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INTERVISTA 16 Novembre Nov 2015 1300 16 novembre 2015

François Jost: «L'Isis e il reality del terrorismo»

Serve ripensare al ruolo dei media. Dalla televisione ai social. Che troppo spesso amplificano le gesta dei jihadisti. François Jost a L43: «Ora riflessione profonda».

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Questa volta, la prima domanda non può che essere personale. È il potere dell’orrore: la brutalità dell’accaduto costringe anche le persone che si conoscono appena su un campo più intimo.
«Sto bene, per fortuna. Non ero a Parigi venerdì sera (il 13 novembre, ndr) e sono ancora fuori città. Ma sono devastato da quello che ho visto. E inizio a pensare che ci vorranno decine di anni perché la situazione si calmi».
François Jost, semiologo, collega di Umberto Eco, docente alla Sorbona di Parigi, direttore del Laboratoire communication information médias (Laboratorio di comunicazione, informazione e media) e del Centre d’Etudes des Images et des sons médiatiques (Centro degli studi mediatci sull’immagine e i suoni) della più celebre università francese, risponde a Lettera43.it all’indomani degli attentati che hanno sconvolto la Francia e il mondo. Segnando, forse, una nuova fase del terrorismo di matrice islamica in Occidente.
«ORA CHIUNQUE È OBIETTIVO DEI JIHADISTI». «Colpisce molto, perché stanno cambiando i simboli che vengono presi di mira: prima erano gli ebrei, poi i militari, i giornalisti e i disegnatori. Ora, invece, chiunque è un potenziale simbolo: perché è una guerra a rendere la gente spaventata», spiega.
«Certo, è vero che il teatro in passato aveva sostenuto gli ebrei e il gruppo cantava testi provocatori. Può essere che, per trovare qualche risposta, sia necessario cercare “l’intenzione semiotica” degli assalitori più di quanto non abbiamo fatto finora».

François Jost, semiologo alla Sorbona di Parigi.

DOMANDA. Se però l’intenzione semiotica non c’è, significa che tutti possono essere colpiti. Dovunque.
RISPOSTA. L’evoluzione dei codici dei terroristi per me, come professore, è molto preoccupante. Per 30 anni ho studiato le immagini dei media e ho spiegato agli studenti come capirle, come interpretarle, come riconoscere i messaggi. Ora siamo di fronte a una generazione che ha imparato la lezione, ma lo usa contro di noi. Come se fosse una punizione.
D. Che cosa è che hanno imparato?
R. Abbiamo insegnato ai ragazzi a non fidarsi, a decostruire le immagini che uscivano da tivù e giornali, a considerarle spesso propaganda. Il risultato è un cortocircuito: la nuova generazione, che è molto diversa anche solo da quella che affrontò le Torri Gemelle, non si fida più dei media tradizionali.
D. Ma?
R. Ma quando vedono le foto dell’Isis sui social network non capiscono che anche quella è propaganda. Considerano quelle immagini e le informazioni che veicolano più vere. Credono a quei messaggi, perché si fidano più delle rete sociali che nei vecchi media.
D. D’altronde gli stessi terroristi sono capaci di creare immagini – si pensi ai filmini delle esecuzioni o alle riviste patinate – un tempo impensabili.
R. Non è un problema veramente nuovo, esiste da un po’. I terroristi guardano i film americani d’azione, ne sono catturati e vogliono imitarli. E una volta che hanno imparato a riprodurre quelle immagini, e diventano i protagonisti dell’azione, sanno come essere invidiati da altri.
D. A dispetto delle intenzioni di chi li usa, i social media su cui rimbalza tutto finiscono anche con “esaltare” l’impatto delle loro terroristi.
R. Già, è una contraddizione dalla quale non possiamo scappare. Ma devo dire che venerdì sera, per la prima volta, sono state fatte scelte precise con le immagini: la polizia non ha consentito alle televisioni riprese ravvicinate proprio per evitare cortocircuiti.
D. In compenso però si sono viste on line fotografie e video agghiaccianti.
R. La mia sensazione è che venerdì sera le televisioni siano state meglio di Twitter, più accurate. Ho visto notizie sui social network che in tivù non sono state date, sono circolate immagini che la tivù non ha mostrato.
D. Bè, in televisione ci sono professionisti che lavorano, magari d’accordo con la polizia; sui social media ognuno può pubblicare quello che vuole.
R. È vero, ma c’è una lezione universale. Prendiamo le fotografie. Normalmente pensiamo a chi le ha scattate, o a quelli che le vedranno. Non pensiamo invece abbastanza a chi è nella foto: lo 'Sprectum', come lo chiamava Barthes. Se vedi qualcuno morto, o un ferito per terra tutto insanguinato, e fai una foto, dovresti chiederti se la persona che stai riprendendo vorrebbe finire in tivù o sui social media.
D. L’etica prima della notizia.
R. Il rischio è alimentare un reality del terrorismo. Oltretutto alla fine chi vede l’immagine è molto lontano, ne è sconvolto e turbato, ma non sa realmente cosa è successo e non è in grado di capirlo.
D. Servirebbe un codice dei media, un modo diverso di affrontare il terrorismo?
R. Credo che in Francia una riflessione ci sia già stata: i media tradizionali hanno imparato la lezione di gennaio, dell’attacco a Charlie Hebdo, quando sono stati diffusi troppi dettagli. Son sicuro che ci siano dei giornalisti che non sono d’accordo, ma non tutte le immagini andrebbero mostrate.
D. Esiste poi anche chi le strumentalizza politicamente.
R. Questo è un altro problema, nel quale penso che abbiano ampie responsabilità i media tradizionali, che sono ancora i più seguiti. La scelta degli ospiti che commentano i fatti, per esempio, deve essere oculata.
D. E come la si fa?
R. Ho sentito alcuni esperti che hanno ricordato come la Francia sia la nazione simbolo della laicità, e quindi invisa ai terroristi islamici. E altri, come il figlio di Sarkozy, dire che esistono colpe politiche, perché gli attentati sono stati causati dalle scelte di Hollande sulla Siria.
D. E lei non crede che possa essere vero?
R. No, per nulla. Oltretutto, crederlo in qualche modo è validare la teoria dei terroristi: ce la prendiamo con voi perché ve lo meritate.
D. Da studioso e da cittadino, lei come pensa che si dovrebbe reagire agli attacchi?
R. Ci penso molto, ma non c’è una risposta. È chiaro che i terroristi ora sanno che non andiamo in giro e che siamo impauriti e per loro è una grande vittoria. Io cercherò di non cambiare troppo nella mia vita, ma dovrò essere più attento a ciò che accade intorno a me.
D. Un grande cambiamento c’è già: in Francia è tornato lo stato d’emergenza sull’intero territorio per la prima volta dalla guerra d’Algeria.
R. Sì, e comporta una grossa restrizione della nostra libertà. Difficile da accettare, in altri momenti. L’ha varato Hollande, ma se al governo ci fosse stato qualcun altro, come Marine Le Pen, sarebbe stato catastrofico.

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