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CONTRO 21 Marzo Mar 2016 1600 21 marzo 2016

La tragedia dell'Erasmus e una retorica disonesta

In Spagna è stata una fatalità. Che impone silenzio. Non la beatificazione delle vittime.

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Sette le giovani italiane morte nell'incidente in Spagna.

La morte improvvisa di 13 ragazze, di cui sette italiane, è un qualcosa che lascia senza parole.
Perché non ce ne sono per quelle famiglie, quegli amici. Davanti a vite spezzate, spente in una notte su un'autostrada catalana, non resta che il silenzio.
Nulla si può dire. E forse nulla si deve dire.
Per rispetto, se non altro.
In queste ore, invece, si sta leggendo di tutto.
IL MITO DELLA MEGLIO GIOVENTÙ. Addio alla «meglio Gioventù»; alle «figlie migliori della nostra Europa».
Un altro lutto per la cosiddetta generazione Erasmus, dopo la barbara uccisione di Valeria Solesin al Bataclan, nell'inferno del 13 novembre parigino.
È vero, le sette ventenni sarebbero forse diventate medici, avvocati. Economiste che, come ha scritto qualcuno, «ci avrebbero aiutato a uscire dalla crisi».
Oppure avrebbero lasciato l'università, aperto un bar a Barcellona. Si sarebbero sposate e fatto le casalinghe.
Cambia qualcosa?
No. Non sposta di un centimentro il dolore irreparabile di una famiglia. Ma paradossalmente serve solo a riempire pagine e bocche di retorica inutile.
PERDITE QUOTIDIANE. Ogni ventenne che muore in un banale incidente - sì, terribilmente banale e tanto più terribile perché banale - è una perdita.
Che sia sull'A14 dopo una serata in discoteca a Milano Marittima, per le strade di un paesino o su un pullman dopo una giornata di festa a Valencia.
Sia esso un operaio, un disoccupato o uno studente Erasmus.
LA BEATIFICAZIONE DELL'ERASMUS. Già, l'Erasmus. Un'opportunità di crescere, di imparare a vivere, di mettersi alla prova.
Ma non trasformiamolo in una beatificazione ridicola, per favore.
Perché quei mesi all'estero, per molti studenti i primi lontani da casa, sono vivaddio anche divertimento, spasso, libertà.
Non una trincea nella guerra per la giustizia universale.
Questo non toglie nulla al dolore.
Abbiamo perso sette figlie. Giovani donne che si erano divertite, che per tornare sicure a casa dopo una notte di festa avevano coscientemente scelto di salire su un autobus invece di rischiare la vita in auto.
Donne che forse stavano formandosi. E che forse avevano anche dubbi sul futuro, come ha ogni ragazzo.
LA MARTIRIZZAZIONE MEDIATICA. Trasformarle in martiri della «nostra migliore Europa» è una operazione disonesta. E autoreferenziale.
Per quanto sia evocativo parlare di migliore Europa in un momento in cui l'Europa sta dando la peggio immagine di sé.
Aggiungere artificiosamente sensi estranei a queste perdite non fa che togliere senso a quanto è accaduto, che è - e resta, sia chiaro - privato e lancinante.
Il lutto è nazionale, va da sé. Lo choc anche.
I DUE PESI E LE DUE MISURE. Tuttavia arrivare a cancellare una direzione di partito a causa di un gravissimo incidente come ha fatto Matteo Renzi con il Pd non può non stupire.
E attirare polemiche altrettanto sterili.
Soprattutto se paragonato al silenzio e alle mezze parole del governo sulla tortura e sul massacro di un altro nostro figlio: Giulio Regeni.
Certo, un colpo di sonno e una tragica fatalità sono più gestibili di un presidente dittatore come Al Sisi con il quale il nostro Paese fa affari.
Infine, le anime belle che ora piangono non sette ragazze, ma «la morte della meglio gioventù d'Europa» dovrebbero forse ricordare che tutti i ventenni, in Erasmus o no, all'università o meno, possono essere la nostra meglio gioventù.
E se non lo sono, sarebbe forse il caso di sforzarsi perché lo possano diventare.
Scommettendo magari sul futuro invece di piegarsi a una retorica da quattro soldi.


Twitter @franzic76

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