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LA MODA CHE CAMBIA 14 Febbraio Feb 2016 1200 14 febbraio 2016

Fuori l'Islam che non manda le figlie a scuola

Solo il 33% delle ragazze egiziane in Italia arriva al liceo. Anche questo è terrorismo.

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Il Miur ha rilevato tassi allarmanti di abbandono scolastico tra le ragazze nate da genitori di religione musulmana.

In Italia l’obbligo scolastico richiede la «permanenza nel sistema dell’istruzione per dieci anni, indipendentemente dagli esiti». Questo significa che, per ipotesi, si può essere bocciati a ripetizione, ma fino ai sedici si resta nelle aule scolastiche. Malissimo che vada, si respira quel clima e si resta esposti, nel senso più positivo del termine, al nostro sistema educativo fino a quella età. Le varie riforme che si sono succedute negli ultimi vent’anni miravano a portare l’obbligo di frequenza fino a diciotto anni, come accade per esempio in Ungheria; nessuna ha avuto il coraggio e la forza per farlo, ma la riforma Berlinguer riuscì ad introdurre il principio secondo il quale chi non intendeva completare gli studi, riuscisse almeno a conseguire un diploma professionale nei tre anni successivi alla scuola media e dunque essere avviato al lavoro.
MENO DEL 50% DELLE EGIZIANE ARRIVA ALLE MEDIE. Ci sono voluti quasi cento anni perché si arrivasse a questo, pur parziale e discutibile traguardo, e questa è una legge dello Stato, che chi risiede sul territorio italiano è tenuto a rispettare. È un obbligo, la cui violazione comporta una responsabilità penale per i genitori. Per questo, i dati del Miur che registrano il tasso di abbandono scolastico delle ragazze islamiche residenti nel nostro Paese (ve ne cito alcuni, in caso non li aveste letti: meno della metà delle bambine egiziane arriva alla scuola media, solo 33 su cento al liceo, e cifre di poco migliori riguardano le bangladesi e pakistane) semplicemente non dovrebbero esistere.
L'IPOCRISIA DEI RESPONSABILI DELLE COMUNITÀ. Dovrebbero essere dei non dati. E per questo, e in misura ancora maggiore, ho trovato inappropriato, per non dire intollerabile, che i responsabili delle comunità islamiche in Italia dichiarassero al Corriere della Sera di essere «stupiti» e «dolenti» per queste percentuali, quasi non ne fossero a conoscenza o non fosse loro compito precipuo spiegare a chi arriva in Italia, in virtù del ruolo di mediatori culturali che rivendicano a ogni pié sospinto e meglio ancora a favore di telecamera, che le leggi di questo Paese non ammettono che all’arrivo del ciclo mestruale una bambina venga ritirata da scuola e chiusa in casa fino al matrimonio.
IL DRAMMA DELLE SPOSE BAMBINE. Oppure rispedita nel Paese d'origine per contrarre matrimonio in età minore e quindi portare in Italia il marito grazie alla legge sul ricongiungimento familiare (ricordate il caso della quindicenne romena trovata semi-assiderata dalla Polfer in una Renault abbandonata nei pressi della stazione di Lambrate, a Milano, poche settimane fa? Mi ero informata per aiutarla: ho scoperto dal direttore dei servizi sociali del Comune di Milano che non era affatto una senzatetto, come pubblicato da molti colleghi, ma che fuggiva dal marito, al quale ha dovuto essere riconsegnata il giorno successivo. Ripeto: noi che stiamo qui a parlare di diritti civili e di Cirinnà abbiamo riconsegnato una quindicenne al marito, che è lecito immaginare violento).
SONO NEET 7 RAGAZZE IMMIGRATE SU 10. Questi mariti di spose bambine, sulle quali scriviamo tutti articoli sempre e naturalmente dolenti su tutte le riviste femminili ignorando di averne a centinaia in casa nostra, contribuiranno a far ingrossare le già spaventose fila delle neet immigrati: donne che non studiano, non lavorano, non seguono corsi di formazione. Il rapporto del Ministero dell’istruzione segnala che questo penoso destino attende sette ragazze su dieci.
UNA VERGOGNA NEL PAESE DI MARIA MONTESSORI. Questo succede nel Paese che ha dato al mondo Cristina di Belgiojoso, Maria Montessori e Santa Francesca Saverio Cabrini, cioè tre fra le massime teoriche, sperimentatrici e sostenitrici dell’educazione femminile della storia mondiale. Troverei dunque corretto che «il giovane presidente che ha cambiato toni e linea dell’Ucoi, Izzedin Elzir», come scrive il Corriere della Sera, oltre a dolersi a profusione e a dichiararsi molto «colpito dal fatto che nel 2016 ci siano persone che non mandano i figli a scuola», consacrasse un po’ del proprio tempo alla formazione delle comunità che presiede, spiegando ai nuovi arrivati che non si può vivere in Italia come nel proprio villaggio in Senegal, in Egitto o in Pakisthan, e che facendolo se ne violano le leggi.
PERCHÉ NON ESPELLERE I GENITORI CHE SEGREGANO? Con rischi lievi, giusto un'ammenda, purtroppo. Proprio per questo motivo mi domando, provocatoriamente, se non sarebbe ipotizzabile l’estensione della pena prevista per reati di terrorismo ai genitori, immigrati (e non: simili abiezioni sono diffuse anche a livello nazionale), che segregano le figlie adolescenti in casa, impedendo loro di accedere all’istruzione e agli stessi diritti garantiti alle donne italiane. Chiedo cioè per loro l’espulsione. Una misura drastica, ma meno provocatoria e/o eccessiva di quanto sembri di primo acchito. Vi spiego perché.
LA DISEGUAGLIANZA GENERA VIOLENZA. Infiniti studi, in tutto il mondo, dimostrano che lo sviluppo di una società dipende in buona parte dal grado di istruzione delle donne che ne fanno parte. Per il suo ruolo fondamentale, insostituibile, nella formazione del carattere e del pensiero dei figli, della loro percezione del mondo che li circonda. Una madre poco istruita, succube del marito economicamente, psicologicamente e quasi per fatale conseguenza anche fisicamente («in Turchia la violenza domestica è molto diffusa», diceva di recente alla 27esima Ora Selim Gulesci, ricercatore turco al Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi), forzatamente impermeabile agli stimoli esterni, diventa per il figlio maschio l’esempio primigenio della sudditanza femminile all’uomo e la prova della sua inferiorità, ma anche la prima voce e la prima interprete di una visione limitata e predatoria del mondo. Da questa visione sperequata della società e dei rapporti fra uomo e donna (riassumo un’analisi che potrebbe estendersi per interi volumi), può avere origine – non dico sia automatico, ma altamente possibile – lo stesso radicalismo che tentiamo di combattere (purtroppo, al momento, con scarsi risultati) altrove e ovunque.
DIRITTI CORANICI OGGI INACCESIBILI. Sono sicura che se qualcuno si premurasse di verificare il grado di istruzione delle madri dei terroristi di Parigi e di Istanbul troverebbe delle conferme. Il radicalismo nasce fra le mura in cui donne senza volto, senza cultura, senza identità, crescono i propri figli, instillando nei loro occhi, nelle loro menti infantili paura, sottomissione, superstizioni. E la propria ineffabile miseria. Non ha alcuna importanza, come agitano schiere di sostenitori dell’Islam, che le leggi coraniche e della sunna prevedessero fin dal VII secolo diritti in materia di matrimonio e patrimonio che l’Occidente ha dovuto attendere secoli, nel caso dell’Italia più di un millennio, prima di ottenere. Perché lo stanno dicendo a noi che abbiamo potuto studiare fino a quando abbiamo voluto, che abbiamo potuto uscire di casa liberamente, lavorare fino allo sfinimento, combattere per le nostre opportunità (con risultati sempre discutibili, d’accordo, epperò). Noi possiamo ascoltarli e, dopo averlo fatto, verificare la veridicità delle loro parole. Le donne a cui questi fantastici diritti sarebbero destinati, invece non possono. Non possono saperlo, perché nessuno consente loro di leggere.

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