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LA GIORNATA 28 Aprile Apr 2016 1751 28 aprile 2016

Amianto, una strage nell'indifferenza dello Stato

Piano nazionale bloccato, così in Italia si continua a morire nell'indifferenza delle istituzioni: 6 mila decessi all'anno.

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Morti dimenticati. Vittime delle fibre killer che non hanno avuto alcuna tutela da parte dello Stato, nemmeno il «banale» riconoscimento di essere vittime dell'amianto.
Perché non si sono ammalati sul luogo di lavoro, ma indirettamente, per esposizione ambientale.
Magari il marito portava le fibre millimetriche a casa, con le tute contaminate da lavare.
MORTI FIGLI DI NESSUNO. «Due morti su tre sono legate a fattori ambientali, sono quindi figli di nessuno», denuncia Salvatore Fais, delegato Cgil della Ogr, le Officine Grandi riparazioni delle Ferrovie di Bologna. «E questo perché la legge riconosce solo i decessi professionali. I dati però dicono anche altro: sempre due persone su tre si ammalano per troppo amianto che ancora si trova nei più disparati ambienti di vita».
Fais continua a lottare soprattutto per loro.
LO STALLO DEL PIANO NAZIONALE. Per questo, nella giornata mondiale delle vittime dell'amianto, giudica «una vergogna» lo stallo del Piano nazionale, bloccato da tre anni chissà dove in parlamento.
«Non dare attuazione a questo Piano significa esporre potenzialmente ancora tantissime persone a queste pericolose fibre killer», scriveva pochi giorni fa in una lettera aperta al presidente Sergio Mattarella. «Tutto questo accade oggi e accadrà domani, mentre lo Stato assiste indifferente».
«L'INAIL? SI È GIRATO DALL'ALTRA PARTE». Ed è tornato a chiedere che il presidente si adoperasse affinché non fosse più deposta davanti alla sede Inail di Roma la corona che ricorda i morti sul lavoro. Per una semplice ragione: «L’Inail è un istituto che avrebbe dovuto e dovrebbe prevenire gli infortuni sul lavoro, riconoscere e risarcire il danno. Nel caso dei lavoratori esposti all’amianto tutto questo non è accaduto: con noi l’Inail si è girato dall’altra parte, intervenendo solo per avallare ingiustizie su ingiustizie».
«A tutte le vittime», spiega il sindacalista a Lettera43.it, «occorre garantire equità di trattamento e assistenza ai familiari».
«Non è possibile lasciare libertà d'azione ai sindaci», sottolinea, «lo Stato deve imporre un testo unico. Se non lo fa allora legittima i prossimi morti, morti legalizzati, di Stato».

In Italia 6 mila decessi sospetti l'anno

Salvatore Fais in piazza Maggiore a Bologna.

I numeri fanno accaponare la pelle.
Ogni anno secondo le stime dell'Osservatorio nazionale amianto, 6 mila persone perdono la vita a causa di patologie ricollegabili all'asbesto, prima tra tutte il mesotelioma, una condanna a morte dalla quale non si sfugge visto che la sopravvivenza dopo la diagnosi va da qualche mese a qualche anno.
In Italia poi restano da bonificare 40 milioni di tonnellate di cemento amianto, mentre i siti contaminati sono più di 34 mila.
LA SPOON RIVER DI BOLOGNA. Anche alle Ogr, continua il censimento dei morti, una Spoon River che pare non conoscere fine.
Per questo quei 120 mila metri quadri per il sindacalista dovrebbero diventare un «luogo di memoria».
Di più: un «polmone» ma questa volta «verde da consegnare alla città di Bologna, dove poter dedicare ogni pianta a un collega caduto sul lavoro», ha scritto Fais. «Solo così possiamo restituire ai parenti delle vittime un’aria pulita da respirare al posto di quella che ai loro cari è stata tolta. Solo così potremmo riconoscere, una volta per tutte, l’area dell’Ogr come un sito di interesse nazionale. Solo così potremmo affermare che lì è stata compiuta una strage, quella dell’amianto».
SU 3 MILA LAVORATORI, 466 MORTI. In quei 120 mila metri quadri di via Casarini, quartiere Porto, lavoravano in 3 mila.
Ne sono morti 466 di tumore, dei quali 264 riconosciuti per amianto. «Uomini e donne che né lo Stato né l’Inail hanno saputo tutelare nel rispetto dell’articolo 3 della nostra Costituzione».
Ogni volta che suona il telefono, Fais aspetta l'ennesima brutta notizia. Perché all'Ogr ci si conosceva più o meno tutti.
Solo pochi mesi fa, ha ricevuto la chiamata di un altro collega. Gli telefonava dall'ospedale dove si trovava per alcuni accertamenti. Dolore alla spalla e tosse. La diagnosi? Ispessimento pleurico con versamenti, la biopsia ha poi confermato: mesotelioma.
«Sono fregato, quanti mesi mi restano?», è stato l'unico suo commento.
«PER UNO CHE CI LASCIA, 8 SI AMMALANO». «Per un collega e un amico che muore», continua arrabbiato Fais, «altri sette o otto si ammalano».
La lista così si allunga.
A Natale 2014 le fibre si erano portate via Iolanda Tavolari, per tutti la Iole, per 20 anni cameriera al bar e alla mensa delle Ogr.
Aveva 73 anni.
A luglio invece era toccato a Eros Giacomoni: il mesotelioma lo ha ucciso in 16 mesi. Prima di lui Valer Nerozzi: morto in gennaio, aveva 65 anni.
«Una strage», l'altra strage di Bologna. Che continua a essere ignorata, anche da chi come il capo dello Stato «nel rispetto della Costituzione, ha tra i suoi obblighi quello di tutelare la salute dei suoi concittadini».
Fais anche questa volta aspetta una risposta dal presidente. La sua richiesta? «Che qualcuno ci aiuti a sperare, solo questo e nient’altro».

Twitter: @franzic76


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