Alcuni Migranti Puliscono 160419123509
ANALISI 19 Aprile Apr 2016 1124 19 aprile 2016

Quel filo sottile che lega i migranti ai caduti di Staglieno

Alcuni migranti puliscono le tombe dei partigiani di Staglieno. Generazioni lontane, ma  accomunate da un'incrollabile resilienza. La riflessione di Lia Celi.

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Alcuni migranti puliscono le tombe dei caduti di Staglieno.

L'ennesima conferma del trito luogo comune che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani rifiutano viene da Genova, uno dei porti da cui gli italiani migravano per andare a fare i lavori che rifiutavano gli americani.
A pochi giorni dal 25 aprile, mentre i nostri ragazzi mettono come status di Whatsapp «Credere, obbedire, combattere» o «Memento audere semper», un gruppo di migranti e rifugiati coordinati dall'Arci ha dato una mano ai volontari e agli operai del Comune impegnati nel cimitero di Staglieno nella risistemazione delle sepolture di 272 partigiani.
L'OMAGGIO AI CADUTI DI STAGLIENO. La zona delle «tombe perpetue dei caduti per la libertà», tornate, scusate il bisticcio, a nuova vita dopo settant'anni grazie a un vasto e accurato restauro, verrà restituita all'omaggio dei genovesi la mattina del 20 aprile, alla presenza delle autorità.
Sperando che i genovesi abbiano voglia di omaggiare chi ha sacrificato i suoi vent'anni per ridare dignità al nostro Paese.
Ma forse, più che tributare loro un omaggio retorico che nell'epoca dell'inflazione #JeSuisEcc.Ecc. vale pochino, a quei morti andrebbero fatte delle domande, come alle urne dei Sepolcri foscoliani: ragazzi, ragazze, ma potevate immaginare che dopo settant'anni ci saremmo ridotti così?
Vi siete fatti ammazzare per darci il diritto di votare, e noi ci permettiamo di disertare i seggi mandando a pallino un referendum costato 300 milioni.
VALEVA LA PENA MORIRE PER QUESTO PAESE? Dall'altro lato, mentre ancora ci interroghiamo su quanto potrebbero inquinare le trivelle al largo della Puglia, nel mare davanti a Genova stanno per riversarsi tonnellate di petrolio provenienti dalla terraferma, nella fattispecie dal tubo rotto di una raffineria in val Scrivia. Valeva la pena morire per questo Paese assurdo?
E non è detto che col senno di poi di cui i cimiteri, si dice, sono veri e propri giacimenti, tutti gli inquilini delle 272 tombe di Staglieno risponderebbero di sì, specie se nell'aldilà arrivano i giornali con le notizie della desolante pantomima italo-egiziana sul caso Regeni.
Rinunciare a cercare efficacemente i colpevoli stranieri di barbari omicidi di italiani quando sono in ballo interessi diplomatici ed economici è una nostra specialità dai tempi dell'«armadio della vergogna» dove furono occultati per decenni i documenti sulle stragi naziste.
FERITE CHE SANGUINANO ANCORA. E allora oggi la domanda «valeva la pena dare la vita per questo Paese?» dobbiamo farla a qualcun altro.
Ai migranti che per raggiungere le nostre coste la vita la rischiano e molto spesso la perdono, com'è successo domenica ai somali scomparsi in qualche punto del Mediterraneo.
Somalia, ex colonia italiana squarciata da una guerra civile che ha l'età media dei suoi profughi, 25 anni, e dove le milizie islamiste di Al Shabaab mettono a ferro e fuoco intere regioni.
La nostra guerra civile è durata due anni, dal 1943 al 1945, e ha lasciato ferite che non si sono ancora del tutto rimarginate: quanto ci vorrà a riportare laggiù qualcosa di simile alla pace, una situazione che non costringa tante persone a fuggire nella speranza di vivere come un essere umano, o almeno di non morire come un cane?
Per loro vale la pena rischiare di morire per arrivare in Italia. Ma vale la pena di arrivarci perché i 272 caduti di Staglieno, insieme a migliaia di altri, si sono sacrificati per renderlo un Paese democratico.
UNA PRIMAVERA DI SPERANZA. Le foto dei miliziani e delle miliziane curde che in Siria sfidano la follia stragista dell'Isis ricordano molto quelle dei partigiani e partigiane che hanno riscattato l'Italia dal nazifascismo, con le loro gesta e il loro sacrificio.
È giusto ed è bello che a pulire le loro tombe siano anche i migranti siriani, somali, afghani, non come tampone all'immemore negligenza degli italiani, ma, foscolianamente parlando, come «corrispondenza di amorosi sensi» fra generazioni lontane, nel tempo, nello spazio, nella lingua, nel colore della pelle.
Ma che sanno entrambe cosa si prova quando fischia il vento, infuria la bufera eppure bisogna andare avanti per conquistare una primavera di speranza.
Con le scarpe rotte, o su un barcone malconcio.

Twitter @LiaCeli

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