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OPINIONE 31 Marzo Mar 2016 0900 31 marzo 2016

Non voltiamo lo sguardo davanti al cristianicidio

L'ultima strage in Pakistan. La Chiesa faccia una riflessione seria. Anche sull'Islam.

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L'attentato in un paco giochi di Lahore, in Pakistan.

L’orrendo attentato del parco giochi di Lahore obbliga, o meglio, obbligherebbe, non solo il grande universo del politically correct e i media, ma anche la Chiesa di Roma a una riflessione dura su quanto avviene nel grande corpo dell’Islam.
Una riflessione scomoda, perché mette in rilievo un dato inequivocabile, ma sempre equivocato, anche dalla Chiesa: il jihadismo assassino non è caratteristica di una piccola parte marginale della umma musulmana, ma è il sintomo di una malattia, un cancro, che percorre larga parte del mondo musulmano.
6 MILA CRISTIANI UCCISI IN UN ANNO. Quell’attentato si inserisce in una persecuzione dei cristiani nel mondo musulmano dalle cifre mostruose: nell’ultimo anno 6 mila quelli uccisi nei Paesi islamici, 20 al giorno. E non solo in Pakistan, in Iraq e Siria, ma anche in Bangladesh, Arabia Saudita, Iran, Sudan, Nigeria, Kenya, Somalia, Repubblica Centrafricana.
In Egitto, terra di feroci persecuzioni dei cristiani copti, la tendenza si è invertita solo con l’avvento del regime del presidente al Sisi, peraltro, a seguito di una repressione dei jhadisti che ha aspetti feroci.
In Palestina, nei Territori, la persecuzione dei cristiani da parte sia del governo della Anp che di Hamas ha dato vita a pochi episodi di violenza omicida, ma a una tale pressione ed emarginazione sociale e civile che la popolazione arabo-cristiana negli ultimi anni si è dimezzata.
E LI CHIAMANO MODERATI. La stessa Università di al Azhar, che in Occidente viene stranamente indicata come il “Vaticano” dell’Islam moderato, ha dato recentemente vita a un dibattito tra i suoi Imam sul tema: gli apostati, i musulmani che si convertono al cristianesimo, vanno o no condannati a morte?
La posizione “moderata”, si badi bene, è stata rappresentata da chi, tra i dotti di al Azhar, sosteneva e sostiene che li si deve giustiziare solo se danno pubblico scandalo.
Dunque, l’intolleranza anti-cristiana è uno dei più chiari sintomi del male profondo che coinvolge l’Islam tutto. Un cancro che si manifesta non solo con la violenza assassina degli jihadisti, ma anche con legislazioni feroci come la Blasphemy law del Pakistan (1.300 cristiani incriminati, 60 linciati dalla folla) e durissime, come quella che punisce nella laicissima Algeria a dure pene carcerarie e a salatissime multe i cristiani che facciano proselitismo.

Proselitismo punito con la morte

Bashar al-Assad.

In nessun Paese musulmano, nessuno, men che meno nella laica Siria di Bashar al Assad, è permesso il proselitismo da parte dei cristiani, che in sei Stati islamici è punito con la morte.
Non è difficile - ma non viene mai fatto, neanche dalla Chiesa di Roma - comprendere che questo non è un problema a parte, specifico, ma che è una componente di una concezione del mondo, di una intolleranza religiosa, di una violenza sulle coscienze che è il terreno di cultura previlegiato per la crescita della mala pianta jihadista.
Non è difficile comprendere che questo massacro di cristiani, e le ragioni che lo motivano ovunque nella umma, ridicolizzano la tesi che sentiamo ripetere a pappagallo ogni giorno che individua la nascita del Califfato dell’Isis come «conseguenza delle disgraziate guerre contro l’Iraq di Bush padre (1991) e Bush figlio (2003)».
IL JIHAD NON È NATO CON BUSH. È un analisi meschina, viziata dall’ideologismo della battaglia politica in Occidente, che si limita a leggere meccanicamente un'impennata pur clamorosa del jihadismo dopo quelle guerre e che non riflette sul fatto che prima di allora questi si esprimeva con netta evidenza e centinaia di migliaia di morti (si pensi solo alla guerra civile in Sudan) in tutto il mondo musulmano.
E uno dei suoi terreni d’azione era, come è oggi, appunto la persecuzione dei cristiani.
Persecuzione che si intreccia - ma non in Pakistan - con tensioni tribali, etniche o sociali, del tutto secondarie però rispetto al “prius” di un egemonismo islamico intollerante e violento.
LA POSIZIONE INQUINATA DELLA CHIESA. Ed è triste constatare come invece queste motivazioni sociologiche vengano accampate, anche da parte delle Chiese e delle gerarchie cristiane, quale ragione vera del massacro.
Una ipocrita via di fuga che evita di prendere di petto lo scabroso tema dei un Islam maggioritariamente intollerante e settario.
Ma è un’analisi deviante che inquina anche la posizione della Chiesa, restia, come il mondo laico occidentale, a prendere atto dell’immensa ed estesa violenza che caratterizza il mondo musulmano tutto, con poche e rare eccezioni. Tra queste, il Marocco.
Andare oltre, cessare con la litania delle “colpe di Bush” è quindi indispensabile per mettere il problema sui suoi piedi e affrontare con lucidità il tema vero: la componente ideologicamente violenta e settaria di larga parte dell’Islam, che ovviamente produce nelle sue faglie estreme il jihadismo assassino.

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