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GIUSTIZIA 11 Dicembre Dic 2015 2145 11 dicembre 2015

Vatileaks 2, le incognite in caso di condanna

Estradizione, pena in Italia, diritto di cronaca: le incognite sull'applicazione della sentenza. Intanto il processo si ferma.

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Francesca Chaouqui durante la prima udienza del processo Vatileaks 2. Alla sua sinistra i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

Il processo Valileaks 2 si ferma per un paio di mesi, tempo necessario a eseguire le perizie informatiche richieste da alcuni imputati.
Una cosa, però, è certa. In caso di condanna tra estradizione, pena in Italia e diritto di cronaca, l'applicazione della sentenza presenterebbe non poche incognite.
Il procedimento in corso in Vaticano riguarda infatti imputati di nazionalità italiana: i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi, autori dei due libri al centro del caso, e la stessa Francesca Chaouqui, già componente della commissione istituita Oltretevere per le riforme economiche, accusata di aver divulgato materiale segreto.
IL CODICE VATICANO: PENA DA 4 A 8 ANNI. Il Codice vaticano prevede dai 4 agli 8 anni di carcere per questo reato, ai quali secondo l'accusa avrebbero concorso anche i due giornalisti. Per Francesca Chauoqui il quadro è aggravato anche dall'ipotesi dell'associazione a delinquere, che può far lievitare la pena da 3 a 6 anni aggiuntivi.
NON CI SONO PRECEDENTI. Se il Vaticano dovesse presentare una richiesta d'arresto all'Italia, sarebbe il primo caso in assoluto. Per qualsiasi atto istruttorio da eseguire in Italia, o tramite fonte posta in Italia, che si tratti di acquisire documenti o disporre intercettazioni, sarebbe necessaria una istanza di collaborazione giudiziaria da parte della Santa Sede. Che dovrebbe ovviamente passare dal ministero della Giustizia italiano. Al momento nessuna rogatoria è stata avanzata nell'ambito del Vatileaks 2. In via Arenula il caso è stato esaminato in linea generale e sotto un profilo puramente teorico: in concreto lo si affronterà a tempo debito, se le circostanze lo richiederanno.
MANCA UN TRATTATO DI ESTRADIZIONE. Un primo punto critico che si presenterebbe in caso di condanna è rappresentato dal fatto che tra Italia e Santa Sede non c'è un trattato di estradizione. Quindi, per un cittadino italiano condannato in via definitiva, o sottoposto a una misura cautelare nelle more del procedimento, l'Italia non potrebbe concedere l'estradizione se il Vaticano la richiedesse per poter eseguire la pena sul proprio territorio. A meno di non voler stilare un accordo ad hoc o di valutare alcune clausole dei Patti Lateranensi, che però non appare assimilabile a un trattato di estradizione.
LA SECONDA STRADA (A OSTACOLI). Il Vaticano ha però un'altra strada da percorrere: chiedere che un'eventuale pena sia eseguita in Italia, cosa prevista dall'articolo 22 del Trattato del 1929. Anche in quel caso, però, ci sono diversi ostacoli. Le autorità italiane, infatti, dovrebbero valutare la sentenza alla luce del nostro ordinamento e sulla base del principio della cosiddetta 'doppia incriminazione': il reato per cui viene comminata la condanna deve essere presente anche nel nostro codice o assimilabile a misure in esso previste.
LA TUTELA DEL DIRITTO DI CRONACA. Non solo: c'è un altro aspetto determinante. Per poter eseguire la condanna non devono presentarsi condizioni esimenti, che cioè mettono lo Stato italiano nella posizione di potersi o doversi esimere. E quasi certamente la sentenza, in quel caso, dovrebbe essere messa sotto la lente tenendo conto del diritto di cronaca e dei bilanciamenti previsti su questo piano dalla legislazione nazionale, visto che la vicenda coinvolge dei giornalisti e le loro pubblicazioni.

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