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TERRORISMO 19 Novembre Nov 2015 1724 19 novembre 2015

Stato Islamico, il ruolo delle donne del terrore

Non soltanto kamikaze. Anche combattenti e agenti nella 'polizia' del Califfato. Cresce la componente femminile nell'Isis. I motivi? Sia strategici sia mediatici.

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da Beirut

La foto di Hasna Aitboulahcen, diffusa dal sito d'informazione belga DH.be.

Di lei hanno detto che è stata la prima kamikaze a farsi esplodere nel cuore dell'Europa.
Parigi ha smentito, spiegando che il kamikaze di Saint-Denis non era Hasna Aitboulahcen, bensì il «terzo terrorista» ritrovato nell'appartamento.
Una smentita che, tuttavia, non ridimensiona il fenomeno delle donne jihadiste pronte a immolarsi nel nome della guerra santa.
JIHAD AL FEMMINILE. Spietate e determinate, come la nostra connazionale Fatima, al secolo Maria Giulia Sergio.
La foreign fighter lombarda è ricercata dalla procura di Milano per terrorismo e sarebbe, secondo il procuratore Maurizio Romanelli, addestrata all’uso di armi e pronta all’esecuzione di qualsiasi ordine dell'Isis, anche quello di diventare una martire.
LA PRIMA KAMIKAZE NELL'85. La prima donna kamikaze fu nel 1985, durante la guerra civile in Libano, Sanaa Mehaidlia, che si fece saltare in aria al passaggio di un convoglio dell’esercito israeliano.
Dopo di lei ne vennero altre, in Palestina, in Iraq e in Siria. Difficile dimenticare le immagini delle donne vestite con la loro abaya nera chiusa dalla cintura esplosiva nel Teatro Dubrovka di Mosca nel 2002.
«Si deve, però, stare molto attenti alle differenze», dice Maurice Iskandar, giornalista franco-libanese, «le prime donne suicide, la libanese Sanaa Mehaidlia o la palestinese Wafa Idriss, diventarono bombe umane all’interno di gruppi politici nazionalisti e laici, non erano animate da furore religioso».
MA IL MOVENTE ERA DIVERSO. La loro scelta, prosegue, «per quanto orribile rappresentava una vera e propria azione di guerra contro un invasore militare come gli israeliani in Libano e in Palestina. Certamente da quando è apparso l'Isis sulla scena il fenomeno è cresciuto velocemente e, soprattutto, è stato molto abilmente comunicato dagli esperti di informazione che lavorano per il Califfo».
Fino a pochi anni fa, nella guerra santa le donne erano occupate solo nel ruolo di mogli e di madri. Un atteggiamento tipico dei gruppi religiosi integralisti, che faticano a superare la questione di genere e ad accettare le donne come combattenti.
LE DONNE DESTANO MENO SOSPETTI. L’impiego delle donne come attentatori suicidi o come combattenti nei gruppi jihadisti è una novità relativamente recente, dettato soprattutto da motivazioni strategiche.
Una donna appare meno sospetta ed è in grado di superare più facilmente i controlli.
Inoltre, gli ampi abiti tradizionali del Medio Oriente consentono di nascondere facilmente anche grandi quantità di esplosivo.

Al-Khansa e Umm al-Rayan: in Iraq e Siria forze di polizia dedicate

Scelte strategiche che negli ultimi mesi hanno raggiunto il loro drammatico apice con le bambine drogate e imbottite di esplosivo mandate a morire nei mercati nigeriani dai macellai di Boko Haram.
La nascita del Califfato nel 2014 ha consentito alle donne del jihad, non solo le aspiranti martiri, di fare un salto di qualità.
Nel suo configurarsi come Stato che applica una versione rigida della Sharia (legge islamica), l'Isis ha bisogno di strutture di polizia dedicate alle donne.
NASCONO LE BRIGATE ARMATE. Sono così nate due brigate armate femminili: al-Khansa e Umm al-Rayan, in azione a Raqqa, Siria, e nella provincia di al-Anbar, in Iraq.
Il loro mandato è di forza di polizia per la popolazione femminile. La rigida divisione di genere imposta dal Califfato impedisce ai poliziotti uomini di toccare e perquisire le donne. Le poliziotte vigilano sul rispetto delle regole per l’abbigliamento e di tutte le norme che hanno trasformato le donne di quei territori in prigioniere.
«Anche piccole violazioni delle regole», dice Hana, che vive a Raqqa, «sono punite con frustate date in pubblico o con l’esposizione alla gogna».
550 FOREIGN FIGHTER DONNA. «C’è un altro elemento di novità», dice Iskandar, «ed è l’arrivo in Siria e in Iraq di molte donne dai paesi occidentali per combattere il jihad. In Iraq, ad esempio, fino al 2005 non si registrano donne combattenti dall’occidente, fatta eccezione per il caso della belga Muriel Degauque, autrice di un attacco suicida. Oggi, invece, circa il 10% delle persone che lasciano l’occidente per entrare nelle fila dei jihadisti sono donne».
Stando a uno studio dell’Istituto per il Dialogo Strategico, sono almeno 550.
«DEDIZIONE MAGGIORE CHE NEGLI UOMINI». Dallo stesso rapporto emerge che «nelle jihadiste che arrivano da paesi occidentali si trova una violenza del linguaggio e una dedizione alla causa anche maggiore di quelle di molti uomini. Queste donne promuovono la realizzazione di attacchi terroristici nei paesi d’origine. Manifestano, inoltre, volontà e capacità di partecipare ad azioni militari, anche suicide».
I movimenti jihadisti sunniti hanno accettato le donne per interesse: «Dobbiamo inquadrare le operazioni suicide effettuate da donne», continua il rapporto, «in una strategia di guerra, la presenza delle donne in un campo normalmente riservato agli uomini contribuisce a motivarli e stimola il loro orgoglio. Inoltre, è una tattica militare che non costa molto e dà buoni risultati».
UNA QUESTIONE (ANCHE) MEDIATICA. L’impatto simbolico del jihadismo al femminile è utile anche in termini di comunicazione: «I movimenti jihadisti usano le donne nelle operazioni per garantire una maggiore copertura mediatica», afferma Iskandar, «evitando di esagerare per non cadere nella banalità e ridurre l’impatto».

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