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INTERVISTA 24 Febbraio Feb 2016 1600 24 febbraio 2016

Campanini: «Su Regeni solo verità costruite»

Il Cairo parla di vendetta personale. E le torture? «Un'esecuzione programmata», dice Campanini, esperto di islam. «Ma non ci conviene destabilizzare al-Sisi».

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I motivi della tortura e dell’uccisione di Giulio Regeni appaiono ancora più difficili da decifrare se si considera il particolare momento che sta vivendo l’Egitto: quello che Massimo Campanini, docente di Storia dei Paesi islamici all’Università di Trento, definisce «un Paese spaventato dalla crisi economica, dal terrorismo interno ed esterno e dalle minacce che arrivano dalla Libia».
Inoltre «fragile sullo scacchiere internazionale e guidato da un regime, quello di Al Sisi, che sembra forte, ma in realtà è debole».
SCINTILLE EGITTO-ITALIA. Le ultime ipotesi formulate dal ministero dell'Interno egiziano parlando di un omicidio premeditato per una vendetta causata da motivi personali.
Ma il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha subito risposto che l'Italia «non si accontenterà di una verità di comodo né di piste improbabili come quelle evocate dal Cairo».
Quel che è certo è che l'Egitto dopo l'assassinio ne esce con un'immagine ancor più deteriorata.
Campanini spiega: «Se si ascrive l’omicidio ad apparati dello Stato, è incomprensibile che il governo non avesse fatto i conti con il rischio di un ulteriore indebolimento dovuto alle pressioni internazionali e al conseguente aggravio dell’isolamento».
«ESECUZIONE PROGRAMMATA». Il professore esprime le sue perplessità a un mese dalla sparizione del ricercatore friulano ritrovato senza vita ai bordi dell’autostrada che dal Cairo va ad Alessandria.
«Ci sono ancora troppi interrogativi in questa vicenda e la frequente violazione dei diritti umani nel Paese non basta a giustificare la ferocia con cui il ragazzo è stato ucciso. Sembra un’esecuzione studiata e programmata, assolutamente non dovuta a un errore».


Massimo Campanini, docente di Storia dei Paesi islamici all’Università di Trento.


DOMANDA. Quanto siamo lontani dalla verità?
RISPOSTA. Quando ci sono di mezzo i servizi segreti è difficile che se qualcosa viene fuori sia la verità. È quasi sempre una verità costruita.
D. Cosa pensa sia accaduto a Regeni?
R. È probabile che, senza volerlo, abbia dato fastidio a qualche pesce grosso, e che durante le sue ricerche abbia avuto contatti con persone inserite nella lista nera del Mukhabarat (l’intelligence egiziana, ndr) e che li abbia frequentati. Ma questo non basta a giustificare quell’esecuzione.
D. Perché?
R. Pochi mesi fa un gruppo di miei studenti è andato al Cairo a intervistare dei membri dell’opposizione. Li hanno incontrati più di una volta, hanno fatto il loro lavoro e sono tornati in Italia. Non li ha fermati nessuno. Io stesso, durante i momenti più caldi della contestazione a Mubarak, sono stato a lungo in contatto con membri dei Fratelli musulmani.
D. Però l’Istituto per gli studi sui diritti umani del Cairo (Cairo Institute for Human Rights Studies) ricorda che negli ultimi tempi la repressione si è molto accentuata.
R. Io ci sono stato l’ultima volta nel 2015, ma mi dicono che in effetti le cose sono peggiorate. Il clima di repressione comunque non spiega un’esecuzione di quel tipo contro un ricercatore straniero: è un’operazione da cui lo Stato ha solo da perdere.
D. Il quotidiano filogovernativo Youm7 attribuisce l’omicidio ad agenti segreti vicini ai Fratelli musulmani. Sembra un chiaro depistaggio del governo per spostare le colpe sullo storico nemico interno.
R. I Fratelli musulmani sono il classico capro espiatorio. Sono i primi sui cui il governo scarica ogni colpa. Basti pensare che negli ultimi anni sono stati vittima di una repressione sanguinosa, e oggi la grande maggioranza è in galera o in esilio.
D. E quelli rimasti in patria?
R. Sono in clandestinità, ma è impossibile che abbiano voluto uccidere un ragazzo italiano con l’obiettivo di destabilizzare il governo. Perché, in ogni caso, i rischi sarebbero superiori ai possibili risultati.
D. Un altro giornale vicino al governo, Al Youm Al Saba, sostiene invece che l’operazione è da accreditare al Mossad (il potente servizio segreto israeliano, ndr) perché Tel Aviv sarebbe interessata a intervenire nell’affare dei giacimenti di gas nel Mediterraneo, nel quale ha interessi l’Eni.
R. Anche questa ipotesi è abbastanza fantasiosa. È vero che Israele è interessato al Medio Oriente destabilizzato, perché è in questa condizione precaria, non avendo nemici abbastanza potenti per aggredirlo, che si sente più sicuro...
D. Però?
R. Che Israele decida di uccidere un ragazzo di un Paese con il quale ha ottimi rapporti solo per accrescere questa instabilità non mi sembra credibile.
D. Questa vicenda è indicativa anche della pesante situazione in cui si trova l’attività accademica in Egitto, come denunciato da alcuni studenti e ricercatori, che si appellano all’articolo 21 della Costituzione egiziana (che garantisce la libertà delle istituzioni universitarie). Lei, da accademico, cosa ne pensa?
R. In ogni Paese dove il potere è gestito in modo autoritario, anche agli alti livelli di tutte le istituzioni, inclusa l’Università, vengono messe persone interne al partito di governo o comunque gradite al regime. Accadeva anche da noi, durante il fascismo.
D. Fare i ricercatori è dunque pericoloso?
R. È chiaro che, in quel contesto, un conto è fare ricerche sui problemi della produzione agricola, ben altra è farle sui problemi della democrazia.
D. Regeni avrebbe pagato così a caro prezzo il suo lavoro di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani?
R. Non lo so, ma ripeto: gruppi di miei studenti sono stati recentemente al Cairo a seguire le attività e a intervistare oppositori scomodi al regime, e non sono gli unici ad averlo fatto. Nemmeno il tema della sua ricerca può spiegare, a mio avviso, il barbaro omicidio.
D. Qualche aiuto alle indagini potrebbe arrivare dal mondo accademico egiziano?
R. Non possiamo dirlo, ma è utile ricordare che al Cairo ha sede l’università al-Azhar, la più autorevole istituzione educativa del mondo sunnita e portavoce degli ulema, i saggi dell’islam sunnita.
D. Quanto può essere grande la sua influenza?
R. Al-Azhar è una vera potenza, con ramificazioni politiche a vari livelli e la gestione di migliaia di scuole e assistentati e qualsiasi governo, autoritario o no, deve farci i conti. È un’istituzione che non ha problemi a bacchettare il regime, se vuole. Se le pressioni per la verità arrivassero anche da lì, potrebbero esserci passi avanti.
D. Il governo Renzi per ora ha scelto la via della pazienza, aspettando l'evolversi delle indagini, ma c’è chi crede sarebbe opportuno dare un ultimatum ad al-Sisi minacciando la rottura delle relazioni diplomatiche. Lei è d’accordo?
R. Queste non sono mai decisioni facili, tuttavia io credo che in questo momento, in cui il Medio Oriente è in una fase di caos di disgregazione avanzata, destabilizzare al-Sisi potrebbe essere molto pericoloso.
D. Perché?
R. C’è la Siria che non si sa che fine farà, la Libia nel caos assoluto, lo Yemen in piena guerra civile, e poi ancora il Libano, l’Iraq: io non so se il Medio Oriente riuscirà mai a ritrovare una stabilità, a breve termine sicuramente no.
D. E al-Sisi?
R. È senza dubbio a capo di un governo autoritario, criticabile per mille aspetti, ma metterlo in difficoltà adesso, rischiando che l’Egitto faccia la fine di altri Paesi, non conviene a nessuno.


Twitter @marcotod

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