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FOCUS 8 Marzo Mar 2016 1359 08 marzo 2016

Delitto di Roma, un Circeo 2.0: l'analisi di Steffenoni

Il massacro del 75 fu ideologizzato. Un rischio che ritorna con l'omicidio Varani. Il criminologo a Lettera43.it: l'orientamento sessuale non è movente né alibi.

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Una foto di Luca Varani con la fidanzata tratta dal suo profilo Facebook.

Lo hanno attirato in una trappola: «Vieni che c'è roba e soldi per te», ha scritto in un sms il pr Marco Prato. «Quanti?». «120 euro».
Abbastanza per convincere Luca Varani a raggiungere il conoscente che lo aspettava insieme con il compagno di sballo Manuel Foffo, l'altro aguzzino di via Giordani, al Collatino.
«La morte è arrivata dopo molto tempo», ha confessato Foffo. «E Luca ha sofferto molto», «ma non ha urlato».
Molto probabilmente perché, come sta emergendo dall'autopsia, i due nella furia gli hanno reciso le corde vocali.
L'OMBRA DI UNA SECONDA VITA. Il 23enne di origini jugoslave era stato adottato da una famiglia di ambulanti di tessuti. Non era nemmeno diplomato, come ha scritto la sua fidanzata in Facebook. E lavorava, lavorava sempre. Carozziere e prima in una pizzeria, anche se «non ne avrebbe avuto bisogno».
Era per la famiglia cosiddetta naturale Luca, almeno così scriveva sulla sua bacheca il 15 febbraio, l'ultima volta. Forse aveva una seconda vita. E forse si vendeva per denaro.
Per questo probabilmente aveva in rubrica il numero di Prato, noto nella movida gay romana.
L'EQUAZIONE GAY-CHEMSEX. Particolare che ha fatto scattare l'equazione 'ambiente gay uguale festini a base di droga e sesso', il chem-sex come lo chiamano nel Regno Unito che, però, non è prerogativa del mondo omosex. Tant'è.
La cosa certa, invece, è che due 30enni di bell'aspetto, fuoricorso e che potevano spendere qualcosa come 1.500 euro in droga per sballarsi un paio di giorni, hanno massacrato un 23enne che apparteneva a un altro mondo.
Per questo, davanti a un delitto così efferato e scioccante, tirare in ballo l'orientamento sessuale dei protagonisti non solo può essere riduttivo, ma anche fuorviante.

Il rischio dello storytelling criminale

I tre mostri del Circeo in un giornale dell'epoca.

Piuttosto «siamo di fronte a una sorta di Circeo 2.0», spiega a Lettera43.it Luca Steffenoni, criminologo e scrittore. «Solo che in questo caso, se possibile, ci sono ancora meno disvalori».
Il massacro del 1975 in cui venne barbaramente uccisa Rosaria Lopez, 19 anni, mentre Donatella Colasanti, 17, riuscì a sopravvivere solo fingendosi morta, venne ideologizzato dalla stampa.
LA VIOLENZA DI TRE BALORDI. I responsabili vennero dipinti come «ragazzi appartenenti alla destra, soldatini di una guerra combattuta dalle due parti in quegli anni», continua Steffenoni. «Una lettura sicuramente suggestiva», ma strumentale. Che non coglieva pienamente nel segno: «La violenza non nacque in questo caso per motivi ideologici. È vero Izzo, Ghira e Guido erano stati cacciati da alcuni licei romani, Ghira scriveva su giornaletti di destra ma in realtà uccisero perché balordi e violenti. Per voglia di supremazia».
Ridurre il delitto del Collatino a un festino gay potrebbe avere lo stesso effetto.
IL RISCHIO DELLA IDEOLOGIZZAZIONE. «I difensori parleranno di fragilità degli omosessuali», ragiona il criminologo, «di contrapposizione tra mondo gay e mondo etero». In un momento, tra l'altro, in cui è ancora caldissimo il dibattito sui diritti civili.
Ma questo, appunto, «è il lavoro degli avvocati: tentare di elevare l'assassino a una persona che compie un delitto con un fine ideologico».
La realtà, purtroppo, è molto più inquietante. «Qui c'è solo disperazione da videogame», continua l'esperto. «Uccidere diventa un puro passatempo. Non c'è un movente ma un vuoto pneumatico in cui vivono più persone di quello che pensiamo».

Genitori alle prese con «figli avatar»

Luca Steffenoni, crimonologo e scrittore.

Per questo «è difficile approcciarsi a un caso simile. Vorremmo dare una risposta, ma risposta non c'è». Se non che siamo di fronte a «una regressione a un mondo primitivo, che rasenta la follia. Un omicidio che non ha logica».
Ed è altrettanto difficile catalogarlo.
Si prenda il caso del Canaro, le terribili torture e l'uccisione dell'ex pugile dilettante Giancarlo Ricci da parte di Pietro De Negri nel 1988. «Il delitto si consumò in un ambiente ultra-popolare, è vero», continua Steffenoni, «la vittima fu seviziata a lungo, ma il movente c'era: era il rancore».
IL RUOLO DELLE FAMIGLIE. E anche con il massacro del Circeo, sebbene l'esempio sia calzante, ci sono delle differenze.
«In quel caso», ricorda lo scrittore, «protagonista era la Roma bene. Qui direi quella borghese. E i tre colpevoli godevano di ben altre protezioni».
Agli antipodi anche le reazioni delle famiglie. «Izzo e Ghira furono ultra-coperti dai genitori. Mentre a quanto si sa in questo caso il padre di uno dei killer lo avrebbe spinto a confessare».
Stupito e scioccato da quello che il figlio era arrivato a fare. «Voglio credere che sia stata la droga a mandarlo fuori di testa, altrimenti cosa dovrei pensare, di aver generato un mostro?», si è chiesto Walter Foffo. Che però non ha avuto alcun dubbio sull'opportunità di partecipare a poche ore dal delitto a Porta a Porta.
Il fatto, sottolinea Steffenoni, «è che questi figli sono come avatar di cui si ignora tutto».
IL FATTORE COCA. Senza dimenticare il fattore cocaina. «I killer del Circeo ammisero di avere bevuto e fumato al massimo qualche canna», dice ancora lo scrittore.
Foffo e Prato, invece, erano «strafatti» di coca.
Una sostanza che «aumenta l'aggressività e la voglia di commettere imprese a carattere criminale».
Per questo potevano scegliere una vittima qualsiasi, maschio o femmina non importa.

Non consideriamoli omicidi 'non comuni'

Marco Prato in una foto di Facebook.

Quello che resta davanti al massacro del Collatino è l'azione di due balordi, in preda alla cocaina.
Come dopo il massacro del Circeo, però, non va commesso l'errore di non considerarlo «un omicidio comune».
Il delitto compiuto dal «bravo ragazzo che diventa mostro» torna ciclicamente. Sono episodi che dimostrano, ancora una volta, «il vuoto inquietante di valori» in cui viviamo. E che «segnano la voglia di violenza che cova nella nostra società».
IL CASO IZZO. Allo stesso modo un serial killer, che uccide per il piacere e il bisogno di farlo, non va considerato tale solo perché reitera il reato. «Se si arresta, lo si ferma. Ma questo non significa che non avrebbe ucciso ancora».
Izzo, per esempio, è un serial killer. «Lo disse sempre», precisa il criminologo, «e il duplice omicidio che commise una volta uscito di prigione è lì a dimostrarlo».
Il male, insomma, è intorno a noi. Dormiente e in attesa di una miccia per esplodere.
«Per questo motivo, come diceva il mio professore di Diritto penale», conclude con una punta di cinismo Steffenoni, «non mi stupisco che avvenga un omicidio, ma che ne avvengano così pochi».

Twitter @franzic76

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