Isis: Berlusconi, intervento di terra
FOCUS 10 Marzo Mar 2016 1800 10 marzo 2016

Ostaggi in Libia, le domande sul caso e sulla Bonatti

Il trasporto a rischio dei tecnici, il divieto (aggirato?) di entrare in Libia, le tutele: l'azienda deve fare chiarezza. Ma i dubbi riguardano anche le autorità locali.

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Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha ammesso di fronte al parlamento che la vicenda dei quattro rapiti italiani in Libia presenta ancora «lati oscuri».
Evidenza confermata, oltre che dalle notizie contraddittorie di dominio pubblico sulla morte di Salvatore Failla e Fausto Piano e sul rilascio degli altri due ostaggi Filippo Calcagno e Gino Pollicardo, dall’audio diffuso dalla famiglia Failla.
I LATI OSCURI DELLA VICENDA. Le registrazione era con tutta probabilità un messaggio estorto dai detentori per fare pressione sull’Italia, si intuisce però la conoscenza dell’italiano dei rapitori, cosa che aumenta i dubbi sulla natura del gruppo.
Il luogo e l’ora del sequestro, domenica 19 luglio 2015, sollevano altri grossi interrogativi, come le modalità dell’uccisione dei due italiani, il rilascio degli altri due, e infine le condizioni dei corpi restituiti dai libici.
INFORMAZIONI CONTRADDITTORIE. Perché i quattro tecnici della Bonatti viaggiavano di sera infrangendo i protocolli di sicurezza di contesti simili? Chi li ha tenuti in ostaggio per mesi? Le autorità locali e/o gruppi terroristici sono implicati anche nel loro sequestro?
Domande senza risposta, sulle quali Lettera43.it ha cercato di far luce ascoltando diverse fonti, libiche di tutti gli schieramenti (governo di Tobruk, islamisti di Tripoli e Sabrata, esecutivo super partes di unità nazionale) e italiane.
Informazioni verificate il più possibile, e tuttavia contraddittorie. Da un lato per la guerra civile e il tasso di altissima criminalità in Libia, dall’altro per l’impossibilità di ottenere chiarezza dalle parti italiane obbligate a mantenere la riservatezza.

1. Gli italiani erano ostaggi di jihadisti o criminali?

Mercoledì 2 marzo, il giorno del conflitto a fuoco che ha portato alla morte di Failla e Piano, nell'area tra Sabrata e Tripoli erano in corso battaglie che i libici dicono tra milizie islamiste locali e Isis.
Nei primi comunicati diffusi dalle milizie (anche online) i due italiani erano scambiati per foreign fighter jihadisti, e le milizie di Sabrata hanno affermato di aver «trovato i due italiani» la mattina seguente e che «erano tenuti dall’Isis».
Versione inizialmente confermata anche dalle forze speciali Rada, antiterrorismo degli islamisti di Tripoli, intervenuti in quei giorni nella zona.
IL RUOLO DI CHOUCHANE. Lì il 19 febbraio era stato compiuto anche un raid Usa contro uno dei campi d’addestramento per jihadisti nella periferia di Sabrata, durante il quale sarebbe rimasto ucciso il capo Noureddine Chouchane, la mente della strage del museo del Bardo, in Tunisia, oltre ad altri suoi connazionali.
E che avrebbe anche creato parecchio scompiglio: gli italiani rilasciati hanno raccontato di aver sentito le bombe cadere, nel loro covo sarebbero anche arrivati degli sfollati.
Ora sta emergendo che Chouchane, del gruppo di Ansar al Sharia (affiliato ad al Qaeda nel Maghreb ma con un’ala scissionista nell’Isis), avrebbe vissuto a lungo in Italia e che in Libia avrebbe avuto delle cellule con contatti nel nostro Paese: per questo anche i rapitori masticavano un po’ d’italiano?
LA PISTA DEI PREDONI. Calcagno e Pollicardo hanno detto di aver parlato con loro in un «francese stentato» e tutti i libici sentiti da Lettera43.it, anche di fazioni opposte, identificano questo cattivo francese sempre come «tunisino».
Abbandonare gli ostaggi così sarebbe «poi tipico dei terroristi dell’Isis in Siria e in Iraq», che al contrario di altri gruppi criminali non possono palesarsi ai loro interlocutori neanche per la consegna.
I due italiani tornati vivi dall’orrore di Tripoli raccontano però un’altra versione.
L’atteggiamento dei detentori, il non sentirli pregare e il non aver mai notato bandiere nere (pur non avendo mai visto in faccia i rapitori ed essendo loro stessi coperti per uscire) ha fatto propendere anche l’intelligence italiana per la pista dei «predoni», una delle tante bande di criminali comuni della zona: «Filo islamici forse», ha dichiarato Gentiloni, ma non jihadisti.

2. Le autorità locali sono coinvolte?

In effetti tra Tripoli e il confine tunisino operano molti contrabbandieri, anche di origine tunisina: Zuara e Sabrata sono nell’ordine i due maggiori porti di partenza dalla Libia per Lampedusa dei trafficanti di migranti.
Una delle indicazioni arrivate a Lettera43.it immediatamente dopo il sequestro da alcuni cittadini di Sabrata fu la voce del «rapimento degli italiani da un gruppo di contrabbandieri in cambio del rilascio di alcuni scafisti a loro legati, arrestati di recente in Italia».
Indiscrezione che trapelò poi anche da fonti riservate dell’intelligence italiana. Però subito smentita dai vertici della Farnesina che per mesi hanno insistito sulla pista del «sequestro economico per mano di criminali comuni», ai quali tuttavia, sempre ufficialmente, non sarebbe mai stato pagato alcun riscatto, né d’altra parte Isis o al Qaeda nel Maghreb hanno mai rivendicato l’atto.
I LEGAMI COI TRAFFICANTI. Ma il punto è che al Qaeda locale e anche l'Isis hanno legami con i trafficanti di esseri umani e contrabbandieri. Che anche il governo islamista di Tripoli e soprattutto il Comune di Sabrata sono accusati di collusioni con i due gruppi jihadisti, pur combattendoli negli ultimi mesi sul campo. E che le stesse autorità locali sono da anni legate agli interessi delle reti di banditi e criminali della zona.
La situazione è da mesi molto fluida: sia le milizie di Sabrata sia Alba libica di Tripoli hanno sequestrato decine di lavoratori tunisini per ottenere il rilascio di loro rappresentanti politici arrestati in Tunisia con l’accusa di terrorismo. Soprattutto in Nord Africa e nel Sahel, infine, i combattenti di reti terroristiche sono giovani disoccupati o mercenari con un background criminale.
SOSPETTI SU TRIPOLI E SABRATA. D’altro canto, gli islamisti accusano le tribù vicine alla famiglia Gheddafi di averle infiltrate di terroristi: reclutare mercenari era una prassi del regime, il Califfato si espande dalla città natale del raìs, sarebbero poi in circolazione diversi vecchi passaporti verdi falsi.
Per l’Italia ora è impossibile capire chi mente, «e però Sabrata e Tripoli hanno qualcosa da nascondere se hanno trattenuto le spoglie così a lungo», ci dicono dalla capitale libica. Hanno tolto i proiettili dai corpi, diffuso numeri contraddittori sui morti e i luoghi del conflitto a fuoco, incendiato una delle tre auto del convoglio assaltato. Anche parlato di «italiani già uccisi con un colpo alla nuca», come smentito dall’autopsia, perché sono stati mitragliati.
Tra chi e dove è avvenuto esattamente lo scontro armato? E anche i governanti di Tripoli e Sabrata puntavano a intascare parte del riscatto o magari l'hanno già fatto?

3. Perché è stato organizzato quell'azzardato passaggio in auto?

L'arrivo delle salme dei due tecnici italiani della Bonatti uccisi in Libia, Salvatore Failla e Fausto Piano, all'aereoporto militare di Ciampino.

In questo contesto, già abbondantemente deteriorato nel luglio 2015, è avvenuto il sequestro degli italiani diretti in auto al principale terminal per il petrolio e il gas della Libia occidentale (quelli a Est sono tutti fermi per la guerra) a Mellitah: un impianto nella giurisdizione di Sabrata della Libyan national oil corporation, cogestito dall’Eni.
Da lì, per intendersi, parte il Greenstream verso la Sicilia ed è nel percorso notturno verso questo complesso che - alla fine dei conti - si addensano i maggiori lati oscuri: a febbraio 2015 erano state evacuate l’Ambasciata italiana a Tripoli, l’ultima occidentale rimasta aperta nel Paese, e la stragrande maggioranza dei nostri connazionali.
L'ALLARME DEL MINISTERO. La capitale era oggetto di battaglie tra gli islamisti e il fronte perdente di Tobruk, cellule dell’Isis vi compivano gravi attentati, voci insistenti davano Sabrata come prossima conquista dell'Isis, ufficialmente tutti i dipendenti dell’Eni operavano non a terra ma su piattaforme offshore e nella zona del sequestro erano già stati rapiti, a scopo estorsivo, diversi stranieri.
In Libia si stimava ancora un centinaio di connazionali che la Farnesina aveva invitato ripetutamente a rientrare: tutt’oggi, fa sapere il Ministero degli Esteri a Lettera43.it, «tutto il personale dell’Ambasciata è stato riassegnato a nuovo incarico e a tutti gli italiani è stato consigliato tassativamente di lasciare il Paese».
NESSUNA SCORTA ARMATA. In quei mesi i quattro dipendenti della Bonatti (l’azienda di Parma general contractor internazionale per gli impianti petroliferi che da decenni cura la manutenzione anche del complesso di Mellitah) rientravano però in Libia, dopo un regolare turn over di 15 giorni di riposo. Perché il responsabile della Logistica della Bonatti a Tripoli Dennis Morson, con lunga e consolidata esperienza anche in importanti evacuazioni di personale, quella domenica ha scelto di non farli arrivare a Mellitah come al solito via nave al mattino, ma di anticipare il traporto la sera, via terra?
In quell’orario, i protocolli delle compagnie di security e dell’antiterrorismo sconsigliano di muoversi nella zona: i quattro italiani erano invece accompagnati, senza scorta armata, da un autista catapultato poi fuori dalla macchina dai banditi e, per diverse fonti di Sabrata, «colui che ha tradito».

4. La Bonatti ha adempiuto a tutte le procedure?

Una fonte qualificata che si muove spesso tra Tripoli e Tunisi riferisce a Lettera43.it che in quel periodo ci si poteva spostare «ancora via terra, a una condizione: essere convinti di essere molto, ma molto protetti nella zona».
Troppa fiducia, probabilmente. Ma quali milizie vengono pagate per garantire la sicurezza dell’impianto di Mellitah, colpito anche da recenti attentati?
E la Bonatti aveva adempiuto tutte le procedure del Ministero degli Esteri, informando la Farnesina?
MASSIMO RISERBO. È un altro interrogativo che viene dopo l’attacco di Renzi («i quattro sono entrati in Libia quando c'era un esplicito divieto di entrarci da parte nostra»), sollevato a Lettera43.it anche da alcune fonti libiche, e al quale probabilmente non si avrà mai risposta.
La Bonatti, che sulla questione di suoi italiani in Libia mantiene da prima del sequestro il più stretto riserbo, ha fatto sapere dai vertici di aver «adempiuto tutti gli obblighi di legge che deve rispettare chi opera in settori strategici e in aree critiche».
IL NODO DEL CONTRATTO. L’azienda è un colosso nel settore, fa solida formazione per simili contesti e copre con buone assicurazioni i dipendenti che consapevolmente sottoscrivono contratti da trasfertisti.
Ma i sindacati di Parma sentiti ammettono che il contratto nazionale del settore non copre «tutele sufficienti sulla sicurezza in impianti all’estero fuori dall’Ue». Figuriamoci sui trasferimenti verso le piattaforme in zone ad alto rischio: su questi non sono stati negoziati «protocolli standard», perché gli extra e i bonus per particolari trasferte sono «materia di contrattazione individuale». Fuori dal fisso e dagli standard del contratto nazionale.

Twitter @BarbaraCiolli

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