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INDAGINI 8 Febbraio Feb 2016 0953 08 febbraio 2016

Regeni, i punti oscuri delle indagini

L'autopsia conferma: è stato torturato perché presunta spia. Dalla teoria dell'incidente stradale a quella della partecipazione a una festa: tutte le lacune e i depistaggi sulla morte del ricercatore italiano.

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Il corteo funebre per Giulio Regeni a Fiumello (Ud).

Non solo il collo spezzato (per l'esattezza una vertebra cervicale): sul corpo di Giulio Regeni ci sono diverse fratture, ennesima conferma che il ricercatore friulano scomparso al Cairo il 25 gennaio e ricomparso morto la sera del 3 febbraio, è stato pestato a lungo e ripetutamente. Corroborando l'ipotesi che il ragazzo abbia subito lo stesso trattamento riservato alle spie.
I particolari che con il passare delle ore emergono dall'autopsia sul cadavere, arrivato in Italia sabato 6 febbraio, sono il primo e più solido argine ai depistaggi che continuano ad arrivare dall'Egitto.
Depistaggi che servono per tentare di coprire la più macroscopica delle evidenze: un vuoto di otto giorni, un buco che poco si concilia con l'«atto criminale» con il quale gli egiziani - lo ha ripetuto domenica il capo del dipartimento di sicurezza Garif Mostafa - vorrebbero spiegare la morte di Giulio.
UN BUCO DI 8 GIORNI DA SPIEGARE. Perché se davvero il ricercatore fosse stato ucciso in un omicidio d'impeto, in una rapina, per una lite finita male o altro, probabilmente lo stesso 25 gennaio, come mai il corpo è sparito per tutto quel tempo, nonostante le pressioni italiane? E come mai è ricomparso, guarda caso, proprio lo stesso giorno in cui è intervenuto personalmente il presidente al Sisi?
Secondo La Stampa, il ragazzo era entrato in contatto con il mondo dei taxisti e dei venditori ambulanti, categoria numerosa e rilevante nelle vie del Cairo. Per questo, Giulio era stato messo sotto l'attenzione della polizia segreta.
«Non ci accontenteremo di verità presunte», ha dichiarato il ministro degli Esteri Gentiloni in un'intervista a Repubblica, «come già abbiamo detto in occasione dei due arresti inizialmente collegati alla morte di Giulio Regeni. Vogliamo che si individuino i reali responsabili, e che siano puniti in base alla legge».
A chiarire il mistero potrebbe contribuire il computer portatile del ricercatore, trovato dai suoi genitori e consegnato agli inquirenti che indagano sulla sua morte.
LE IPOTESI SMENTITE. Sembra però che chi nel nome di quella legge dovrebbe agire sia il primo a confondere le acque. L'ultimo tentativo viene da un articolo del giornale filo governativo al Ahram: il quotidiano scrive che le indagini degli apparati di sicurezza hanno «analizzato gli ultimi momenti prima della scomparsa della vittima ed hanno constatato che era ad una festa in compagnia di un certo numero di amici». Il quotidiano non cita però alcun testimone che abbia visto Giulio alla festa, mentre le uniche due fonti per ora accertate, un amico e un'amica, assicurano che Giulio alla festa non c'è mai arrivato.
La pista della festa segue quella degli arresti, quella dell'omicidio a sfondo sessuale - l'autopsia ha stabilito che non ci sono segni di abusi o violenze - e, prima ancora, quella dell'incidente stradale. Tutte teorie finite nel nulla.
E l'Italia non resterà sola nella sua battaglia per la verità. Secondo il New York Times, infatti, il caso potrebbe essere sollevato nell'incontro in programma a Washington tra il ministro degli Esteri egiziano Shoukry e John Kerry, e in una missione al Cairo dell'incaricata del dipartimento di Stato Usa per i diritti umani. «È probabile che si parli del caso», ha scritto il New York Times, «visto da molti come un altro segnale allarmante di abusi da parte della forze di sicurezza in un Paese dove detenzioni arbitrarie e torture stanno diventando sempre più comuni».
IL CAIRO: «LO TRATTIAMO COME FOSSE EGIZIANO». Il Cairo, intanto, continua a sostenere la sua posizione. Il ministro dell'Interno egiziano, Magdi Abdel Ghaffar, in una conferenza stampa al quartiere generale della Sicurezza nazionale ha sostenuto che «tutti i nostri apparati si concentrano in gran parte a risolvere questo caso: respingiamo tutte le accuse e le allusioni ad un coinvolgimento della sicurezza».
Ghaffar ha aggiunto: «Non trattiamo assolutamente l'italiano come una spia ma come se fosse egiziano. È un atto criminale». Negata fortemente anche l'ipotesi che Regeni potesse essere stato arrestato dalle autorità locali: «Abbiamo confermato ripetutamente che il signor Regeni non è stato imprigionato da alcuna autorità egiziana».

I punti oscuri delle indagini

LA FESTA DOVE NON È MAI ARRIVATO. L'autorevole quotidiano filo-governativo egiziano Al Ahram, citando imprecisate fonti vicine all'indagine, scrive che prima di scomparire il 25 gennaio Regeni ha partecipato a «una festa in compagnia di un certo numero di suoi amici». Questa informazione mette in dubbio l'unica certezza finora consolidata: il ricercatore doveva incontrare una persona a una festa di compleanno dove si stava recando verso le 20, ma dove (secondo quanto si desume da una sintesi di dichiarazioni alla polizia rese dal suo amico Omar Assad) non è mai arrivato. Stando a indiscrezioni si trattava del compleanno di una persona matura e non di una festa fra giovani.
UN ITALIANO L'ULTIMO CONTATTO. Secondo il capo degli inquirenti egiziani, è un lettore universitario italiano l'ultimo ad aver parlato al telefono con Regeni. «L'ultima persona con cui c'è stata una chiamata è un suo amico italiano, Gennaro Gervasio», ha detto il capo della procura di Giza, Ahmed Nagy, rispondendo alla domande su chi sia, stando alle indagini, l'ultima persona che Regeni ha visto o con cui ha scambiato chiamate telefoniche o messaggi.
Come indicano siti accademici, Gervasio è lettore di Politica mediorientale al dipartimento di Scienze politiche dell'Università britannica del Cairo (Bue). Nella sua pagina Facebook viene ricordato che si è occupato di 'Middle Eastern studies presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
L'INCIDENTE STRADALE INESISTENTE. Non è escluso che la ricostruzione di Al Ahram sia un nuovo sviamento dopo quello della prima ora, a suo tempo avvalorato anche da una fonte ufficiale (il direttore dell' 'Amministrazione generale delle indagini' di Giza, generale Khaled Shalabi) secondo il quale «le indagini preliminari» parlavano «di un incidente stradale». Ipotesi negata anche dalle immagini rilanciate dal sito del Corriere della Sera, dove non si notano tracce di frenata accanto al luogo del ritrovamento del cadavere.
E non combaciano con un incidente nemmeno i vari segni di tortura trovati sul cadavere. Bruciature, fratture, tagli su tutto il corpo, comprese le piante dei piedi, entrambe le orecchie mozzate nella parte alta. A Regeni, spiegano inoltre le fonti, è stata strappata un'unghia della mano e una del piede.
DELLA VEDOVA: «NON ERA UN INFORMATORE». Smentita dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova la voce secondo cui il giovane sarebbe stato un informatore dei servizi segreti italiani: «È palesemente senza fondamento», ha detto Della Vedova in un'interrogazione alla Camera sulla morte al Cairo del ricercatore italiano. «La solerzia dell'ambasciata è un elemento dovuto e, nella drammaticità, positivo. Chi sta al Cairo o in altre città complicate sa che non sta a New York», ha aggiunto rispondendo a quei deputati che hanno sollevato la questione di un impegno dovuto ma «particolare» sul caso Regeni.
LO SCAMBIO DI PERSONA. La scomparsa il 25 gennaio - quinto anniversario della rivoluzione egiziana in una Cairo blindata dalla polizia per evitare il ripetersi di scontri con decine di morti accaduti nei due anni precedenti - aveva fatto pensare ad un arresto. La circostanza è stata accreditata dal fermo di uno 'straniero' in data imprecisata a Giza (la circoscrizione amministrativa della capitale dove abitava Regeni) segnalato senza fonti dirette dal sito Noon Post.
Ma l'episodio potrebbe riferirsi a quello di un americano, avvenuto il 24 gennaio. Fonti ufficiose (il portavoce, oggi il vice dell'Interno) hanno smentito che Regeni fosse in mano a polizia o qualsiasi altro tipo di servizio di sicurezza sotto controllo. In questa direzione si possono leggere anche le assicurazioni fatte dal presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al premier Matteo Renzi (ordine di 'svelare tutte le circostanze').
LA CITTÀ DEL 6 OTTOBRE. È a Nord di questo agglomerato, all'estrema periferia ovest della capitale, che il corpo di Regeni è stato rinvenuto, sopra il cavalcavia Hazem Hassan ai margini della 'Desert road' verso Alessandria, da un autista di taxi la cui vettura era finita in panne. Ed è da qui che, secondo «una fonte della sicurezza del ministero dell'Interno» citata dal sito Shourouk News, sono partite chiamate nelle «tre ore precedenti la sua scomparsa». Una fonte ufficiale citata da Al Ahram ha segnalato indagini «approfondite» negli appartamenti dell'agglomerato. Propri in questo quartiere, secondo una fonte del Corriere della Sera, si troverebbe una sede della Amn el Dawla, la Sicurezza di Stato.

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