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RACCONTO 31 Gennaio Gen 2016 1430 31 gennaio 2016

Vivere a Milano da esodato senzatetto: la storia di Aldo

Aldo rimase senza lavoro e pensione nel 2012. A 61 anni. Tra dormitori fatiscenti, lavoretti, mense e ''concorrenza'' coi profughi. «Un consiglio? Mantenersi vivi».

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A Milano ci sono 5-6 mila persone che dormono per strada o nei dormitori.

Un sacco a pelo, qualche coperta e il freddo asfalto di Milano come guanciale.
Sopra la testa un cielo in cui brillano sempre meno stelle.
È la grigia vita del senzatetto.
Quella che Aldo conosce bene, perché la vive ogni giorno sulla sua pelle.
Aldo appartiene all’ormai scomoda e dimenticata categoria degli esodati, chi cioè è rimasto senza stipendio, senza assegno di pensione e senza ammortizzatori sociali.
Ma è riuscito a trasformare la sua disavventura in energia positiva.
Così oggi, attraverso il volontariato, aiuta chi come lui è in difficoltà.
E cura su Facebook la pagina “Spiazzati e visibili” per dar voce ai tanti dimenticati dallo Stato italiano.
PER COLPA DELLA FORNERO. «Tutto iniziò a ottobre del 2012, quando la legge Monti-Fornero decise che dovevo attendere altri cinque anni per andare in pensione. Lo Stato italiano mi mise con le spalle al muro a 61 anni, con una vita familiare difficile e in fase di separazione da mia moglie», racconta a Lettera43.it.
Senza più un letto su cui dormire, non ha potuto fare altro che chiedere aiuto.
Ha vissuto a casa di un amico per un anno, sfruttando le risorse accumulate nel tempo e cercando qualche lavoretto qua e là.
Nel 2013 passò l'anno offrendo consulenze di informatica.
«NON CERCANO QUELLI DELLA MIA ETÀ». «Le aziende però non avevano bisogno di consulenti, soprattutto quelli con una certa età. Quindi non ho potuto sfruttare il mio patrimonio di conoscenze per trovare un lavoro vero», spiega Aldo.

Vivere a parametro zero: niente vizi, belle abitudini e piaceri

Aldo decise quindi di prendere atto della sua situazione e di adattarsi: lasciò la casa del suo amico e cercò di vivere a parametro zero, eliminando vizi, belle abitudini e piaceri della vita.
Iniziarono così le lunghe code al freddo fuori dai dormitori pubblici, in cerca di un posto letto.
Ma senza alcuna fortuna: era maggio del 2013, mese in cui di norma il piano freddo del Comune di Milano finisce.
E quindi per lui niente posto.
LE NOTTI IN AEROPORTO. Ancora per un anno fu costretto a farsi ospitare ora da questo, ora da quell’altro amico.
Oppure a dormire a Linate e a Malpensa.
«Qui, se stai buono e tranquillo, ti tollerano. Ma se capita qualche casino, come una lite tra ubriachi, arriva la polizia e manda via tutti».
LA SVOLTA DEL VOLONTARIATO. La svolta è arrivata quando Aldo ha iniziato a frequentare un centro diurno della Caritas, La Piazzetta di Farsi Prossimo.
Qui lo hanno aiutato a trovare una via d’uscita: «Innanzitutto a livello psicologico. Mi hanno fatto capire che poteva ancora essere utile. Ho iniziato così a insegnare informatica per conto della Caritas. Ho tenuto corsi per giovani, meno giovani, disoccupati e persone in cerca di un riscatto. E poi corsi di formazione per richiedenti permesso di soggiorno».
CASA ALLOGGIO ALLA CARITAS. Nel frattempo la Caritas gli ha offerto un posto in una casa-alloggio.
Per sdebitarsi, oltre a tenere i corsi di informatica e i laboratori nei centri diurni, la sera assisteva i senzatetto con la Comunità di Sant’Egidio e con alcune parrocchie.

Sulla strada si trovano soprattutto persone tra i 40 e i 60 anni

Nel corso della sua esperienza, Aldo ha incontrato persone di tutti i tipi: dall’ex tossico che dormiva per strada alle ex badanti, arrivate in Italia a 40 anni e rimaste senza lavoro perché le famiglie non avevano più soldi per assumerle.
Ma sulla strada ha trovato soprattutto persone tra i 40 e i 60 anni: disoccupati, in cerca di lavoro, con un impiego saltuario o che vivono alla giornata.
«QUALCUNO NON REAGISCE». «Quest’ultima fascia d’età è quella che mi preoccupa di più», ospira Aldo, «perché non reagisce e si lascia andare».
E poi ci sono gli esodati come lui, in genere persone tra i 60 e i 65 anni.
Non si sa esattamente quante siano le persone nella situazione di Aldo in tutta Italia.
L’incognita sull’esatto numero mantiene alti i toni della polemica.
ALMENO 50 MILA DA TUTELARE. I sindacati parlano di 50 mila persone da tutelare.
Tuttavia, secondo l’ultima indagine online lanciata dalla commissione Lavoro del Senato tra i mesi di aprile e luglio 2015, su 1.645 ex lavoratori censiti, solo 1.177 rientrerebbero nella categoria degli esodati.
Esiste la possibilità che molti non abbiano compilato il questionario? Questo spiegherebbe il divario tra i dati ipotizzati e i poco più di mille contati dall’indagine.

Alla biblioteca Sormani la possibilità di leggere e navigare gratis

Che siano pochi o molti, il disagio esiste ed è grave.
C’è però chi non si lascia abbattere e reagisce.
Aldo è riuscito a trasformare dolore e solitudine in energia per aiutare il prossimo.
PASSIONE SCRITTURA. «Io, a differenza di tanti altri, ho cercato di mantenermi vivo. Ho scelto di fare volontariato e mi sono dedicato a lettura e scrittura», racconta.
«Oggi trascorro molte giornate alla biblioteca Sormani, che dà la possibilità di leggere e navigare gratuitamente su internet».
Qui, con tanto tempo libero a disposizione, sono nati alcuni dei suoi libri.
PUBBLICAZIONE NEL 2016. L’ultimo, scritto con l’Associazione Farsi Prossimo, è pronto per essere pubblicato nel febbraio 2016 a cura della Caritas.
È un libro sulla Milano misteriosa e solidale.
Per presentarlo è stato organizzato uno spettacolo teatrale con protagonisti gli “spiazzati”.
DORMITORI POCO SICURI. Parlando della sua esperienza, che sarà raccontata anch’essa in un libro, Aldo non lesina qualche critica.
Il problema grosso, secondo lui, sono i dormitori.
Alcuni gratuiti, come quello della Caritas in zona stazione Centrale.
Altri costano 50 euro al mese, come quello dei frati di via Saponaro o quello di viale Ortles, il dormitorio pubblico del Comune.
GLI OVER 65 SONO FUORI. «Con il grande paradosso che gli ultimi due non ti prendono se hai già 65 anni», si lamenta Aldo.
«Anche se ci sono le eccezioni: per esempio, in via Saponaro se sei albanese nessuno ti tocca, perché è gestito da albanesi».

Scarafaggi, poche brande e bagni sporchi

Chi bazzica la strada sa già se in un dormitorio ci sono gli scarafaggi, mancano le brande o i bagni sono sporchi.
I senzatetto hanno stilato una loro personale classifica.
Ma soprattutto, dice Aldo, «molto dipende da chi hai come vicino di letto. C’è chi si ubriaca, chi ti ruba gli effetti personali, chi fa clan con altri. Ci sono i musulmani, che accendono la luce di notte per pregare e non gli si può dire nulla».
RISCHIO COLTELLATE. E le regole? «A parte il dormitorio della Caritas, dove sono molto rigidi, mancano. Gli operatori preferiscono farsi gli affari loro, anche perché, a seconda di cosa dici, rischi una coltellata».
Molti senzatetto preferiscono dormire all’aperto perché non saprebbero difendersi dalla prepotenza, altri perché vogliono restare liberi e far tardi la notte.
LAVORATORI STAGIONALI. Poi ci sono persone - soprattutto croati, sloveni, rumeni - che dormono insieme sotto i portici e al mattino lavorano nei cantieri.
«Non possono usufruire dei dormitori perché non sono senzatetto, ma lavoratori stagionali. È evidente, però, che non hanno un reddito tale da potersi permettere di pagare un affitto».

Possibili soluzioni? Strutture pubbliche con permanenza annuale

Se trovare un dormitorio decente è faticoso, meno problematico è il mangiare.
«A Milano non si muore di fame. Esistono tante opportunità: io andavo alla mensa delle suore di Baggio o a quella dei frati di Tricolore. E alla sera molte associazioni di volontari offrono cibo, tè, caffè e conforto. Anzi, siamo tutti un po’ obesi perché ci danno soprattutto pasta e carboidrati», ride.
SITUAZIONE GESTITA MALE. Insomma non male, ma si può sempre migliorare.
Come? Aldo qualche idea ce l’ha.
«Il Comune potrebbe fare di più su due fronti. A Milano ci sono 5-6 mila persone che dormono per strada o nei dormitori. Tanto vale creare delle strutture pubbliche che consentano una permanenza annuale», consiglia.
«Altrimenti, nei mesi in cui finisce il piano freddo, ti ritrovi per strada».
SERVONO CONTROLLI. Ma c'è dell'altro: «Quando si affida un servizio ad associazioni private, è necessario effettuare controlli su come è condotta. In caso contrario, la situazione degenera».
Aldo fa alcuni esempi per spiegare meglio cosa intende: Nel 2015 i bagni del dormitorio di viale Ortles erano chiusi perché intasati. Il personale c’era, ma non puliva. In alcune zone i dormitori sono gestiti dai clan. È il caso di via Saponaro, che ho già citato prima. Oppure è capitato che in un dormitorio dei City Angels ci fossero solo le brande, niente cuscini o coperte».

I profughi ''favoriti'' dal contributo europeo di 85 euro

La critica più impietosa Aldo la rivolge agli operatori.
Troppi si sono improvvisati gestori di dormitori, ma non sono adeguati dal punto di vista professionale.
«Preparazione vuol dire avere la sensibilità di capire la persona. Non basta dare una coperta. In queste strutture manca del tutto l’assistenza sociale. E personale qualificato», sostiene Aldo.
PREVALE IL BUSINESS. Insomma, la componente della solidarietà esiste, ma il business sembra prevalere, perché le strutture devono far quadrare i conti.
«Prendiamo il dormitorio di via Isonzo, gestito dai frati minori di Sant’Angelo: nel 2014 era un misto di italiani e stranieri», racconta Aldo.
LA ''MODA'' DEL MOMENTO. «Dal giorno alla notte gli ospiti sono stati sfrattati per l’arrivo dei profughi. Lo Stato italiano, attraverso il contributo europeo, dava al dormitorio 85 euro per ognuno di loro. Mentre per ogni italiano stanziava solo 8 euro. Poi molti seguono la “moda” del momento per far parlare di sé», dice.
«Se fai volontariato non puoi organizzare un pranzo e avere tutti i giornali e le tivù che ti riprendono mentre servi insieme ai futuri sindaci. Dov’è il volontariato in quel caso?».

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