Zonin Prosciolto 160311162825
BANCHE E GIUSTIZIA 14 Marzo Mar 2016 0800 14 marzo 2016

BpVi, tutte le archiviazioni di Zonin l'intoccabile

«Indagini in superficie». Gup che «travalicano il loro ruolo», «illogiche» assoluzioni. Così l'ex n°1 di Bpvi si è salvato dalle inchieste. 

 

 

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Alla procura di Vicenza c'è troppo lavoro da fare.
E i magistrati in servizio non bastano per indagare sui vertici ed ex vertici della Banca popolare di Vicenza (azionista di News 3.0, casa editrice di Lettera43.it).
Antonino Cappelleri, a capo della procura dal 2012, ha dichiarato che le indagini dureranno almeno un anno.
Intanto Gianni Zonin, il padre padrone della BpVi per 20 anni, ha avuto il tempo di passare le quote di maggioranza del suo gruppo ai figli.
Secondo il procuratore, tra le ipotesi di lavoro dei due sostituti Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi c'è anche l'associazione a delinquere e il falso bilancio.
E potrebbero emergere anche la truffa e l'estorsione.
CHIESTO UN POOL DI ESTERNI. Serve almeno un altro magistrato.
Ma i soci della Associazione popolari venete in una lettera pubblica dicono che «un rafforzamento non basta», chiedono «un pool di esperti», «anche esterni».
Il rischio, spiegano, è che i reati vadano in prescrizione. E non sarebbe la prima volta: già 15 anni fa un'inchiesta stava per travolgere l'imprenditore-banchiere. Ma il suo sviluppo giudiziario fu quantomeno singolare.

La stampa annuncia l'imputazione coatta e poi il proscioglimento di Zonin. 

Quell'inchiesta per truffa bloccata prima del dibattimento

Mai come in quegli anni la poltrona di Gianni Zonin stava vacillando.
Nel 2001 l'ex direttore Giuseppe Grassano (uno dei sette passati sotto la sua reggenza) aveva presentato un memoriale di accusa contro il presidente in cui denunciava l'occultamento di 57 miliardi di minusvalenze dal bilancio del '98 dovute a un investimento speculativo in derivati.
GESTIONE PADRONALE. Nel 2001 un rapporto della Banca d'Italia spiegava già che «le modalità di determinazione annuale da parte del consiglio» del prezzo delle azioni, «non sono ispirate a criteri di oggettività» e denunciava la mancanza di «una reale dialettica» all'interno del cda, con l'eccezione di un solo consigliere, l'avvocato Gianfranco Rigon, che accusava Zonin di una gestione padronale della banca.
Sui tavoli della procura di Vicenza fioccavano le denunce per diverse operazioni sospette compiute in seno all'istituto di credito e veniva aperta un'indagine per truffa e false comunicazioni sociali e conflitto di interesse a carico di Zonin e del consigliere delegato e presidente del comitato finanziario, Glauco Zaniolo.

L'ordinanza con cui il giudice Cecilia Carreri decise l'impugnazione coatta di Zonin. 


L'inchiesta si concentrava su diversi episodi.
Il primo riguardava l'operazione speculativa sui derivati di Barclays e Bankers Trust, denunciata dall'ex direttore generale: le perdite non comparivano nei bilanci e solo con la nuova gestione Grassano vennero spalmate in quelli successivi.
IL FRATELLO CHE AFFITTA ALLA BANCA. Il secondo episodio invece riguardava la società Querciola srl, nata da una costola della controllata di Bpvi Nord Est Merchant srl, titolare il fratello di Gianni Zonin, Silvano.
Nel 1999, su suggerimento proprio di Zonin Gianni, la Querciola acquistò per 2,8 miliardi di lire un immobile veneziano dalla Bnl, di cui all'epoca sempre Gianni Zonin era vice presidente.
Per acquistare il palazzo, la Querciola accese un mutuo da 2,1 miliardi con Banco Ambrosiano Veneto e infine siglò un contratto per affittare l'immobile alla Banca popolare di Vicenza a un tasso di affitto superiore alle rate del mutuo.
La banca di via Framarin pagò un anno di affitto in anticipo e lavori di ristrutturazione per 600 milioni.
Il cda approvò all'unanimità la locazione già a ottobre, appena un mese dopo la stipula del mutuo con l'Ambrosiano veneto (Intesa).
Ma nella riunione del consiglio di amministrazione la Querciola non venne mai nominata.
GIRO DI PRESTITI E ACQUISTI TRA BANCHE. L'ultimo episodio invece coinvolge la società Acta, del gruppo Zonin, che ottenne un prestito da 18 miliardi di vecchie lire dal Miediocredito Trentino.
A pochi giorni di distanza, Bpvi acquistò, in tre tranche da 5, 6 e 7 miliardi di lire, e a condizioni non favorevoli, obbligazioni dell'istituto trentino.
Poi ci furono denunce su fatture di viaggi di Zonin e altri rilievi sui rapporti del presidente con la banca.
Allora sulla stampa venivano chieste le dimissioni del presidente di Bpvi: «Questa vicenda sta demolendo la Banca. Mi risulta che perde 100 miliardi al mese in mancati depositi. Un presidente indagato indebolisce un grande patrimonio di Vicenza, Zonin dovrebbe rifletterci...», dichiarò a l'Unità nel maggio del 2001 il presidente della Camera del lavoro di Vicenza.
Ma le dimissioni vennero respinte dal cda. E l'inchiesta non arrivò mai nemmeno al dibattimento.

Il sostituto procuratore Pisani si oppone alla prima sentenza del gup Furlani.

Il gip: «Il pm disattende la consulenza del suo stesso tecnico»

Il procuratore capo di Vicenza Fojadelli infatti chiese l'archiviazione al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Vicenza Cecilia Carreri.
Il gip Carreri archiviò parte dal fascicolo, quello relativo a viaggi di Zonin a spese della banca, ai buffet in cui compariva sempre il suo vino, ma sulle tre vicende principali ritenne che ci fossero tutti gli elementi probatori per proseguire: si oppose al suo procuratore e chiese l'imputazione coatta dei due indagati.
COMMISTIONE TRA INTERESSI. «Dalle indagini della procura di Vicenza», scriveva il 22 giugno 2002 nell'ordinanza di imputazione, «emergono fatti e comportamenti molto gravi: da esse emerge una continua commistione tra interessi istituzionali della BpVi e interessi personali o societari del tutto estranei».
Sull'operazione in derivati, spiegò: «Le perdite erano ingenti, vi erano elevati rischi speculativi, il danno dei soci evidente».
E aggiunse che l'azione di controllo del consiglio di sorveglianza, presieduto oggi come allora da Giovanni Zamberlan, era «del tutto inadeguata».
Per redigere la sua ordinanza, la Carreri si rifece alla relazione tecnica del professore Marco Villani, consulente di quella stessa procura che chiedeva l'archiviazione.
Scrisse la Carreri che sulla vicenda Querciola Villani aveva «accertato che il canone pattuito per l'affitto dell'immobile del fratello di Zonin era del 43% superiore alla stima della banca erogatrice del mutuo», che erano stati svolti «lavori di ristrutturazione per un valore triplo a quello preventivato».
E che Banca popolare di Vicenza aveva addirittura «pagato affitti a vuoto per 319 milioni di lire».
INCROCI TRA BPVI E SOCIETA DI ZONIN. C'era poi il fatto che Paolo Zanconato, attuale sindaco di BpVi, allora era sindaco della Nord Est Merchant, controllata della banca, e socio della Querciola.
Addirittura agli atti risultava che un'assemblea della Querciola si fosse svolta nella sede della Bpvi.
Incroci che tornano anche per l'Acta, di cui era socio di riferimento Zonin, e amministratore delegato Glauco Zaniolo, pure consigliere delegato di Banca popolare.
Il consulente Villani, scrive la giudice, aveva raccolto gli elementi di «correlazione» anche tra il prestito erogato dal Mediocredito trentino alla società Acta e quelli ricevuti dall'istituto trentino dalla Bpvi. Quindi secondo Carreri la consulenza chiesta dal pm è stata «in gran parte disattesa dallo stesso pm». Un fatto originale, a cui ne seguirono altri.

La procura di Venezia chiede il rinvio a giudizio, spiegando che lo stesso Gup di Vicenza ha riconosciuto la sussistenza del reato. 

Il sostituto Pisani: «Il gup di Vicenza ha travalicato il suo ruolo»

Quando si arrivò all'udienza preliminare il 29 gennaio 2003 il gup Stefano Furlani, che aveva il compito di verificare se valesse la pena procedere al dibattimento e che oggi come allora è in forza al tribunale di Vicenza, decise per il non luogo a procedere per accuse di truffa e false comunicazioni sociali e sospese il giudizio sul conflitto di interessi, rinviandolo alla Corte costituzionale.
Le nuove norme approvate dal governo Berlusconi nel 2002, infatti, prevedevano il conflitto di interessi per i dirigenti di banca e non per gli amministratori delle società.
Il capo della procura di Vicenza, Fojadelli, dichiarò al Corriere del Veneto: «Una sentenza che accontenta tutti».
Ma la procura generale di Venezia non si accontentò affatto.
A marzo impugnò la sentenza. Il sostituto procuratore Pietro Emilio Pisani spiegò che per il falso in bilancio «il fatto è materialmente accertato», che l'argomentazione del gup sulla vicenda Querciola era «inaccettabile» e che in generale decidendo di non aprire il processo Furlani «ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni appropriandosi, per così dire, in modo non consentito, del ruolo dei compiti del giudice del dibattimento».
DA FOJADELLI A PECORI. Nel 2003 Fojadelli ha lasciato la procura di Vicenza, per diventare anni più tardi capo procuratore a Treviso.
Nel 2012 ha anche tentato la candidatura come sindaco di Conegliano per una coalizione formata dal Partito democratico e dai centristi.
E dal 2014 a oggi, come confermano a Lettera43.it dalla Nordest Merchant srl, siede nel consiglio di amministrazione della controllata della BpVi.
A capo della procura di Vicenza gli successe Paolo Pecori che rivesti il ruolo di procuratore capo dal 2003 al 2005 e poi ancora dal 2010 al 2012.
Suo figlio Massimo, consigliere comunale dal 2008 per l'Udc, avvocato, nel 2010 è entrato nella giunta di Achille Variati con la delega tra le altre agli Affari legali.
Secondo quanto ricostruito da Marco Milioni su 'Vicenzapiù', aveva già giurato da assessore quando ha firmato un atto come consulente legale di BpVi, che risultava peraltro anche essere tesoriere del comune. Alle domande sul suo legame con la banca di Zonin, Pecori ha risposto che BpVi si appoggiava a «centinaia» di avvocati.
Si è dimesso dalla giunta nel 2011 quando il papà è tornato di nuovo a capo della procura.

Le motivazioni della seconda impugnazione della procura di Venezia.

«Una illogica decisione assolutoria»

Cosa successe a quell'inchiesta per cui Zonin sarebbe stato pronto a dimettersi?
La stampa non ha dato molto peso agli sviluppi successivi.
L'impugnazione della procura venne notificata all'abitazione di Zonin e non all'indirizzo della banca, indicato dall'indagato.
Il suo legale si aggrappò al difetto di notifica. Risultato: tutto da rifare.
Si tornò al tribunale di prima istanza, cioè a quello di Vicenza. E di nuovo il gup Furlani archiviò.
Ma la procura generale di Venezia chiese ancora il ricorso in Appello evidenziando anche «l'intensità del dolo».
Era l'aprile del 2005 e il sostituto procuratore Elio Risicato scrisse: «L'impugnata sentenza muove da incontestabili dati di fatto - pacificamente accertati - per giungere a una illogica decisione assolutoria, basata esclusivamente su malintese considerazioni di diritto».
«IL GUP HA AGGIRATO LE INDICAZIONI». Di più: nel 2004 la Corte costituzionale si era espressa anche sul conflitto di interessi, ritenendo l'interesse della banca prioritario, ma la sentenza di archiviazione non ne tenne conto: «Il compito del gup», scrisse la procura, «era dunque quello di confrontarsi con le indicazioni fornite anziché proeccuparsi di aggirarle con una serie di argomentazioni giuridiche ormai estranee alla questione».
L'udienza preliminare di Appello arrivò solo quattro anni dopo, nel 2009. E si risolse con una nuova sentenza di non luogo a procedere. Anche se «appare innegabile che le condotte ... delineino un conflitto di interesse tra gestore ed istituto di credito amministrato», si legge nelle motivazioni della prima sezione della Corte di appello, i giudici hanno condiviso con il gup Furlani la necessità di leggere la norma «in senso rigoroso». In sostanza per delineare il conflitto di interessi, non bastava quello che Risicato aveva definito un collegamento «funzionale», ma doveva esistere «un concreto ed effettivo vincolo giuridico». Zonin dunque non fu mai rinviato a giudizio.
Allora, come ha scritto Alessio Mannino direttore del quotidiano online Vvox la presidente della Corte di appello di Venezia era Manuela Romei Pasetti: al vertice dal 2008, andò in pensione nel 2012 e pochi mesi dopo entrò come consigliere indipendente nel cda di Banca nuova, controllata di Bpvi, dove siede ancora oggi.
I sostituti procuratori di Venezia Risicato e Pisani oggi sono in pensione.
Pisani, rintracciato da Lettera43.it, ricorda poco, ma commenta: «Sarò io quello strano, ma i pm non hanno imparato che non devono assumere incarichi societari».Quella che stupisce di più però è la sorte della giudice Carreri, quella che si oppose alla prima richiesta di archiviazione: ha lasciato la magistratura e non vuole rilasciare dichiarazioni.
Grazie ai suoi colleghi è stata deferita al Consiglio superiore della magistratura (Csm).

Nel 2012 la Carreri dice al Giornale che lei 'evitava l'insabbiamento dei processi'.

Un esposto di Adusbef alla procura di Trento

Carreri, appassionata di vela, è finita sui giornali tacciata di assenteismo, di andarsene in barca mentre si fingeva malata.
Nel 2005 le era stata diagnosticata una forte depressione, la Carreri aveva preso le ferie arretrate ed era partita per una traversata atlantica: i suoi colleghi scrissero un rapporto che dal tribunale di Vicenza arrivò al Consiglio superiore della magistratura: finì deferita.
Lo stesso presidente del Csm, Mancino, la definì in una lettera «un capro espiatorio».
Nel 2012, intervistata per il Giornale da Stefano Lorenzetto, il solo che ha ricostruito l'intera vicenda, la Carreri spiegò di essere stata incaricata dal presidente del tribunale di scrivere una relazione sulle inefficienze del suo ufficio.
GIUDICE NELLE TENUTE DELL'IMPRENDITORE. «Scattò un'ispezione sul mio compagno di stanza e da quella mia denuncia cessai di vivere... Quel magistrato aveva anche l'abitudine di andare a caccia nelle tenute private di un famoso imprenditore indagato per reati societari. Si dà il caso che io abbia respinto una richiesta di archiviazione per quel suo amico industriale, avanzata dal procuratore capo che mi faceva delle pressioni».
E ancora: «Il procuratore capo si assegnava le inchieste più scottanti e mi chiedeva di chiudere le indagini per infondatezza della notizia di reato. E io respingevo le sue richieste. Insomma, evitavo l'insabbiamento dei processi». Nel libro Fermate la giustizia, a proposito della popolare di Vicenza, la Carreri scrisse: «Le indagini si erano fermate in superficie».
Negli anni la procura ha continuato a ricevere esposti sull'istituto di credito da parte di cittadini, soci coraggiosi, associazioni di consumatori e degli azionisti.
Nel 2008 per esempio l'Adusbef ha contestato il valore dei titoli della Popolare perché non in linea con gli istituti di credito quotati.
La procura berica ha chiesto l'archiviazione nel 2009, il tribunale l'ha accolta. La Cassazione, a cui l'associazione ha fatto ricorso, ha ordinato un nuovo esame. E nel 2011 è arrivata la seconda archiviazione del tribunale.
Ma l'associazione di Lannutti non desiste. Dei 18 esposti presentati sulla banca vicentina, ce n'è uno indirizzato anche alla procura di Trento, quella che ha la competenza sui colleghi di Vicenza.


Twitter @GioFaggionato

  • Questo articolo è stato aggiornato il 14 giugno 2016.

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