosher, un'anziana donna se la prende coi politici di turno: «Guardi che succede a far entrar chiunque nel nostro Paese».
Mentre la proprietaria del negozio spiega: «Forse soltanto dopo l'attentato in Francia a Charlie Hebdo si era respirata tanta preoccupazione».
«CHI DICE CHE NON SIA STATO UN FOLLE?». Tra gli abitanti del quartiere che non fanno parte della comunità ebraica a prevalere, tuttavia, sembra essere la cautela.
«Non credo ci siano ragioni religiose, penso piuttosto a qualche esaltato», spiega un commerciante da 30 anni residente nei paraggi.
«Mai visto prima nulla di simile, forse la stampa dovrebbe smetterla di cercare il mostro a ogni costo».
La maggior parte, più che spaventata, sembra essere infastidita dai cronisti.
PER ORA NESSUNA AGGRAVANTE DI ODIO RAZZIALE. La procura di Milano, nel frattempo, ha aperto un fascicolo d'inchiesta a carico di ignoti, con l'ipotesi di tentato omicidio.
Senza per ora contestare l'aggravante dell'odio razziale.
Mentre la prefettura ha intensificato al massimo livello il sistema di sicurezza e vigilanza in atto «presso gli obiettivi ebraici o riconducibili allo Stato di Israele».

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