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EMERGENZA 12 Aprile Apr 2016 1804 12 aprile 2016

Medici senza frontiere: «10 mila rifugiati in situazioni inaccettabili»

Dentro un ex villaggio olimpico o nelle stazioni. Esclusi da un sistema di accoglienza carente. La denuncia dell'organizzazione non profit.

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Mediamente i richiedenti asilo aspettano oltre un anno in Italia prima che la loro richiesta venga esaminata.

Almeno 10 mila richiedenti asilo e rifugiati costretti a vivere in condizioni «inaccettabili», sparsi per l'Italia al di fuori del sistema di accoglienza, emarginati, senza alcuna assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti 'informali', cioè irregolari e autogestiti, sorti spontaneamente lungo la Penisola, nelle stazioni dei treni o nell'ex villaggio olimpico di Torino.
Lo ha denunciato il nuovo rapporto di Medici senza frontiere 'Fuori campo. Richiedenti asilo e rifugiati in Italia: insediamenti informali e marginalità sociale', presentato il 12 aprile 2016 a Roma.
RICERCA DEL 2015. Il rapporto, frutto di una ricerca condotta nel corso del 2015, mostra le condizioni «inaccettabili» in cui migliaia di persone, in massima parte richiedenti o titolari di protezione internazionale - quindi regolarmente presenti nel nostro Paese - sono costrette a vivere per mesi o addirittura anni a causa dei limiti del sistema di accoglienza e di integrazione.
Tra loro, richiedenti asilo appena arrivati a cui viene negata l'assistenza prevista dalla legge per mancanza di posti nei centri di accoglienza; persone in transito verso altri Paesi europei; rifugiati che vivono in Italia da anni ma che non sono riusciti a completare il percorso di inserimento sociale. «Per quasi un anno abbiamo visitato edifici occupati, baraccopoli, casolari, parchi e stazioni ferroviarie e abbiamo documentato una realtà disarmante, pressoché ignorata dalle istituzioni. Migliaia di uomini, donne, bambini che avrebbero ogni diritto a ricevere assistenza vivono in condizioni deplorevoli», ha detto Giuseppe De Mola, ricercatore di Msf.
METÀ DEI SITI SENZA ACQUA POTABILE. Nella metà dei siti mancano acqua potabile ed elettricità e l'accesso ai servizi sanitari è carente o inesistente: i migranti in attesa di essere ammessi alla procedura di asilo non sono coperti da alcuna assistenza sanitaria pubblica e tra i rifugiati che vivono in Italia da più anni, uno su tre non è iscritto al Servizio sanitario nazionale e due su tre non hanno accesso regolare al medico.
In quello che appena 10 anni fa, nel 2006, era il villaggio olimpico di Torino, sono ospitati più di 1.000 rifugiati. Alla casa 'Don Gallo' nel centro di Padova, l'unica doccia è un tubo di gomma in giardino; afgani e pakistani attendono per mesi di accedere alla procedura di asilo nelle stazioni di tutta Italia, a Roma sono sorti dei siti permanenti di eritrei; nella fabbrica dismessa Ex-Set di Bari, rifugiati africani vivono dal 2014 in condizioni «indegne», altri si trovano alla pista di Borgo Mezzanone a Foggia, a ridosso di un centro governativo di prima accoglienza.
«MODALITÀ DI GESTIONE EMERGENZIALI». Una rete di marginalità, denuncia Msf, causata anche dalla «inadeguatezza» di un sistema di accoglienza che alla cronica carenza di posti continua ad abbinare «modalità di gestione emergenziali», tanto che su 100 mila posti attualmente disponibili, più del 70% si trova all'interno di strutture straordinarie. «In assenza di interventi immediati e strutturali, buona parte delle 100 mila persone presenti nei centri di accoglienza e di quanti arriveranno nei prossimi mesi potrebbe presto condividere questa sorte. Né aiuterà ciò che sta accadendo negli hotspot, dove migliaia di migranti vengono esclusi arbitrariamente dalla procedura di asilo e abbandonati a se stessi», ha detto Loris De Filippi, presidente di Msf.
L'organizzazione, pur riconoscendo gli sforzi fatti dal nostro Paese per recuperare inadempienze e ritardi cronici, chiede alle autorità di incrementare la capienza del sistema di accoglienza; di garantire a migranti, richiedenti asilo e rifugiati negli insediamenti informali condizioni di vita dignitose e diritti basilari come quello alla salute; di vincolare l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale al luogo di effettiva dimora.

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