ESTERI 2 Dicembre Dic 2015 1220 02 dicembre 2015

Guantanamo, le storie dei prigioneri per errore

Al Shamiri in cella 13 anni per uno scambio d'identità. Solo l'ultimo caso di una serie di tragici sbagli.

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Mustafa al Aziz al Shamiri.

Ha 37 anni Mustafa al Aziz al Shamiri, 13 dei quali trascorsi dietro le sbarre di Guantanamo.
Il problema è che tra le celle del campo di prigionia statunitense non avrebbe mai dovuto finirci. Non fosse stato per uno scambio d'identità, che l'ha portato invece a essere etichettato come una figura di spicco di al Qaeda, quando al Shamiri in realtà era poco più di un semplice miliziano yemenita. Solo ora i funzionari americani hanno riconoscituto l'errore e le autorità statunitensi dovranno decidere nel giro di pochi giorni se rilasciarlo o meno.
SCAMBIO D'IDENTITÀ. In un rapporto, il Pentagono ha scritto che l’uomo ha combattuto in Afghanistan, ammettendo al tempo stesso l'errore compiuto nel credere che rivestisse allora un ruolo più significativo nella rete guidata da Osama Bin Laden, essendo stato confuso con un’altra persona con un nome simile. Nei 13 anni trascorsi nel carcere di massima sicurezza, Mustafa si è preparato alla vita dopo Guantanamo. Ha frequentato corsi d'inglese, cucina e arte. «Avrebbe scelto un percorso diverso», ha spiegato il suo legale, «ma non può cambiare il passato».
La vicenda di al Shamiri, tuttavia, non rappresenta certo una novità per Guantanamo, già al centro di tragici errori giudiziari costati caro a persone scambiate per terroristi.
IN CELLA PER UN ERRORE DI TRADUZIONE. Stessa sorte di Mustafa è toccata a Emad Hassan, imprigionato per una traduzione sbagliata. Aveva appena 22 anni quando fu arrestato assieme ai suoi coinquilini in Pakistan, dov’era andato a studiare il Corano in una piccola università. Lì una traccia aveva condotto gli uomini dei servizi pachistani, alllettati dall’offerta degli americani, che dopo l'11 settembre avevano messo pesanti taglie su chiunque fosse sospettabile di far parte di al Qaeda: 5 mila dollari valeva Emad, spedito a Kandahar dopo qualche mese di torture. Ed è lì, nella locale base americana che il suo destino è stato segnato. Il giovane, mai impegnato in attività violente o anche solo politiche, di fronte alle domande di un americano assistito da un interprete che non sapeva bene l’arabo e gli aveva chiesto se avesse legami con al Qaeda, aveva risposto affermativamente. Peccato che il suo riferimento fosse ad al Qa’idah, un villaggio a quasi 100 chilometri dalla sua residenza in Yemen.
SUONO DEL COGNOME SIMILE. Ma c'è anche chi è finito a Guantanamo perché il suo nome suonava simile a quello di un ex comandante talebano, com'è successo a Mohammad Nasim: un anno dopo la cattura, la task force Usa ha asmmesso che era soltanto «un povero agricoltore arrestato per sbaglio». E chi non aveva nessuna voglia di unirsi al jihad, ma è stato convinto, come scrivono gli americani «per espiare i suoi peccati di aver fumato l'oppio e avuto rapporti prematrimoniali», come è successo al 21enne Asad Ullah, che «non ha mai espresso pensieri violenti o fatto minacce contro gli Usa o i suoi alleati durante la detenzione e non pone una minaccia futura agli Stati Uniti o ai suoi interessi».
UN TAGLIALEGNA E UN ANZIANO MALATO. E ancora Ezat Khan, un taglialegna finito a Guantanamo solo perché conosceva i sentieri di montagna tra l'Afghanistan e il Pakistan: un detenuto innocuo, che non rappresenta alcuna minaccia per l'America e che ha collaboratto con la task force, ma «le informazioni ottenute da lui e su di lui non hanno alcun valore né sono sfruttabili tatticamente». C'è infine l'89enne Mohammed Sadiq, malato di cancro alla prostata e di demenza senile, arrestato dopo che un amico del figlio aveva trovato un cellulare satellitare e una lista di numeri telefonici di individui sospetti.

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