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OMICIDIO REGENI 13 Aprile Apr 2016 1520 13 aprile 2016

Giulio Regeni, al Sisi si contraddice sui media

Il presidente egiziano accusa la stampa. Ma scorda le dichiarazioni del generale Shalabi e le note ufficiali del ministero degli Interni. Che parlavano di incidente stradale e negavano le torture.

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Al centro, il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi scagiona i servizi segreti per la morte di Giulio Regeni e dà la colpa ai media locali per aver creato «un problema» con il caso dell'omicidio del giovane ricercatore italiano.
ATTACCO AI MEDIA. Assassinato da «gente malvagia» non meglio identificata, ha aggiunto Sisi.
Mentre fin dall'inizio «alcuni di noi hanno accusato gli apparati di sicurezza attraverso i social network e molti di noi hanno preso per buone queste notizie».
Il presidente, oltre a dare lezioni di giornalismo («chi fa il cronista deve avere fonti, deve fare ricerche»), in occasione di un incontro con i portavoce dei gruppi parlamentari, del Consiglio nazionale per i diritti umani, dei leader sindacali e dei gruppi editoriali egiziani, ha rinnovato le sue condoglianze alla famiglia Regeni.
INDAGINI PRIVE DI CREDIBILITÀ. Sisi ha anche ricordato che «il procuratore generale sta seguendo di persona le indagini, questo significa che il caso è in cima all'agenda dell'autorità giudiziaria». L'attenzione sarebbe «massima», perché «l'Italia è stata il primo Paese a stare dalla nostra parte dopo la rivolta del 30 giugno». Eppure, finora, le indagini egiziane non hanno compiuto passi avanti credibili, secondo il giudizio degli investigatori e dei magistrati della procura di Roma titolari del fascicolo. I quali non hanno mai ricevuto dalle autorità del Cairo le informazioni ritenute indispensabili per scoprire chi abbia ucciso Giulio.
LE RICHIESTE ITALIANE RIMASTE INSODDISFATTE. Le richieste italiane sono sempre le stesse: acquisire i tabulati telefonici di una decina di persone, tra cui amici e conoscenti di Giulio Regeni residenti nella capitale egiziana, e i dati sul traffico registrati da due celle della rete mobile, che consentirebbero di tracciare la posizione dello smartphone del giovane ricercatore, mai ritrovato. Due le date critiche: il 25 gennaio, giorno della scomparsa di Regeni dal quartiere di Dokki in cui si trovava la sua abitazione; e il 3 febbraio nella zona del ritrovamento del cadavere, lungo la superstrada Cairo-Alessandria. Il procuratore generale egiziano, Mostafa Soliman, durante una conferenza stampa tenuta il 9 aprile al Cairo, ha risposto con un secco no.
IL GENERALE SHALABI ACCREDITÒ L'INCIDENTE STRADALE. Nel suo attacco contro la stampa locale, rea secondo Sisi di aver fatto disinformazione, il presidente egiziano ha dimenticato però di dire che a diffondere la prima, incredibile versione sulla morte di Giulio Regeni, indicato come vittima di un incidente stradale, fu proprio il generale Khaled Shalabi, direttore dell'Amministrazione generale delle indagini di Giza: «Non c'è alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane italiano Giulio Regeni, il cui corpo è stato ritrovato sulla strada Cairo-Alessandria», dichiarò in esclusiva al quotidiano Youm7, edito da Khaled Saleh. Aggiungendo che «le indagini preliminari parlano di un incidente stradale».
LE TORTURE NEGATE. L’autopsia sul corpo di Giulio Regeni ha stabilito senza ombre di dubbio che il ragazzo è stato torturato a lungo, prima di essere ucciso con un colpo al collo che ha provocato la rottura di una vertebra cervicale. Regeni ha subìto torture per quattro giorni, prima di essere eliminato.
Ecco invece cosa disse il giorno successivo al ritrovamento del cadavere il ministero degli Interni egiziano, guidato da Magdy Abdel Ghaffar, attraverso Ashraf al Anany, direttore dell'ufficio stampa: «I segni sul corpo dello studente italiano Giulio Regeni sono lividi e abrasioni, ma non segni di tortura. La questione è delicata e nessuno dovrebbe fare simili osservazioni. L'assenza di segni di tortura è stata confermata dai funzionari dell'obitorio di Zeinhom, dove si trova il corpo del ragazzo».
LE IPOTESI DEGLI INVESTIGATORI ITALIANI. Gli investigatori italiani sono convinti che si sia trattato di un omicidio politico e che Giulio Regeni sia stato arrestato in una retata, forse scambiato per una spia, probabilmente a causa dei suoi contatti con persone vicine all’opposizione. Una decina di fonti, che lo stavano aiutando per le sue ricerche sui sindacati indipendenti. Questo sarebbe il movente della cattura da parte del Mukhabarat, i servizi segreti legati al ministero degli Interni, nel giorno dell'anniversario della rivolta di piazza Tahrir che portò alla deposizione di Hosni Mubarak.
PER IL MINISTERO «TUTTE LE PISTE» SONO BUONE. Un'altra dimenticanza da parte di Sisi riguarda la nota ufficiale diffusa il 7 febbraio, dopo che il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni aveva ribadito in parlamento che il nostro Paese non avrebbe mai accettato una «verità di comodo» sulla morte di Regeni. In quell'occasione passò soltanto un'ora ed ecco arrivare, sempre dal ministero degli Interni egiziano, una nota che elencava i presunti risultati raggiunti fino a quel momento dal team investigativo: «I dati e le informazioni disponibili portano a tutte le piste, compresa quella criminale o quella della vendetta per motivi personali».
I RAPINATORI CHE NON POSSONO PIÙ PARLARE. Ed è sempre da fonti ufficiali, rappresentate ancora una volta dal ministero degli Interni, che qualche settimana più tardi (per l'esattezza nella notte tra il 24 e il 25 marzo) spuntò la notizia della sparatoria con cui la polizia egiziana avrebbe ucciso i quattro rapinatori e assassini di Giulio Regeni.
In un primo momento, però, le autorità del Cairo avevano negato che l'episodio fosse collegato alla sua morte. E per la verità lo hanno fatto anche successivamente, con il viceministro degli Interni Abou Bakr Abdel Karim. Che intervistato pochi giorni dopo dalla rete satellitare Al Haya, non solo ha affermato che «la ricerca delle persone coinvolte nell'uccisione di Regeni è ancora in corso», ma ha anche smentito di aver mai sostenuto che la banda criminale messa a tacere per sempre dalla polizia «fosse responsabile dell’omicidio».

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