Mortiestero 160205161931
GIUSTIZIA 6 Marzo Mar 2016 1200 06 marzo 2016

Giulio Regeni, vittima di tortura e della ragion di Stato

Un giovane torturato per una settimana. Mentre l'Italia lo ignorava. Una verità sacrificata alla diplomazia. Così si calpesta la memoria di Giulio Regeni.

  • ...

Il gran gioco della diplomazia e della indignazione democratica chiede, esige verità sulla morte di Giulio Regeni, ma sapendo che è un gioco, una farsa macabra perché la verità non può arrivare, perché due Stati non guastano le proprie relazioni, a maggior ragione in uno scenario geostrategico così delicato, per un uomo solo.
Un giovane brillante, finito in un gioco troppo grande per lui, secondo alcuni indottrinato o almeno influenzato da alcuni ottimi maestri, i suoi docenti oxfordiani, per dire i soliti intellettuali abituati a fare le rivoluzioni con la pelle degli altri.
DALL'EGITTO SCARSISSIMA COLLABORAZIONE. Ma tutto questo, gli intenti, gli ideali, le illusioni, resta di secondo piano nello sfondo brutale di una realpolitik che troverà un modo per imporre una verità di comodo, mentre l'Egitto già adesso offre, come c'era da aspettarsi, scarsissima se non irridente collaborazione.
Resta l'assenza dell'uomo solo. Un giovane di neppure 30 anni, che a un certo punto viene preso, e il suo telefono muore (ed è impossibile che nessuno si sia allarmato per tempo).
Viene preso e si spaventa. Giulio, uomo solo al mondo, avrà tremato. Avrà pregato, a modo suo. Avrà urlato. Inveito. Sperato. Disperato. La tortura prevede l'alternanza di situazioni traumatiche e spiragli di luce, ed è crudele proprio per questo al di là delle atrocità sul corpo.
UN CALVARIO SENZA LUCE. Giulio sperava e piangeva, aspettava nella sua prigionia, ormai avulso dal mondo. Fino a che non ha ricevuto il colpo di grazia, «un colpo con un oggetto appuntito alla base della testa».
Scioglieva il suo calvario senza luce e senza sospetti del mondo, che continuava a girare nelle sue convulsioni.
Dal 25 gennaio, per una settimana, forse più, questo nostro connazionale, giovane, brillante, moriva ogni giorno un po', nella spaventosa irrilevanza cui era già stato condannato.
A pensarci adesso fa ancora più male, ricordando confusamente i nostri giorni paralleli, così inconsapevoli del calvario di un uomo solo.

Nemmeno la dignità della vittima di tortura

Adesso papa Francesco ha chiesto una moratoria per la tortura, che si estenda per tutto il periodo del Giubileo.
Ma qui siamo, potremmo dire, oltre l'oggetto della pietà, la tortura cui si riferisce il pontefice è quella in un certo senso istituzionale, non meno orrenda ma nel quadro di dinamiche in qualche misura stabilite, concordate, dunque identificabili: quella sui prigionieri di guerra, sugli ostaggi, quella di Guantanamo, quella su cui si discute se sia o meno lecita per scongiurare stragi, attentati.
UNA TORTURA FORMALMENTE MAI ESISTITA. Il caso di Giulio è, se possibile, ancora più abissale perché esula, perché è una tortura formalmente mai esistita, che mai verrà ammessa, una tortura insinuata, potenziale.
Voi dite che c'è stata, io governo egiziano lo nego. L'autopsia la conferma, io contesto l'autopsia. E non se ne esce.
Non si può discutere su nessuna base, né di pietà, né di diritti, né di convenzioni se uno non ammette il suo abominio. Forse è per questo che, al di là delle richieste formali, non ci sono piazze che si riempiono per la verità su Giulio Regeni. Come se tutti capissero che sarebbe un gesto patetico, destinato a cadere nel vuoto.
NON PUÒ NEMMENO DIVENTARE UN SIMBOLO. La cosa che forse fa più male, in tutto questo, è proprio che Giulio non potrebbe, se non con una certa forzatura, neppure diventare un simbolo contro la tortura, di cui si invoca l'abolizione.
Il suo caso è tutto avvolto nelle ombre, nell'oscurità della violenza di uno Stato che la scambia per la forza legittima, però non la ammette. Un Paese che ha voluto dare un segnale a chi si intromette, si permette di informare oltre la sua cortina fumogena, non importa se è solo un ragazzo di meno di 30 anni animato dalle migliori intenzioni o illusioni.
L'Egitto non ha pietà, e come fai a chiedere verità a chi non ha pietà?

Non diamo per scontata la sua sofferenza

Il manifesto funebre in piazzale dei Tigli a Fiumicello per i funerali di Giulio Regeni.

Noi continuiamo a chiederla, questa verità, questa giustizia, ma forse tutto quello che possiamo fare è non dare per scontato il calvario di questo ragazzo.
È rubarci un minuto per rivivere, come possiamo, fin dove possiamo, il calvario di Giulio che è morto un po' per giorno lungo una settimana già all'inferno, uscito dal radar del mondo, e ha pregato, sperato, pianto, chiesto aiuto, aspettato il meglio oppure il peggio, come una liberazione.
RICORDIAMOCI LA ROUTINE DI QUEI GIORNI. Questo glielo dobbiamo. Rivivere, non rimuovere la sua sofferenza. Ricordarci cosa facevamo, le nostre imprecazioni, le difficoltà di cartone, la routine e le cazzate in quella settimana quando un nostro connazionale veniva annientato e noi non potevamo neppure immaginarlo.
Mentre la politica farà, almeno auguriamocelo, ma senza troppo contarci, il mestiere suo.
SOFFRIRE CON LUI. Si chiama compassione, soffrire insieme questo mettersi nei panni dell'altro, panni insanguinati in questo caso.
Forse non servirà a conquistare una verità improbabile, ma sarà almeno un modo per rispettare chi è stato Giulio fino all'ultimo.
Adesso lo sappiamo, adesso, al di là delle bugie di regime, abbiamo ragionevole certezza della sua via crucis: ci compromette, non possiamo scamparla, almeno se siamo uomini umani.

Twitter @MaxDelPapa

Correlati

Potresti esserti perso