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TERRORISMO 8 Aprile Apr 2016 1700 08 aprile 2016

Marocco, un Paese diventato culla del jihadismo europeo

Preso in Belgio Abrini. Come Laachraoui e Salah viene dallo Stato nordafricano. Dove nel Rif prolifera la radicalizzazione tra povertà e assenza di istituzioni.

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Da sinistra: Brahim e Salah Abdeslam, Mohamed Abrini, Najim Laachraoui e Abdelhamid Abaaoud. Tutti e cinque di origini marocchine.

Uno Stato della fascia Nord africana ritenuto fondamentalmente sicuro, il Marocco, nasconde in sé larghe porzioni di territorio diventate negli anni terreno fertile per i jihadisti di tutto il mondo.
Originario del Marocco è, tra gli altri, Mohamed Abrini, il super ricercato per le stragi di Parigi arrestato l'8 aprile 2016 nella capitale francese.
UN'ESPULSIONE IN ITALIA. Nella notte del 7 aprile, un marocchino entrato in Italia nel 2013 è stato espulso per «la sicurezza dello Stato», come detto dal ministro dell'Interno Angelino Alfano, che ha riferito la notizia.
«Dopo una serie di indagini», ha dichiarato, «abbiamo accertato con chiarezza il suo processo di radicalizzazione religiosa in atto. A dicembre 2015 aveva aggredito un minore e ai carabinieri intervenuti si era dichiarato vicino allo Stato islamico, gridando di volere 'tagliare la testa agli italiani'».
Probabilmente un caso isolato in Italia, ma emblematico rispetto alle indagini delle intelligence europee, sempre più attente al ruolo del Marocco nella rete terroristica internazionale.
FUORI DAI RADAR PRIMA DI BRUXELLES. Guidato da un monarca generalmente benvoluto, politicamente stabile e ritenuto fedele alleato degli Sati Uniti d'America, il Paese non è stato contagiato dall'ondata rivoluzionaria, ma destabilizzante, delle “primavere arabe”.
Anche per questo negli ultimi anni il Marocco non ha attirato l'attenzione internazionale.
Gli attentati del 22 marzo a Bruxelles, tuttavia, hanno ricondotto lo sguardo dei Servizi occidentali verso lo Stato affacciato sull'Atlantico, e in particolare verso una sua regione, il Rif.
Territorio montuoso nel Nord del Marocco sui cui affari da sempre il governo ha chiuso un occhio, il Rif è storicamente tana di banditi, criminali, contrabbandieri e, appunto, jihadisti.
LEGAMI CON GLI ATTENTATI EUROPEI. Dopo Bruxelles, inquirenti e giornalisti di tutta Europa hanno iniziato a collegare i puntini tra quanto successo a Parigi, nella capitale belga, e tra i vari nodi di quella che si è dimostrata essere una grande unica rete.
Le cui origini spesso si trovano proprio nel Rif.
«Ed è qui che dobbiamo andare», scrive Leela Jacinto sulla rivista Foreign Policy, «a tracciare le linee che portano alle generazioni dell'epoca coloniale, per capire appieno cosa abbia spinto i giovani attentatori che hanno portato distruzione nelle capitali europee».

Una zona dove è scomparso il sostegno dello Stato

Al cuore degli attacchi terroristici degli ultimi 15 anni, spiega Jacinto, c'è il Rif.
Un'area poverissima dove si coltiva in gran parte marijuana, abitata da trafficanti contrabbandieri ed eroi della resistenza contro gli amministratori coloniali prima e contro i re successivamente, ostili a ogni autorità esterna.
All'ingresso di alcune zone di questa regione, cartelli stradali avvertono i visitatori che stanno entrando in una zona dove non troveranno il sostegno dello Stato.
«Per i figli del Rif che sono stati trapiantati in Europa», continua l'analisi di Fp, «questo background rischia di combinarsi con la marginalizzazione, l'accesso a reti criminali e, infine, la radicalizzazione jihadista».
I TERRORISTI PARTONO DA QUI. Uno degli abitanti del Rif che ha recentemente attirato l'attenzione internazionale è Najim Laachraoui, ''l'artificiere'' dello Stato islamico andato in Siria nel 2013, dove ha sviluppato le sue tecniche.
Successivamente, ed è il motivo per cui questo nome probabilmente non suona nuovo, Laachraoui si è fatto esplodere all'aeroporto internazionale di Zaventem il 22 marzo.
Il terrorista più famoso d'Europa, Salah Abdeslam (e suo fratello Brahim), arrestato a Bruxelles per gli attacchi del 13 novembre a Parigi, è originario del Rif.
La famiglia di Abdelhamid Abaaoud, spesso considerato la “mente” delle stragi nella capitale francese, è originaria del Sud del Marocco.

Le seconde generazioni sono attratte dalla retorica del jihad

Nel Rif, la retorica islamista si è unita a quella ribelle e anti-colonialista e ha riempito il vuoto lasciato dall'assenza del governo.
Gli insegnamenti Wahabisti si sono diffusi nelle città e nelle campagne, e oggi la regione ha il più alto tasso di povertà del Paese.
Ed è proprio la povertà che ha spinto i genitori degli Abdeslam e dei Laachraoui europei ad attraversare il Mediterraneo.
MANCATA INTEGRAZIONE. Nei Paesi del Vecchio continente dove speravano di trovare una nuova vita, tuttavia, non sono riusciti a integrarsi, sia per causa loro che per la mancata accettazione delle nazioni ospitanti.
Le conseguenze di questa distanza si sono riversate direttamente sulle seconde generazioni, pericolosamente attratte dalla retorica del jihad globale e spinte all'azione da una cultura dell'odio che cresce rigogliosa anche per colpa di ciò che mancava ai loro genitori: internet.
Il risultato di questi fattori è sotto gli occhi di tutti, e ha preso la forma della rete terroristica che minaccia l'Europa dal suo interno.

Un Paese dove lo stato di allerta è sempre ai massimi livelli

Il rischio di radicalizzazione è forte anche all'interno del Marocco stesso.
Tra gli affiliati all'Isis in Siria e Iraq i marocchini sono circa 3 mila.
E all'interno dei suoi confini il governo ha serrato i ranghi contro i jihadisti, utilizzando spesso mezzi non concessi alle forze di sicurezza di un Paese democratico.
L'INTELLIGENCE È EFFICACE. Ancora sotto choc dopo gli attentati suicidi subiti nel 2003, a Casablanca, il Marocco sorveglia i suoi sudditi, anche quando questi hanno doppio passaporto e vivono all'estero.
Ecco perché i servizi segreti sono stati in grado di trasmettere informazioni su Abaaoud e di mettere in allerta i colleghi dell'intelligence belga, inutilmente, sulla possibilità di un imminente attacco pochi giorni prima dei fatti di Bruxelles.
«Qui lo stato di allerta contro il terrorismo è ai massimi livelli. Da sempre», ha dichiarato a fine marzo ai quotidiani in lingua araba Abdelhak Khiame, che guida la polizia federale marocchina.
DIRITTI VIOLATI PER LA SICUREZZA. Il Bcij (Bureau centrale d'investigation judiciaire), fondato nel 2015 per contrastare il terrorismo, tiene il conto degli arresti di mese in mese.
«Chi tenta di introdurre armi nel nostro Paese rischia pene severe, che vanno dai 30 anni fino all'ergastolo», ha spiegato Khiame.
Una legge particolarmente repressiva, unita alle misure di prevenzione è d'aiuto, insiste Khiame, che ha aggiunto: «Non in tutti i Paesi dell'Ue accade la stessa cosa. Parlo spesso con i colleghi europei: coloro che varcano i confini, a meno che non ci siano prove certe del loro legame con il terrorismo, non possono essere messi sotto inchiesta. Questo rappresenta un grave problema di sicurezza».

Twitter @apradabianchi

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