Farnesina, forse uccisi 2 italiani Libia
LE TRATTATIVE 5 Marzo Mar 2016 1704 05 marzo 2016

L'Italia aspetta il rientro dei due tecnici sequestrati in Libia

I due italiani potrebbero arrivare domenica all'aeroporto di Ciampino.

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È ancora incerta la data del rientro in Italia dei due tecnici italiani rapiti in Libia e liberati il 4 marzo, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno. Il 5 marzo pomeriggio la possibilità che potessero rientrare già in tarda serata era stata confermata anche dal governo: «Stanno rientrando in Italia in queste ore», ha scritto sulla e-news agli iscritti del Pd il premier Matteo Renzi.
Ma in serata le difficoltà legate agli spostamenti dei due tecnici ancora in Libia hanno ritardato la partenza, fino all'annuncio da parte libica del rinvio a domani dell'arrivo a Fiumicino.
«Lasceranno Sabrata questa sera», ha scritto in un sms all'Ansa del Cairo il presidente del Consiglio municipale di Sabrata, Hussein al-Zawadi senza specificare se la destinazione finale sia già l'Italia.
RICHIESTA LA DELEGAZIONE ITALIANA. Secondo alcune indiscrezioni a Tripoli sarebbe pronto un aereo del governo per trasferire Pollicardo e Calcagno, ma i capi politici e militari di Sabrata sembra abbiano inizialmente ritardato la consegna degli ex ostaggi, e abbia richiesto che una «delegazione ufficiale» italiana e del governo di Tripoli vada da loro prendere i due italiani di persona.
La delegazione dovrebbe dunque partire domani 6 marzo per Sabrata accompagnata anche da un gruppo di giornalisti libici e italiani. Un ritardo che sembra essere stato causato da un contrasto tra il sindaco di Sabrata, Hussein al-Zawadi e le autorità di Tripoli: il sindaco attende l'arrivo della delegazione italiana italiana per consegnare i due italiani.
I due tecnici della Bonatti potrebbero arrivare quindi a Ciampino in tarda serata o al massimo domani 6 marzo. Saranno «restituiti immediatamente all'Italia una volta terminati gli interrogatori», al loro arrivo saranno infatti sentiti dal pm Sergio Colaiocco, che indaga per la procura sulla vicenda.
L'ATTESA DELLE FAMIGLIE ARRIVATE A ROMA. Intanto la famiglia Pollicardo ha lasciato la sua abitazione di Monterosso, diretta a Roma. Anche la famiglia Calcagno è partita da Piazza Armerina diretta verso la Capitale, per accogliere Filippo, liberato, assieme al collega Pollicardo.
«In questo momento non mi sento di parlare con nessuno. Quando saremo in Italia sarà diverso, poi si vedrà», ha detto Calcagno contattato telefonicamente da Sky Tg24 intorno alle 14 del 5 marzo. Alla domanda se sappia quando farà ritorno in Italia, Calcagno ha detto: «Non lo so, stanno cercando di sbrigare delle carte perché noi siamo senza documenti, non so quando hanno previsto che partiremo».

L'operation manager della ditta Bonatti: «Stanno fisicamente bene anche se sofferenti»

Il rientro dei tecnici, devastati psicologicamente ma in buona salute, è seguito dall'unità di crisi della Farnesina che in queste ore sta organizzando gli spostamenti in quella che viene considerata la fase più delicata. A Sabrata, Pollicardo e Calcagno sono sotto la protezione della polizia locale, da qui saranno portati in un'altra località, per poi arrivare probabilmente a Malta. E dall'isola volare direttamente a Roma. La ditta Bonatti dovrebbe aver messo a disposizione i suoi mezzi per assistere i due italiani nel primo spostamento.
L'operation manager della Bonatti che opera nel complesso gasifero libico di Mellitah, Dennis Morson, ha incontrato i due tecnici. In un filmato postato sul profilo Facebook delle milizie di Sabrata impegnate contro l'Is nell'area di crisi, il manager in inglese spiega di averli «trovati fisicamente bene anche se sofferenti: ora faremo il possibile per favorirne il ritorno in Italia una volta terminate le pratiche necessarie».
LA TELEFONATA AI CARI. «Gino sta bene, è ancora nella mani della polizia libica», ha detto la moglie.di Pollicardo, Ema Orellana, che ha sentito il marito al telefono in queste ore. «Non piangete più, sto bene e presto sarò a casa, avrebbe detto il tecnico.
«State tranquilli, torno presto», così anche Calcagno ha rassicurato i suoi cari con una breve telefonata.
«Non sono pronti i documenti: appena saranno pronti, saranno trasferiti», ha detto la moglie di Calcagno, Concetta Arena. La nuora, Ivana, parla di un «nuovo giorno» ma a metà, «la nostra è una felicità spezzata perché il pensiero costantemente va alle famiglie dei due colleghi di Filippo che non potranno riabbracciare i loro cari».

Nessuna notizia sul rientro delle salme dei due tecnici uccisi

Per ora l'unica notizia sui due italiani uccisi in Libia arriva dal capo del Consiglio militare di Sabrata Altaher Algrabli, che ha spiegato che i corpi di Salvatore Failla e Fausto Piano arriveranno oggi a Tripoli dove saranno «terminate le autopsie e le altre procedure».
Secondo alcune fonti di governo, si esclude però che sullo stesso volo di Pollicardo e Calcagno viaggino anche le salme. ll ministero degli Esteri sta cercando di riportare in Italia i corpi delle vittime con la mediazione di Croce rossa italiana. A Roma i corpi delle vittime saranno sottoposti ad esami autoptici presso l'istituto di medicina legale del policlinico Agostino Gemelli. L'analisi è necessaria per capire la dinamica dell'incidente.
AUTOPSIA PER ACCERTARE LA DINAMICA. Per ora non è chiaro infatti se i due tecnici della Bonatti sono stati giustiziati, usati come scudi umani, o colpiti durante l'attacco dei miliziani al convoglio sul quale viaggiavano.
L'unico dato certo è che Salvatore Failla e Fausto Piano sono morti durante uno spostamento verso Sabrata, in uno scontro a fuoco nel quale sono stati uccisi anche alcuni rapitori.
Subito dopo l'autopsia, i corpi di Failla e Piano potranno tornare rispettivamente a Carlentini, vicino a Siracusa, e a Capoterra, vicino a Cagliari, per i funerali.
LIBERI CON IL SANGUE DI MIO MARITO. «Lo Stato italiano ha fallito: la liberazione dei due ostaggi è stata pagata con il sangue di mio marito». È quanto afferma Rosalba Failla, moglie di Salvatore, uno dei due tecnici italiani uccisi in Libia, attraverso il suo legale Francesco Caroleo Grimaldi. «Se lo Stato non è stato capace di riportarmelo vivo», ha aggiunto, «ora almeno non lo faccia toccare in Libia, non voglio che l'autopsia venga fatta lì».

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