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LE INDAGINI 26 Marzo Mar 2016 1200 26 marzo 2016

Regeni, la versione della rapina non convince

Le parenti di un rapinatore smentiscono la polizia. Renzi: «No a verità di comodo».

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Un bambino con in mano uno smartphone sul presunto luogo del rirovamento dei doumenti di Giulio Regeni.

Giulio Regeni, la verità può attendere.
L'ennesima versione fornita dal Cairo sulla barbara uccisione del ricercatore italiano non convince nessuno. Dopo l'ipotesi di incidente d'auto, di delitto a sfondo sessuale, di vendetta personale e di coinvolgimento dei Fratelli musulmani per mettere in cattiva luce al Sisi, ora è arrivata quella di una fantomatica banda di rapinatori di stranieri, sgominata dalla polizia.
LA SMENTITA DELLE DUE ARRESTATE. Una versione smentita pure dalla moglie e la sorella di Tarek Abdel Fatah, il presunto capo della gang, arrestate per favoreggiamento insieme con il cognato dell'uomo. Le due hanno negato, nel corso dell'interrogatorio, che la banda abbia ucciso Regeni.
Lo riferiscono fonti dell'inchiesta citate dal sito del quotidiano Al Masry Al Youm.
In particolare, la moglie di Tarek - riferisce la stessa fonte - ha detto che il borsone rosso, con alcuni effetti personali di Regeni tra cui il passaporto «era arrivato» nelle mani del marito solo «da cinque giorni» e lui aveva detto che apparteneva a un suo amico.
La sorella dell'uomo, inoltre, avrebbe riferito che la borsa era stata portata a casa dal fratello «un giorno prima della sua morte», avvenuta giovedì scorso.

La famiglia Regeni: «Sgomento per gli infamanti depistaggi»

Sgomenta per gli «infamanti depistaggi che si susseguono in questi giorni» la famiglia Regeni.
«La cosa che ci ha colpito di più», ha continuato l'avvocato della famiglia, «è l'insulto, la mancanza di rispetto non solo nei confronti di Giulio ma di tutto il Paese, delle istituzioni, come se potessimo accontentarci di queste menzogne».
«Allo sgomento», ha concluso il legale, «si unisce la soddisfazione e la fierezza di essere italiani e di avere il sostegno delle istituzioni, delle tante associazioni umanitarie e soprattutto dei cittadini. Questo per la famiglia di Giulio è molto importante».
LE DOMANDE DELLA PROCURA ROMANA. Intanto la procura romana chiederà alla polizia egiziana nell'incontro che si terrà nella Capitale italiana il 5 aprile di ricostruire e approfondire l'iter che ha portato i documenti di Giulio Regeni nella disponibilità della persona presso la quale sono stati trovati.
I magistrati di piazzale Clodio, in particolare, vogliono scoprire da chi e attraverso quale canale il passaporto, i due tesserini universitari e il bancomat sono arrivati nelle mani del cognato di Fatah. Mentre gli altri oggetti mostrati in televisione, a cominciare dallo zainetto con lo stemma dell'Italia, non sono considerati riconducibili a Giulio.

Renzi: «Non ci accontentiamo di verità di comodo»

Anche Matteo Renzi, attraverso la sua E-news, ha sottolineato che «l'Italia non si accontenterà di nessuna verità di comodo».
«Consideriamo un passo in avanti importante il fatto che le autorità egiziane abbiano accettato di collaborare e che i magistrati locali siano in coordinamento con i nostri», ha scritto il premier. «Ma proprio per questo potremo fermarci solo davanti alla verità. Non ci servirà a restituire Giulio alla sua vita. Ma lo dobbiamo a quella famiglia. E, se mi permettete, lo dobbiamo a tutti noi e alla nostra dignità».
M5S ALL'ATTACCO. Mentre dal Movimento 5 stelle è partita l'offensiva nei confronti del governo.
Alessandro Di Battista, su Twitter, si è rivolto direttamente al ministro Paolo Gentiloni: «Ministro Paolo Gentiloni che dici? Ti degni di venire in parlamento per dirci 2 parole su Regeni? Senza fare il democristiano possibilmente».

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