EMERGENZA 28 Novembre Nov 2015 1800 28 novembre 2015

Turchia, la piaga dei bambini siriani privati della scuola

Pochi soldi. Barriere linguistiche. Lavoro minorile. In Turchia niente educazione per 400 mila ragazzini. Tentati da nozze precoci e reclutamento armato.

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da Istanbul


Sono più di 400 mila, su un totale di 708 mila, i bambini siriani che vivono in Turchia e che non frequentano la scuola, per lo più a causa di difficoltà finanziarie.
Secondo l'Unicef tra gli sfollati interni alla Siria e i rifugiati negli altri Paesi sono più di 3 milioni i bambini tagliati fuori da ogni percorso educativo e formativo, mentre prima della guerra l’iscrizione alla scuola primaria era quasi del 100%.
GENERAZIONE A RISCHIO. Stephanie Gee, del programma per i diritti dei rifugiati di Human Rights Watch (Hrw), ha spiegato che «un’intera generazione è a rischio se non riusciamo a garantire loro l’accesso alla scuola».
E ancora: «Senza una reale speranza per un futuro migliore i profughi siriani disperati non hanno altra scelta che rischiare la vita in pericolosi viaggi verso l’Europa».
Dei più dei 2 milioni di siriani arrivati nel Paese solo 274 mila hanno accettato di entrare nei 26 campi profughi realizzati in Turchia.
La maggioranza evita di essere registrata, cercando di raggiungere l’Occidente.
INSEGNANTI SOTTO PAGATI. Rabia, che insegna arabo in una scuola per bambini rifugiati a Suruc vicino al confine siriano, dice che «ci sono troppe ragioni che spingono noi profughi a lasciare questo primo approdo sicuro, più di tutto pesano la certezza di non poter tornare a casa e l’assenza di un futuro vivendo in un campo profughi».
Rabia e i suoi colleghi siriani sono pagati 220 dollari al mese, tecnicamente definito come un incentivo perché non possono essere registrati come lavoratori normali nel Paese.
Un importo ben al di sotto dei 340 dollari del salario minimo turco.

Il primo ostacolo è quello delle difficoltà finanziarie

In Turchia sono le difficoltà finanziarie il principale ostacolo che impedisce ai bambini siriani di andare a scuola.
Ai rifugiati non è permesso lavorare legalmente, così la maggioranza non è in grado di pagare le tasse scolastiche, le spese di trasporto per raggiungere la scuola e il minimo di attrezzatura necessaria.
LAVORO MINORILE. Secondo Stephanie Gee «gli adulti trovano lavoro solo nel circuito informale, con redditi minimi non in grado di sostenere la famiglia. Quindi anche i bambini sono costretti a lavorare e la piaga del lavoro minorile dilaga tra la popolazione dei rifugiati siriani».
A Suruc incontriamo Abdallah, un bambino di 12 anni che lavora in un’officina tutti i giorni, anche il sabato.
E che riesce a frequentare la scuola solo per poche ore nel pomeriggio.
«Mi piace andare a scuola, ma sono troppo stanco per fare i compiti, da grande vorrei fare l’ingegnere come mio padre», dice.
BARRIERA LINGUISTICA. Su questa preoccupante dispersione scolastica pesano anche altri fattori come la barriera linguistica e frequenti fenomeni di difficile integrazione sociale che sconfinano nel bullismo.
Non sono rari, secondo Hrw, i casi di allontanamento forzato dalla scuola.

Fuori dai campi profughi l'iscrizione a scuola crolla drasticamente

La Turchia nel 2014 ha accettato di concedere ai bambini siriani l’accesso alle scuole pubbliche e di autorizzare i centri di formazione temporanei istituiti da enti di beneficenza o altre organizzazioni.
SOLO 212 MILA ISTRUITI. Nonostante questo, su un totale di 708 mila bambini in età scolare arrivati dalla Siria solo 212 mila sono stati iscritti alla scuola primaria e secondaria, secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione turco.
Il tasso di iscrizione alla scuola pubblica raggiunge quasi il 90% dei rifugiati all’interno dei campi, ma tra i quasi due milioni che vivono nelle città o nelle campagne del Paese questa percentuale crolla al 25%.
PERICOLO RECLUTAMENTO. Gee ha detto ancora che «garantire l’educazione a questi bambini significa ridurre i rischi di matrimonio precoce e di reclutamento da parte dei gruppi armati, ma anche offrire loro la speranza di un futuro economicamente più stabile».
Jan Egeland, del Consiglio norvegese per i rifugiati, ha dichiarato recentemente che «la comunità internazionale deve investire nella speranza e nel futuro dei rifugiati in Siria e nei Paesi dove arrivano, o dovremo prepararci ad accoglierne molti di più in Europa. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini senza speranze e con un solo sogno superstite: l’Europa».

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