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SPIRITO ASPRO 21 Novembre Nov 2015 0900 21 novembre 2015

Non solo Siria: quelle stragi «lontane», appiattite dalla distanza

Dall'Afghanistan fino a Gaza e al Pakistan: massacri quotidiani, che non ci scuotono più. Né ci riempiono di sdegno. 

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Una famiglia siriana in fuga dal Paese in guerra.

La storia, è noto, non si fa con i se.
Con i se si fa l'Ah, che non è un'esclamazione ma è la sigla di Alternate History, un genere che sta alla storia più o meno come la fantascienza sta alla scienza (in italiano si dice ucronia, ma sembra più un disturbo dell'umore, e forse in un certo senso lo è).
Tanto per capirci, piste classiche dell'Ah sono «se Cesare non fosse stato ucciso?» oppure «Se Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale?».
QUANDO UN 'SE' PUÒ CAMBIARE LA STORIA. Ma non c'è bisogno di attingere a eventi così lontani e prestigiosi, ognuno di noi può scrivere decine di Ah sul suo passato: e se quel giorno non mi fossi seduto vicino a quella ragazza alla mensa universitaria, oggi con chi sarei sposato?
Se a dodici anni non mi fossi rotta la caviglia a dodici anni sarei una star del pattinaggio anziché una dirigente di banca?
A qualche ultraquarantenne nato in Italia sarà capitato di domandarsi: e se papà non avesse avuto un contrattempo e quel 12 dicembre e non avesse cancellato l'appuntamento alla Banca dell'Agricoltura?
E se quella mattina d'agosto dell'80 mi fossi trovato alla stazione di Bologna anziché in autostrada sulla Ritmo dei miei?
E se la vigilia di Natale del 1984 avessi deciso di tornare dai miei a Sud non in auto ma in treno?
GLI ATTACCHI DI PARIGI? PER QUALCUNO SONO UN DEJÀ VU. E se… Per chi ha la mia età, gli attentati di Parigi sono una specie di dejà vu, aggiornato e aumentato.
Siamo cresciuti in un Paese in cui qualcuno collocava bombe in luoghi pubblici senza nemmeno il buon gusto di farsele esplodere addosso (unica eccezione, involontaria, il povero Giangiacomo Feltrinelli).
Erano personcine così schive e modeste che non firmavano chiaramente gli attentati o addirittura facevano cadere i sospetti su terzi, e nemmeno uno straccio di video in cui qualche omaccio barbuto, brandendo un ditone apocalittico, minacciasse morte e distruzione a tutti quelli che non credevano in quel che credeva lui.
Tant'è vero che a trenta, quarant'anni di distanza non si sa bene chi e perché le ha messe, quelle bombe, che hanno ammazzato gente di destra e di sinistra, uomini, donne e bambini, soprattutto cristiani cattolici, come a Parigi, ma anche protestanti e perfino shintoisti: se fai esplodere un ordigno in una grande stazione italiana in agosto hai buone probabilità di beccare tedeschi, americani e giapponesi.

Il confronto con le stragi che hanno sconvolto l'Italia

La sala d'aspetto della stazione di Bologna distrutta dall'esplosione della bomba.

Anche gli stragisti italiani volevano cambiare - eccome! - il nostro stile di vita a colpi di morte, anzi di morti.
Ed è difficile, per chi in quegli anni era abbastanza grande da guardare un telegiornale, non chiedersi: e se a quei tempi ci fossero stati la rete e i social?
Come abbiamo fatto a sopravvivere, ad elaborare, ad esprimere rabbia, sdegno e lutto, senza un hashtag in cui riconoscerci, senza un video virale da diffondere su Facebook, senza un passaparola o un messaggio rassicurante del premier da spargere via Whatsapp, senza una pic da cambiare o listare a lutto, senza follower con cui sfogarci né following cui chiedere lumi?
UN'ECO CHE SVANIVA IN POCHE ORE. Rispetto a quelle di oggi, le stragi di allora sembrano mute, primitive, claustrofobiche, i morti erano un elenco di nomi o poco più, non delle facce, delle bio, delle foto su Instagram, l'eco degli scoppi svaniva in poche ore anziché essere replicato, moltiplicato, riecheggiato per giorni e giorni da un'orchestra di media, digitali e no.
Perché non c'erano nemmeno le maratone televisive (la prima risale al 1981, e non seguì un dopo-strage ma la tragedia di Alfredino Rampi, il bimbo nel pozzo), né gli «approfondimenti» e i talk show in cui si urlava allo scontro di civiltà - anche se quello era, benché non ci fosse di mezzo nessun musulmano.
Eppure anche allora, quando l'informazione passava solo attraverso poche reti televisive e radiofoniche, scattò la psicosi, il passaparola isterico, la paura di ogni borsa lasciata incustodita su un binario o vicino a un sedile. Ma la potenza di fuoco della comunicazione sulle nostre emozioni era incommensurabilmente minore rispetto ai nostri giorni.
MASSACRI APPIATTITI DALLA DISTANZA. Ecco, da un punto di vista emotivo le stragi italiane di ieri sono lontane da noi nel tempo, rispetto a quelle parigine di oggi, tanto quanto lo sono nello spazio gli attentati che si registrano quotidianamente in Medio Oriente, in Afghanistan e in Pakistan.
Massacri bidimensionali, a bassorilievo, appiattiti dalla distanza e dall'abitudine, che non ci scuotono e non ci riempiono più di sdegno, come la grande lapide con i nomi delle vittime del 2 agosto nella sala d'aspetto della stazione di Bologna.
Ma anche oggi il cuore salta un battito davanti agli «anni 3» vicino al nome di Angela Fresu, la vittima più giovane della strage.
Piccola come i bimbi che ogni giorno muoiono in Siria, a Gaza, in Israele.

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