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CASO 6 Aprile Apr 2016 0750 06 aprile 2016

Regeni, la mail anonima che accusa i vertici egiziani

Una fonte che si definisce dei servizi segreti del Cairo scrive a la Repubblica. Nella lettera la ricostruzione di quanto avvenuto al ricercatore. E i nomi dei presunti responsabili.

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Giulio Regeni.

Un anonimo che si dice della polizia segreta egiziana scrive da qualche giorno a Repubblica accusando i vertici egiziani e svelando dettagli delle torture inflitte a Giulio Regeni mai resi pubblici, ma conosciuti solo dagli inquirenti italiani. Lo riporta oggi lo stesso quotidiano, spiegando che le sue mail sono state acquisite dalla Procura di Roma. Proprio la conoscenza dei dettagli fa pensare a una fonte ben informata. La notizia, insieme a quella di un possibile primo responsabile che il Cairo sarebbe pronto a fornire, arriva nello stesso giorno dell'arrivo dei magistrati e degli inquirenti egiziani a Roma. Il 5 aprile, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni dal Senato aveva rivolto parole dure al Cairo.
IL PRIMO NOME DI UN RESPONSABILE. «L'ordine di sequestrare Giulio Regeni - scrive l'anonimo - è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza. Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme ad ufficiali della Sicurezza nazionale. Fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per 24 ore».
LA TESTA DI SHALABI OFFERTA ALL'ITALIA. Secondo fonti al Cairo de La Stampa, la testa di Shalabi potrebbe proprio essere quella che l'Egitto 'sacrificherà' per la responsabilità della morte del ricercatore. Lo riporta oggi lo stesso quotidiano. «Shalabi - ricorda La Stampa - è l'alto ufficiale della Sicurezza nazionale incaricato del caso Regeni; già condannato nel 2003 da un tribunale di Alessandria per aver torturato a morte un uomo e falsificato i rapporti della polizia, ma reintegrato dopo la sospensione della sentenza».
TRE GIORNI DI TORTURE. Nella caserma di Giza, Regeni «viene privato del cellulare e dei documenti e - continua la mail arrivata a Repubblica -, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell'Ambasciata italiana», viene pestato una prima volta. Chi lo interroga «vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando». Quindi tra il 26 e il 27 gennaio «per ordine del ministro dell'Interno Magdy Abdel Ghaffar» viene trasferito «in una sede della Sicurezza nazionale a Nasr City».
Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Regeni e allora - ricostruisce l'anonimo nel testo pubblicato da Repubblica online - il ministro dell'Interno decide di investire della questione «il consigliere del presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l'ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari a Nasr City perché venga interrogato da loro».
LA RIUNIONE AL VERTICE. Seguono torture sempre più volente - racconta la fonte -, fino alla morte del ricercatore. «Viene messo in una cella frigorifera dell'ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne. La decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell'Interno, i capi dei due servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la Sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja».
«Nella riunione - conclude la mail - venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall'ospedale militare di Kobri a bordo di un'ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria».

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