EMERGENZA 16 Aprile Apr 2016 1030 16 aprile 2016

Grecia, i migranti abbandonati dall'Europa

Centri di detenzione. Mancanza di informazioni sul diritto di asilo. Deportazioni facili. Le ong: «La situazione dei profughi è disumana». La visita del papa. Foto.

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Abituato ad accompagnare i turisti stranieri desiderosi di relax da una spiaggia all'altra degli arcipelaghi ellenici, Petros Tsetris, skipper di professione, per mesi ha percorso con la sua barca il braccio di mare che congiunge la Grecia e la Turchia a raccogliere corpi e storie di altri stranieri: i migranti che tentavano di imboccare la rotta balcanica per arrivare nel cuore dell'Unione europea. Tsetris è uno dei centinaia di volontari indipendenti che per mesi hanno pattugliato le coste, al fianco dei pochi funzionari della guardia costiera e delle 80 organizzazioni non governative accorse a Lesbo nel pieno dell'emergenza e dell'assenza delle istituzioni: «L'unica soluzione», dice a Lettera43.it, «è aprire un corridoio umanitario in piena sicurezza tra Turchia e Europa».
NEGATO IL DIRITTO DI ASILO. E invece l'Ue ha scelto la via opposta: chiudere i profughi approdati in Grecia in quelli che ormai tutti gli operatori chiamano «campi di detenzione». E rimpatriare i cosiddetti migranti economici in Turchia delegando a Erdogan la gestione del dossier. Sotto la pressione Ue la Grecia ha varato regole più stringenti per la gestione dei flussi migratori. La stretta, accelerata dal patto con Ankara siglato il 20 marzo e dalla possibilità di avviare i rimpatri, secono le ong si sta traducendo nella negazione del diritto di asilo.
«Dopo 7 giorni di pausa, la scorsa settimana sono ricominciati i rientri forzati dei migranti in Turchia. Ad aggravare la situazione ci sono poi le “misure di emergenza” adottate dal governo greco lo scorso 3 aprile, come le interviste rapide per determinare l’ammissibilità della richiesta di asilo. Secondo queste nuove procedure, in un solo giorno si potrà decidere il futuro di una persona o stabilire se la Turchia è un Paese sicuro o meno», osservano da Oxfam che assieme al Norwegian Refugee council e Solidarity Now si è rivolta direttamente a papa Francesco.
LE ONG SPERANO IN FRANCESCO. La speranza delle organizzazioni non governative, deluse da Bruxelles, si riversa sul pontefice atteso a Lesbo il 16 aprile dove incontrerà anche il patriarca ellenico Bartolomeo. Per il suo arrivo il premier Alexis Tsipras ha fatto preparare l'aeroporto di Mitilene, i volontari invece un posto tra i migranti in un container.

  • I volontari di Moria annunciano l'inizio delle deportazioni verso la Turchia.

«Chi ha diritto all'asilo rischia di essere mandato in Turchia»

Lesbo ha cambiato volto dalla firma del patto con Erdogan. Prima c'era persino un cartello di benvenuto nella pineta sulla collina, colorato e scritto in diverse lingue: un presidio dei volontari con tende e container. Ora i rifugiati - 3 mila per 2.500 posti disponibili - sono chiusi nel centro dietro ai cancelli di ferro.
DETENZIONE PER 'INGRESSO IRREGOLARE'. Spesso, lamentano gli avvocati, le autorità negano la possibilità di un contatto. La detenzione per ingresso irregolare, denunciano le ong, viene usata come strumento per limitare la libertà di movimento dei richiedenti asilo.
«Per come stanno le cose oggi, abbiamo fondati timori che molte persone possano essere rinviate in Turchia senza essere state informate pienamente sui loro diritti e quindi senza avere avuto nemmeno l'opportunità di chiedere asilo in Europa», ha dichiarato la direttrice Campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti.
ARRIVA LA STRETTA, RIMANGONO LE MANCANZE. In pochi mesi si è passati da una sponda all'altra: dalla quasi completa autogestione, e quindi dall'assenza di controlli, alla militarizzazione diffusa. Allo stesso tempo il giro di vite non ha risolto le mancanze croniche: di spazi, di strutture e persino di monitoraggio.
I 1.500 funzionari e poliziotti che Bruxelles aveva promesso di inviare sull'isola per aiutare il Greek Asylum Service non sono ancora arrivati. A Lesbo, gli operatori sono una manciata.
Prima i migranti erano lasciati a dormire a terra e l'assistenza era quasi auto organizzata, ora si dorme lo stesso a terra, ma circondati da recinzioni.

Dai soccorsi autogestiti alla militarizzazione

Tsetris ha vissuto a Lesbo per cinque mesi, lavorando fianco a fianco con le forze di sicurezza, i funzionari di Frontex, le organizzazioni non governative ma soprattutto con decine di volontari accorsi alla periferia estrema della Grecia, 1600 chilometri quadrati al limite dell'Egeo orientale, diventata la porta di ingresso di una folla anonima di migliaia di persone in fuga.
I SALVATAGGI GRAZIE A CENTINAIA DI VOLONTARI. Quando gli si chiede che ricordi gli sono rimasti appiccicati addosso non ha dubbi. «C'era una barca di legno con 334 profughi. Aveva dei buchi e si stava riempiendo con acqua e i venti erano pericolosamente forti: 100 volontari l'hanno aiutata a raggiungere in sicurezza la costa. A un certo punto, credevamo che fosse vuota e un altro volontario mi ha passato un grosso mucchio di coperte: tra la stoffa ho trovato un bambino di due mesi».
I volontari non legati ad associazioni sono stati invitati a registrarsi, dopo che le autorità Ue hanno esercitato pressioni su Atene per implementare i controlli e porre fine al caos nella gestione degli arrivi. Alcuni hanno anche avuto 'incidenti' con la giustizia: Salem Aldeen, nazionalità danese origini nordafricane, quasi un anno passato sull'isola di Lesbo con Team Humanity e Proem-Aid, a gennaio è stato arrestato con altri cinque volontari con l'accusa di essere un trafficante di uomini e ora rischia fino a dieci anni di prigione: «Stavamo solo soccorrendo un barcone», si difende.
NELLE ALTRE ISOLE ANCHE PEGGIO. Aldeen ha passato mesi a navigare tra le isole affacciate sulla costa turca, anche le meno conosciute e più lontane dall'Europa come Kastellorizo, divenuta il rifugio dei disperati nei giorni frenetici di febbraio, quando la Macedonia ha chiuso la frontiera a Idomeni e le isole dell'Egeo hanno cominciato a scoppiare. In questo promontorio abitato da 250 anime sono stati ospitati fino a mille migranti siriani e iracheni: «Non c'è solo Lesbo», ricorda il l'attivista, «anzi nelle altre isole è ancora peggio».

Detenzione per tutti: bambini, donne incinte, disabili

I volontari di Oxfam in Grecia.

A Chio, per esempio, alcuni richiedenti asilo pakistani hanno minacciato il suicidio, denunciando discriminazioni. Secondo Oxfam le attuali procedure di identificazione sono carenti e tralasciano soprattutto «i soggetti più vulnerabili».
Bambini, donne incinte, disabili: le infornate dentro ai centri di detenzione non fanno distinzione. Ma non proteggono dal rischio di violenze.
«UNA SITUAZIONE DISUMANA». Una «situazione disumana», ha sintetizzato Epaminondas Farmakis, direttore operativo di Solidarity Now. La richiesta che arriva dai lembi dell'Ue è chiara: «I leader europei», ha spiegato Jan Egeland, segretario generale del Norwegian refugee council, «hanno in mano le chiavi di questa crisi: devono immediatamente aprire i campi». Anche perché la strategia della militarizzazione sul fronte greco sembra già fallita: mentre si chiude la rotta balcanica, come fossero vasi comunicanti, si infiamma quella italiana.
IL PAPA RICHIAMI L'EUROPA. La fiducia in Bruxelles da parte degli operatori è dunque ai minimi. «Ci auguriamo», ha concluso la direttrice campagne di Oxfam, «che Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo, come leader spirituali e morali, possano contribuire a richiamare l’Unione europea al rispetto dei suoi valori fondanti: il rispetto della dignità e dei diritti umani». A questo siamo: alla speranza dell'intervento dello spirito, visti i risultati fallimentari della carne.

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