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ANALISI 14 Novembre Nov 2015 1505 14 novembre 2015

Francia, le falle di intelligence e polizia

Minacce sottovalutate. Polizia impreparata. E jihadisti di nuovo a piede libero. Dopo Charlie Hebdo nulla è cambiato. Moro, esperto di jihad: «Parigi ha fallito».

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Fiori di fronte all'ambasciata francese a Roma, il giorno dopo i 7 attacchi teroristici che hanno colpito Parigi.

Il terrorismo islamico è tornato a colpire Parigi. A nulla è servito lo sforzo annunciato da François Hollande dopo la strage a Charlie Hebdo di controllare le frontiere, potenziare le forze dell'ordine e destinare 1.500 soldati in difesa della capitale.
Oggi come allora la minaccia era prevedibile, prevista e annunciata. E oggi come allora non è stata evitata.
LE MINACCE INASCOLTATE. Charlie Hebdo era nel mirino dei fondamentalisti da anni a causa delle vignette irriverenti sul Profeta. Allo stesso modo, il Bataclan era stato oggetto di minacce.
Nel 2011, il terrorista di origini belghe Farouk Ben Abbes aveva rivelato di progettare un attentato contro il teatro perché, disse, «i proprietari sono ebrei».
Lo stesso era accaduto nel 2007 e nel 2008 perché la struttura aveva ospitato un gala della polizia di frontiera israeliana.
Eppure, pur essendo nella lista degli obiettivi sensibili e in presenza di un allarme preciso - il 12 marzo scorso dal portavoce dell'Isis, Abu Muhammad al-Adnani, annunciava che il Califfato avrebbe «raggiunto Parigi prima di Roma» - l'intelligence transalpina non è stata in grado di prevenire la carneficina (leggi l'editoriale del direttore Paolo Madron: «Impariamo almeno a difenderci»).
L'INTELLIGENCE SI GIUSTIFICA. A difendersi ci ha provato Yves Trotignon, ufficiale della sicurezza: gli attentatori «sono ragazzi molto giovani pronti a morire, che hanno studiato nei minimi dettagli gli obiettivi», ha spiegato alla stampa, «e che sono stati addestrati a portare a termine la missione sapendo di provocare anche un danno esteso come quello che hanno inflitto con quest’operazione».
Ma proprio perché si è trattato di un attacco pianificato in tutti i dettagli, e non un atto di schegge impazzite, doveva essere previsto.
La carneficina poi suona come un sfida in vista della conferenza mondiale sul clima che si terrà a Parigi tra tre settimane.
«Chi potrà garantire ora la sicurezza di capi di Stato come Obama e Putin?», si chiede Daniele Moro, ricercatore sul terrorismo islamico Johns Hopkins University.

La polizia francese? Sotto armata e impreparata

Agenti francesi a Parigi.

Moro, che si trova a Parigi e racconta a Lettera43.it di una città fantasma («Musei e scuole sono chiusi», dice, «come i negozi delle grandi catene»), concorda con l'analisi de Le Figaro: «La polizia francese ancora oggi non riesce a contrastare un attacco con kalashnikov. L'armamento e la preparazione sono insufficienti, fatta eccezioni per pochissimi corpi militari».
Lo dimostra il ritardo con cui le teste di cuoio, uomini scelti, hanno fatto irruzione al Bataclan. «Viaggiano su macchinine», aggiunge l'esperto, «come se avessero a che fare con qualche scippatore e non con terroristi islamici pronti a tutto».
TRENI SENZA CONTROLLI. Lo stesso vale per i controli sui treni. Solo pochi mesi fa, il 22 agosto, un marocchino già noto all'intelligence francese e spagnola per essere vicino a una cellula jihadista belga aprì il fuoco a bordo di un Tgv diretto da Amsterdam a Parigi. Poteva essere una strage se non fossero intervenuti tre soldati americani in borghese che casualmente si trovavano a bordo.
Anche in quel caso il governo francese elevò le misure di sicurezza e potenziò i controlli. Propositi, però, rimasti sulla carta. «Io stesso da Milano ho preso un Tgv per Parigi la settimana scorsa», conferma Moro. «Controlli? Zero fino alla frontiera. Avrei potuto viaggiare armato...».
DETERRENTI PSICOLOGICI. «È una questione soprattutto psicologica, vero», sottolinea, «ma funziona, può essere un deterrente». Allo stesso modo nel Regno Unito, negli Anni 70 attraversati dalla violenza dell'Ira, «i cittadini collaboravano con la polizia, denunciavano pacchi e sacchetti sospetti per esempio. Non è stato risolutivo, ma credo abbia evitato in molti casi il peggio».
Questo in Francia sembra mancare. «Come se si sottovalutasse costantemente la minaccia».
Vero è che questa volta «i terroristi», spiega Moro, «non hanno colpito il cuore della città, ma quartieri semi-periferici. Non luoghi simbolo come il quartier ebraico o l'università, ma centri di aggregazione, di socialità». In altre parole hanno attaccato la vita: stadio, ristoranti, caffè, un teatro.
L'ELEMENTO RELIGIOSO È SECONDARIO. Per questo l'elemento religioso o legato all'intervento in Siria passa in secondo piano. «È verosimile che in platea ad ascoltare gli Eagles of death metal ci fossero un quinto di cittadini musulmani. Lo stesso vale per lo stadio: nei video che sono circolati era evidente che molte delle persone che fuggivano erano di origine nordafricana».
Uno scenario ben diverso da quello tunisino, per esempio. La strage di Susa aveva un obiettivo preciso, era noto «che il resort era frequentato da turisti occidentali».

Gli 007 francesi? «Più impegnati a pedinare il fedifrago Hollande»

La polizia francese fuori dal Cafe Bonne Biere a Parigi, teatro di uno degli attacchi terroristici del 13 novembre.

Ma perché l'intelligence francese non riesce a prevedere e sventare attacchi simili?
Moro un'idea se l'è fatta: «Sembrano più concentrati a seguire un presidente in moto che va dall'amante con dei pasticcini, evidentemente».
Così gli 007 fedeli a Sarkozy parevano più impegnati a cercare di prendere in castagna il fedifrago Hollande invece di seguire jihadisti identificati e conosciuti.
IL KAMIKAZE GIÀ SCHEDATO. Anche questa volta, poi, il kamikaze francese identificato era già noto ai servizi di sicurezza e schedato per la sua vicinanza con gli ambienti islamici più radicali e ritenuti a rischio. Era nato nella banlieue parigina, a Courcouronnes.
Lo stesso era accaduto con Ayoub El Khazzani, l'attentatore del treno Amsterdam-Parigi, era sulla lista di tre servizi segreti. Conosciuti alle forze dell'ordine erano anche i fratelli Kouachi, responsabili della strage di Charlie Hebdo. Il più giovane era stato arrestato nel 2008 e condannato a 3 anni di prigione, di cui 18 mesi con la condizionale. O, ancora, con Amedy Coulibaly che poche ore dopo l'attacco al settimanale satirico, aveva preso in ostaggio diverse persone in un supermercato kosher parigino. Nel 2010 era stato arrestato dalla polizia antiterrorismo per aver aiutato Smaïn Aït Ali Belkacem, implicato nell'attentato alla metro di Parigi del 1995, a evadere di prigione. O, ancora, Mohamed Merah, l'attentatore di Tolosa del 2012.
Non gioca a favore, come ricostrì il New York Times dopo la strage a Charlie Hebdo, il numero altissimo di potenziali jihadisti sul territorio francese. Tra i 1.000 e i 2 mila citoyen, infatti, sono andati a combattere in Siria e in Iraq sotto la bandiera del Califfato, e almeno 200 sono rientrati.
MANCANO RISORSE. Le liste ci sarebbero, quindi. Però è impossibile sorvegliare e controllare tutti i sospettati. Così ci si affida a valutazioni personali che spesso, anche a distanza di anni, si rivelano errate.
«Una cosa è intercettarli al telefono o monitorare i loro spostamenti», disse allora Jean-Charles Brisard, capo del Centro anti-terrorismo francese, «un'altra è mettere un uomo sulle loro tracce 24 ore al giorno. È un problema di risorse».

In Italia? «Abbiamo la mafia, la 'ndrangheta e la camorra»

Dopo l'attacco francese, l'allarme terrorismo è scattato in tutta Europa. In Italia, la preoccupazione maggiore è naturalmente legata al Giubileo, «annunciato a sopresa dal Papa solo qualche mese fa», fa notare Moro.
L'ALLERTA DEL COPASIR. «Da parte dell'intelligence italiana», ha dichiarato Federico Stucchi, presidente del Copasir, «c'è il massimo impegno nel prevenire possibili rischi terrorismo in Italia e il coordinamento con le procure e le forze dell' ordine si sta rivelando vincente». Ma «occorre fare di più per la dotazione alle forze dell'ordine, e sui respingimenti».
Occhi puntati quindi sui migranti. Anche se, secondo Moro, «i terroristi non viaggiano certo sui barconi. E anche quando qualcuno ha provato a rientrare è stato immediatamente identificato».
Inoltre, noi siamo alla seconda generazione di immigrati. «Non c'è la rabbia e la frustrazione che si respirano in Francia, dove il governo ai nonni e genitori di questi ragazzi promise un'integrazione che non arrivò mai nei fatti». E la guerriglia delle banlieu è lì a dimostrarlo.
L'Italia quindi non ha nulla da temere? Non è proprio così, il livello di rischio è alto. Soprattutto in concomitanza dell'Anno Santo.
COOPERAZIONE VINCENTE. Anche se, spiega il professore, «a parte la fortuna di non essere finiti nel mirino finora, la nostra intelligence e i nostri uomini sono più preparati. È ai tempi di Beppe Pisanu che c'è una collaborazione stretta e scambio di informazioni tra le forze dell'ordine».
Non solo. Con il terrorismo rosso e nero, la mafia, la camorra e la presenza di un obiettivo sensibile come il Vaticano «ci siamo fatti gli anticorpi». Inoltre tra i funerali di Giovanni Paolo II e l'Expo, tanto per fare due esempi, non ci è mancato l''allenamento' nel garantire la sicurezza in occasione dei grandi eventi.
Infine, dice Moro, noi abbiamo la mafia, la camorra e la 'ndrangheta. Sembra una provocazione, ma non lo è del tutto: in un territorio controllato in modo capillare dalla criminalità organizzata, è il ragionamento, è difficile che attecchiscano e possano proliferare cellule terroristiche.
PERCHÉ PARIGI E NON MARSIGLIA? «La mafia spaccia», spiega il professore, «prende la droga e la consegna ai nordafricani e ai nigeriani. Sono più massari che jihadisti». La domanda da fare è una: perché questi attentati non accadono a Marsiglia? «Perché è una piccola Calabria, dove il territorio è controllato dalla criminalità. Si spara sì, ma per regolamenti di conti o per droga, non certo per Allah»

Twitter @franzic76

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