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GIALLO 18 Febbraio Feb 2016 1530 18 febbraio 2016

Giulio Regeni, 5 domande ancora senza risposta

Perché è stato torturato come un egiziano? Come mai l'Aise è stata così reattiva? Cosa c'entra piazza Tahrir? Il suo cv l'ha inguaiato? Gli stranieri ci despistano?

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La morte di Giulio Regeni è una brutta storia che si complica sempre di più.
Del ricercatore italiano ucciso al Cairo si è ricostruito che se ne sono perse le tracce sotto casa il 25 gennaio 2016, nel quarto anniversario delle rivolte di piazza Tahrir, e che il giovane è stato torturato fino alla morte.
«È STATA LA FRATELLANZA». È certo anche che, segnalata la sua scomparsa, in Egitto sono scattati depistaggi interni per insabbiare il caso, ai quali si stanno aggiungendo numerose «indiscrezioni» non confermate di diversi media stranieri di opposti schieramenti.
L'ultimo rumor, del portale filo-governativo Youm7 che cita fonti della procura di Giza smentite poi dalla stessa, è su Regeni «ucciso da agenti segreti sotto copertura, molto probabilmente della confraternita terrorista dei Fratelli musulmani, per imbarazzare il governo egiziano», pista quanto meno discutibile, sulla quale il «procuratore egiziano e la controparte italiana» starebbero lavorando insieme.
MOLTI INTERESSI STRANIERI. Da parte del regime di Abdel Fatah al Sisi, legittimato come male minore dall’Occidente, c’è grande ambiguità.
Ma grandi sono anche gli interessi economici e strategici delle potenze straniere che ruotano attorno all’ex regno dei faraoni.
In questo contesto molto suscettibile di disinformazione si muovono gli investigatori italiani per far luce su un omicidio strano, di per sé e per alcune delle dinamiche emerse.
A due settimane dalla scoperta del corpo di Regeni nella periferia del Cairo, Lettera43.it riflette su cinque punti interrogativi.

1. Altri attivisti occidentali arrestati, ma non torturati e uccisi: perché Giulio sì?

Candele in ricordo di Giulio Regeni, davanti all'Ambasciata italiana al Cairo (Getty).  

Se si confermassero le responsabilità delle autorità egiziane, sulle quali gravano pesanti indizi, il 28enne Regeni, ricercatore universitario e collaboratore di alcuni giornali, sarebbe l’unico occidentale con questo profilo morto in un delitto di Stato sotto la presidenza di al Sisi.
REGIME DI CENSURA. Lo Stato di polizia egiziano ha imposto la censura, gli occhi e le orecchie dei servizi segreti sono ovunque, incluse le università, ed esistono anche precedenti di giornalisti occidentali, della tivù qatariota al Jazeera vicina ai Fratelli musulmani, e di attivisti di Ong americane arrestati e processati.
DUREZZA SPROPOSITATA. Ma sono stati imprigionati, non seviziati e uccisi, e diversi di loro infine rilasciati.
Con Regeni invece il regime del Cairo si è comportato come per le migliaia di oppositori egiziani: arrestati, torturati, spesso anche uccisi durante le manifestazioni
Perché tanta durezza verso uno straniero di un Paese che il generale al Sisi vuole tenersi amico?
Di una nazionalità poi, quella italiana, in generale considerata più amica di quelle anglosassoni?

2. L'omicidio proprio nell'anniversario delle rivolte di piazza Tahrir: un caso?

Nella morte di Regeni potrebbe aver giocato un ruolo decisivo la data: è il giorno più blindato dell’Egitto di al Sisi.
Nel 2015, in un corteo pacifico per l’anniversario della cosiddetta rivoluzione del 2011, al Cairo fu uccisa senza motivo l’attivista laica Shaimaa el Sabbagh.
Diretta a deporre fiori in piazza Tahrir, la giovane fu colpita a distanza ravvicinata da uno dei tanti «proiettili di gomma» che sfuggono di mano agli agenti nelle proteste, anche contro i minorenni.
ERA VIETATO SPOSTARSI. Per legge in Egitto sono vietati gli assembramenti di più di 10 persone e ogni 25 gennaio è proibito anche spostarsi da una riva all’altra del Nilo, verso il centro e piazza Tahrir, come invece era apprestato a fare quella sera Regeni.
Giulio, proabilmente già schadato e monitorato dai servizi segreti egiziani, potrebbe dunque, per una di quelle concomitanze di eventi che spesso determinano le tragedie, essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato?
In particolare nelle mani di un poliziotto sbagliato?

3. Regeni faceva ricerche per Cambridge: il curriculum lo ha inguaiato?

Decisiva potrebbe essere stata anche la presenza di Regeni all’incontro dei sindacati egiziani indipendenti al Cairo, l’11 dicembre 2015: un’opposizione, in particolare quella degli ambulanti, vicina alla Fratellanza musulmana, per il regime «organizzazione terroristica».
Il ricercatore stava scrivendo una tesi di dottorato per la Cambridge university sui sindacati egiziani e tra il 2013 e il 2014 aveva anche lavorato alla stesura di «analisi globali» per la società internazionale di consulenza geostrategica Oxford Analytica: una notizia che ha infiammato il dibattito su Regeni come possibile - anche indiretto - informatore di qualche servizio segreto.
UN'INTELLIGENCE PRIVATA. La famiglia ha smentito questa circostanza, ma grandi gruppi come Oxford Analytica, fondati in genere da ex dei servizi di sicurezza, sono leader nella raccolta e nella vendita ad aziende e governi di informazioni riservate: larga parte dell’intelligence statale viene oggi appaltata, come le guerre, a contractor privati e anche a centri di ricerca universitari.
RICERCHE CHE LO HANNO ESPOSTO. Un curriculum del genere può aver sicuramente esposto Regeni a venire attenzionato dai pervasivi servizi di sicurezza egiziani: che ruolo hanno dunque le ricerche del brillante dottorando italiano per istituti e istituzioni anglosassoni, in questo giallo?

4. L'Aise si è mobilitata subito: Regeni era considerato a rischio?

  • Il ricercatore della Cambridge University Giulio Regeni, ucciso al Cairo.

Nella dinamica degli eventi, colpisce anche l’immediata segnalazione della scomparsa di Regeni alla diplomazia italiana e il conseguente, rapido invio al Cairo del direttore dell’agenzia d’intelligence italiana esterna (Aise) Alberto Manenti.
Secondo la ricostruzione ufficiale, il professore Gennaro Gervasio che alle 20.30 avrebbe dovuto incontrare Giulio in un locale a due passi da piazza Tahrir, già alle 23.30 di quella sera ha chiamato l’ambasciatore italiano al Cairo, quasi Regeni fosse considerato un connazionale a rischio, ben seguito dalla Farnesina.
L'INFLUENZA DEI SERVIZI. Manenti è rimasto in Egitto fino al 4 febbraio, giorno in cui è stato anche scoperto il corpo del ragazzo ai margini dell’autostrada Il Cairo-Alessandria, e sul caso tra la procura e la polizia egiziane c’è anche stato uno scontro: la prima ha subito indagato per omicidio, la seconda sostenuto la tesi «dell’incidente stradale».
I servizi segreti italiani hanno influito in qualche modo in questo intreccio e la tempistica nel ritrovamento del cadavere è solo una coincidenza?

5. Media stranieri concorrenti dell'Italia iperattivi: per rovinare i rapporti?

Infine l’iperattivismo dei grandi media internazionali sul caso Regeni, con inchieste «esclusive» e l’ausilio di fonti «confidenziali».
L’agenzia britannica Reuters ha anticipato i dettagli dell’autopsia, grazie a un «informatore dell’autorità forense egiziana», citando «sette costole rotte, segni di scariche elettriche sul pene» e altri dettagli di torture.
L’americano New York Times ha riportato che i servizi segreti del Cairo erano convinti che Regeni fosse una spia perché aveva contatti con i Fratelli musulmani: un'ipotesi non creduta però da un amico egiziano del ricercatore.
TESTIMONI NON ATTENDIBILI. Altri 'testimoni' degli spostamenti del 25 gennaio di Regeni sono risultati inattendibili all’analisi dei tabulati telefonici da parte degli investigatori italiani.
Sono insomma in atto molti depistaggi: dal Cairo certamente, ma anche potenze occidentali come Gran Bretagna e Usa potrebbero essere molto interessate a rovinare le buone relazioni diplomatiche e i legami economici tra l’Italia e l’Egitto, non ultima la scoperta dell’Eni di un maxi giacimento petrolifero nelle acque egiziane.
Con così tante manovre, potrà mai essere fatta luce sulla morte di Regeni?


Twitter @BarbaraCiolli

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