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INCHIESTA 2 Aprile Apr 2016 2131 02 aprile 2016

Petrolio, la procura di Potenza indaga per disastro ambientale

L'ipotesi al vaglio degli inquirenti. L'Eni si difende: «La qualità dell'ambiente è ottima, studi lo dimostrano». La paura dei dipendenti nelle intercettazioni. I pm sentiranno Guidi e Boschi.

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L'Eni ha sospeso la produzione petrolifera nel Centro Oli di Viggiano, in provincia di Potenza.

La procura di Potenza intende accertare se in Basilicata si sia consumato un disastro ambientale.
Dopo aver portato alla luce un presunto sistema illecito di smaltimento dei rifiuti provenienti dalle attività estrattive in Val d'Agri, gli inquirenti e i carabinieri del Noe si concentrano sulle indagini epidemiologiche, con rilievi che saranno effettuati in diverse zone della regione.
ENI: «LA QUALITÀ DELL'AMBIENTE È OTTIMA». L'Eni si difende e affida a un comunicato la sua versione: «Lo stato di qualità dell'ambiente, studiato e monitorato in tutte le sue matrici circostanti il Centro Oli di Viggiano è ottimo secondo gli standard normativi vigenti». La compagnia fa riferimento ai risultati emersi da «studi commissionati ad esperti di conclamata esperienza professionale», che sono stati «tutti depositati nel procedimento penale in corso».
LE ACCUSE AL COLOSSO PETROLIFERO. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, illustrando i particolari dell'inchiesta, ha usato parole dure: «Dispiace rilevare che per risparmiare denaro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini». Un riferimento al «risparmio dei costi del corretto smaltimento dei rifiuti prodotti dal Centro Oli», evidenziato dal gip nella sua ordinanza. Secondo l'accusa «rifiuti speciali pericolosi» sarebbero stati qualificati dal management Eni «in maniera del tutto arbitraria e illecita», con un codice che li indicava come non pericolosi. E poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento con «un trattamento non adeguato e notevolmente più economico».
RISPARMI TRA 44 E 110 MILIONI DI EURO. Dai calcoli degli investigatori, il risparmio ipotizzabile per questo sistema oscillerebbe tra il 22% e il 272%, in base a diversi preventivi acquisiti, e si tradurrebbe in una cifra che oscilla tra i 44 e i 110 milioni di euro ogni anno. La restante parte dei reflui liquidi sarebbe stata trasferita nel pozzo Costa Molina 2, posto sotto sequestro, in cui «i liquidi venivano reiniettati, sebbene l'attività di reiniezione non risultasse ammissibile per la presenza di sostanze pericolose», scrive ancora il gip.
ENI: «ACQUE DI REINIEZIONE NON SONO PERICOLOSE». Dagli studi commisisonati dall'Eni, emerge invece che «le acque di reiniezione non sono acque pericolose, né da un punto di vista della normativa sui rifiuti, né da un punto di vista sostanziale», e che l'attività di reiniezione svolta presso il Centro Oli sarebbe «conforme alla legge italiana e alle autorizzazioni vigenti e rispondente alle migliori prassi internazionali».
LE EMISSIONI IN ATMOSFERA. Un altro capitolo dell'inchiesta riguarda poi le emissioni in atmosfera prodotte dall'impianto. Per il gip, «uno dei settori più sensibili e di maggiore impatto ambientale del ciclo produttivo petrolifero». In questo caso, per «celare le inefficienze dell'impianto», i vertici del Centro Oli «decidevano deliberatamente e in diverse occasioni di comunicare il superamento dei parametri con una condotta fraudolenta», ovvero dando una giustificazione tecnica che «non corrispondeva al vero» o «diversa da quella effettiva».
L'ACCUSA: COMUNICAZIONI MANOMESSE. Gli investigatori ipotizzano «manomissioni» delle comunicazioni agli enti di controllo sui superamenti dei limiti di legge, al fine di «non allarmarli». Dalle intercettazioni tra i dipendenti emerge quello che il gip definisce «un quadro preoccupante»: «Io ora preparo le comunicazioni... ci inventiamo... una motivazione». In qualche caso sopraggiunge anche lo spavento: «Mi si è gelato il sangue», «mi sono cagato sotto», si dicono a telefono o tramite sms.

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