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CASO 9 Marzo Mar 2016 1000 09 marzo 2016

Giulio Regeni, i depistaggi egiziani

La testimonianza dell'amico F. riportata dal quotidiano la Repubblica: «La polizia lo cercava da dicembre». Le incongruenze dell'autopsia.

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Giulio Regeni.

I depistaggi egiziani sull'omicidio di Giulio Regeni sono cominciati subito dopo il ritrovamento del suo cadavere.
È la tesi degli inviati del quotidiano la Repubblica, secondo i quali in cinque settimane «nessuno ha neppure provato a cercare la verità sull'omicidio».
Ma dopo la scoperta del corpo avvenuta il 3 febbraio, le persone più vicine a Giulio furono segretamente interrogate dalla polizia.
In particolare un suo amico, un ragazzo italiano che viveva al Cairo, e che gli inviati del quotidiano chiamano F. per proteggere la sua identità.
Gli agenti chiedevano informazioni sulla vita privata del giovane ricercatore, in particolare sulle sue inclinazioni sessuali. Senza che l'ambasciatore Maurizio Massari venisse informato ufficialmente della sua morte. L'avrebbe saputo soltanto la sera del 3 febbraio, da una fonte confidenziale.
Inoltre, la polizia cercava Giulio Regeni già da dicembre 2015: provò a rintracciarlo a casa sua, senza riuscirci.

Il racconto di F.

F. è stato riportato in Italia («esfiltrato», scrive il quotidiano romano, usando una parola tratta dal gergo delle operazioni speciali condotte dai Servizi segreti) l'otto febbraio. È stato sentito dalla magistratura e avrebbe ricostruito dettagli cruciali per comprendere cosa è accaduto prima dello scomparsa di Giulio e dopo il ritrovamento del suo cadavere.
La sera del 3 febbraio F. viene portato nella stazione di polizia di Dokki e non sa ancora che il corpo del suo amico è stato ritrovato: «Me lo comunicarono nella sala d'attesa del commissariato. Mi avevano convocato 'per farmi alcune domande'. Mi interrogarono in sei, forse sette. Non c'erano magistrati. Cominciarono a chiedermi di Giulio, dei suoi studi, delle sue relazioni al di fuori della ragazza con cui stava, se facesse uso di sostanze stupefacenti».

Quella foto durante l'assemblea

F. è il testimone oculare di quanto accaduto l'11 dicembre in un'assemblea al Cairo, cui aveva partecipato con Giulio: «Eravamo insieme in una sala con un centinaio di persone. L'assemblea era stata convocata da una Ong che si occupa di diritti dei lavoratori. C'erano anche diversi giornalisti. Giulio cercava materiale per la sua ricerca. Una cosa però ci inquietò: Giulio si accorse che durante la riunione era stato fotografato da una ragazza egiziana, con un telefonino. Una delle possibilità è che fossero presenti informatori delle forze di sicurezza».

L'interrogatorio dopo l'articolo

Un altro indizio che la morte di Giulio possa essere legata a motivi politici è che il 6 febbraio, quando viene pubblicato dal Manifesto l'articolo di Giulio che raccontava di quell'assemblea, la polizia egiziana entra di nuovo in azione. Racconta F.: «Ho saputo che la polizia egiziana ha chiesto ad altri amici comuni di Giulio, dopo la pubblicazione, notizie sulla presunta collaborazione di Giulio con il quotidiano». Secondo l'amicio, Giulio «non aveva mai collaborato né era entrato in contatto diretto con il Manifesto. Quell'articolo lo abbiamo scritto insieme e l'avevo proposto io al giornale con la garanzia dello pseudonimo».

Le omissioni dell'autopsia egiziana

Anche sull'autopsia eseguita al Cairo ci sono molte ombre. Rispetto all'esame fatto in Italia dal professor Vittorio Fineschi, i medici del Cairo non hanno riportato molte delle lesioni inflitte al ricercatore. Dicono che le sevizie siano avvenute tutte insieme le sevizie e come causa della morte identificano un colpo al cranio, che avrebbe provocato un edema cerebrale. Il referto italiano giunge a conclusioni del tutto diverse. La causa della morte, per Roma, è infatti nella rottura della prima vertebra cervicale, compatibile con una spaventosa torsione del collo. Mentre l'edema non è causa della morte.

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