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RIFLESSIONE 8 Dicembre Dic 2015 1100 08 dicembre 2015

Femminicidio, non abituiamoci all'orrore

La violenza maschile è all'ordine del giorno. Ma delegare alle istituzioni non basta più. Serve reagire per non trasformarsi in masse amorfe.

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Raffaella Presta, uccisa a 40 anni dal compagno.

A volte verrebbe da dire ai jihadisti, a quelli che vogliono far bere il nostro sangue occidentale ai loro destrieri arabi in piazza san Pietro: ma lasciate perdere, lasciateci stare che ci pensiamo benissimo da soli, che ad annientarci di follia non ci batte nessuno.
Raffaella Presta era una avvocatessa di una città della provincia benestante, non una ragazzina imbevuta di cattiva fiction ma una professionista di 40 anni che difendeva quelle come lei, schiave senza catene di un incubo fin troppo ordinario.
Ed è stata annientata dal compagno, uno che al colmo del rimorso ha mormorato ai parenti di lei mentre lo portavano via: «Ho fatto una stronzata».
UNA FOTO COME PROFEZIA. Raffaella aveva mandato al fratello e a un'amica la foto di lei tumefatta, come un necrologio, una profezia o un'eredità: guardate cosa mi ha fatto.
Otto giorni dopo, quell'avanzo di umanità che le stava a fianco ha cancellato i lividi, le ha sparato in faccia con la doppietta. Come si fa con una preda.
Ma lasciate perdere, amici nemici terroristi, che davvero non c'è bisogno di voi. Nessuno sa con precisione quante sono in questo 2015 le donne morte ammazzate, dicono 111, c'è chi ne conta di più, comunque l'anno non è ancora finito, in quello scorso più di 150, una ogni due giorni, ma poi ci sono quelle che si salvano a stento, quelle menomate, quelle che non guariranno mai dentro.
Vittime di uomo, di ferocia di maschio, che sale da un retaggio malato, dal fraintendimento mistico, la donna come possesso che quando si ribella la cancelli, «ho fatto una stronzata».
LO STILLICIDIO DELLA VIOLENZA. Nessuno sa come possa succedere, come sia potuto succedere anche a Raffaella che difendeva quelle come lei, eppure lo sapevano tutti. Lo temevano tutti. Lo aspettavano tutti.
Perché Raffaella annunciava la sua fine giorno per giorno, con i messaggi in bottiglia nel mare della Rete oppure disfandosi nella vita reale, testimoniando coi suoi lividi e la sua stanchezza, disertando lo studio legale. «Non è stato possibile aiutarla, lei voleva gestire da sola il suo dramma», dicono i colleghi.
Ma non è proprio così, è che succede una cosa molto più facile e terribile, che ci si abitua al dolore. Al dolore e alla vergogna; li si considera inevitabili, irrimediabili, chissà forse meritati, ci deve pur essere una ragione per tutto questo.
Si entra nella stanza dei fantasmi, lo stillicidio della violenza è come quelle febbri tropicali che uno pensa di debellarle ma intanto la febbre ti mangia dentro, insieme al corpo attacca l'anima e la spegne.

Gli individui devono agire per non diventare masse amorfe

Le scarpe rosse sono diventate il simbolo contro il femminicidio e la violenza sulle donne.

Raffaella Presta aveva spento la sua fiammella, aspettava solo l'ultimo fumo. È arrivata, inesorabile, la fucilata e tutti dicono: ma non è possibile.
Una volta la Thatcher ha detto: «La società non esiste», per dire che esistono gli individui dotati di scelta e responsabilità, non le masse amorfe.
Ma gli individui per non ridursi masse amorfe debbono agire, reagire. Perché accade qualcosa che è anche peggio di abituarsi al dolore e alla vergogna, accade che ci si abitui alla rassegnazione, al fatto compiuto.
La società esiste eccome, è fatta di poveri cristi che tirano avanti come possono, con le occhiaie e i capelli sporchi e i loro vizi e desideri in saldo e si sentono incolpare per tutto, dalle carestie alle sperequazioni alle mattane del clima a quelle dell'Isis ai drammi dei cosiddetti vip.
ABBIAMO IL DIRITTO DI STARCI MALE. Gente che conta niente e non ha colpa di un'altra femmina macellata, però ha un diritto che poi è un obbligo: starci male.
Non arrendersi al fatto compiuto di un'altra bara bianca con i fiori sopra. Abbiamo il diritto di starci male, di chiederci, e chiedere, fino a urlare, a che serve inasprire le pene, inventare nuovi reati come il femminicidio, se poi vengono disinnescati dai bizantinismi di un arabesco processuale, se un orco si pente, e quindi pretende il rito abbreviato che gli garantisce una quindicina d'anni che mai sconterà, che gli spalanca le porte dei soliti impresari del “Bene”, a far barchette di carta per un po' e poi di nuovo libero, a caccia di un'altra preda.
Su tutto questo bisognerebbe non trovare e non dare pace. Perché per certe cose non può esserci perdono, almeno non incorporato. Perché non ha senso chiedere “giustizia non vendetta”, se perfino una sacrosanta pena da scontare è considerata vendetta.
DELEGARE NON BASTA, TOCCA SPORCARSI LE MANI. Perché le barchette di carta non sono recupero, ma impunità. E, prima ancora, chi non conta niente ha un altro diritto che poi è un dovere: contare, intervenire, cambiare le cose nell'inerzia dei pachidermi istituzionali e sociali. Non si può delegare sempre.
Anche così non ci si abitua al dolore, al sangue, quello di chi ci sta vicino ma lontanissimo, oppure quello che coincide con lo stesso nostro.
Chissà quanto sperava Raffaella che qualcuno piombasse a strapparla dalla sua stanza dei fantasmi, dove sconfitta aspettava la fine.
Tocca sporcarsi le mani, compromettersi, sbattersi se c'è una vita in gioco. La vita di un'altra donna rinchiusa nell'orrore. Altrimenti non siamo più individui, né società, né niente. Abituarsi al dolore è orribile, ma abituarsi all'abitudine, questo sì che è imperdonabile.

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