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PAURA 5 Aprile Apr 2016 1747 05 aprile 2016

Egitto, Davide Romagnoni: «Io, in carcere per una foto»

Processato e  detenuto 35 ore per uno scatto a Sharm el Sheik: «Né acqua né cibo, ho avuto paura». Regeni, l'Italia alza la voce.

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Davide Romagnoni.

È il 31 ottobre 2015 quando, 23 minuti dopo il decollo da Sharm El Sheik, un aereo della compagnia russa Metrojet esplode.
Davide Romagnoni, milanese di 44 anni, è in vacanza in un resort della località egiziana e legge di un aeroporto nel caos. Il 6 novembre va a controllare di persona cosa succede nello scalo e se la sua partenza per l'Italia prevista due giorni dopo sia a rischio.
TUTTO PARTE DA UNA FOTO. Fotografa l'aeroporto e inizia così la sua drammatica esperienza nelle carceri egiziane, che si concluderà solo dopo 35 ore trascorse senza cibo e acqua, tra interrogatori, trasferimenti in manette da un carcere all'altro e «un processo farsa» prima della liberazione alle 4 del mattino nel buio del deserto.
«REGENI NON C'ENTRA NULLA». «Voglio chiarire subito», ha raccontato lui stesso all'Ansa, «che la mia storia con quella di Giulio Regeni non c'entra nulla. Lui è morto e io no, ho troppo rispetto per la tragedia e il dolore dei suoi familiari per paragonare le due vicende. Posso dire che ho avuto paura di morire, che ho vissuto 35 ore di costante paura senza sapere dopo perché ero finito in un girone infernale e kafkiano, dove non avevo più potere di niente».
BLOCCATO DA DUE MILITARI. Dopo aver scattato la foto, Romagnoni viene subito bloccato da due militari che lo portano all'interno dell'aeroporto, dove viene interrogato: «Capisco che la cosa si mette male, continuano a chiedermi cosa ci faccio da solo a Sharm e perché ho fatto quella foto. Prima che mi ritirino il cellulare, riesco a mandare messaggi ad alcuni amici che contattano la Farnesina».
SENZA ACQUA NÉ CIBO. Romagnoni, musicista, fondatore del gruppo ska Vallanzaska, viene tenuto nello scalo sveglio, senza acqua né cibo, fino alla mattina del giorno successivo, non prima di esser stato interrogato altre cinqe volte: «All'alba mi ammanettano e mi dicono che sono nei guai. Mi caricano su un pick up senza scritte e ci allontaniamo da Sharm. Ecco, lì ho pensato che stavo per morire. Invece mi portano in un carcere e finisco dentro una gabbia di tipo medievale, molto piccola». Romagnoni riesce a parlare con un funzionario egiziano dell'ambasciata italiana: «Mi dice che il problema è serio e che verrò processato. Vengo trasferito in un altro carcere, sempre ammanettato, e finisco unico occidentale in una cella con altre 36 persone».
BERVE PROCESSO IN ARABO. In questa seconda struttura si svolge «il processo farsa», con il giudice «che parla solo arabo» e «mi chiedono dei soldi per pagare un traduttore ma non ne ho perché me li hanno tolti. Ho un avvocato che non dice nulla, il processo dura poco, io non capisco come finisce e mi portano in un'altra cella in un altro carcere». Inizia la seconda notte ancora senza cibo e senza acqua «perché servono i soldi per procurarseli». Altri interrogatori, sempre circondato da «militari molti aggressivi» fino a quando gli vengono mostrati dei fogli «tutti in arabo, che io firmo perché non potevo fare altro». Attorno alle 4, mi chiedono se sono davvero un musicista e mi danno una chitarra. Suono Three little birds di Bob Marley e mi lasciano andare assieme a due sudanesi. Siamo nel deserto, c'è poca luna e non si vede niente. Li seguo e dopo un'ora di cammino incrociamo una strada e fermiamo una macchina». Torna nel suo resort dove trova poi nella reception passaporto e cellulare e riesce a lasciare l'Egitto. «Ho fatto una foto nel momento e nel posto sbagliato? Sì. Ma ho vissuto un'esperienza pazzesca e mi hanno fatto firmare carte in arabo. Per questo mi sono affidato a un avvocato e per ora abbiamo solo capito che sono stato allontanato dall'Egitto».

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