Abu Omar: in Italia ex agente della Cia
INCHIESTA 29 Aprile Apr 2016 1720 29 aprile 2016

Abu Omar difende la rapitrice ex Cia: «Capro espiatorio»

Il chierico egiziano rapito nel 2003 in difesa dell'ex agente Sabrina de Sousa, in attesa di estradizione in Italia: «I veri responsabili si godono la loro immunità».

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Abu Omar, il chierico egiziano rapito a Milano dalla Cia nel 2003, si è schierato in difesa proprio di uno dei suoi rapitori, Sabrina de Sousa, che rischia l'estradizione in Italia.
In un'intervista al Guardian, Abu Omar ha dichiarato che la de Sousa è solo un capro espiatorio che copre i suoi superiori, e che per questo dovrebbe essere graziata dal presidente Mattarella.
L'ex agente della Cia, metà americana e metà portoghese, sta affrontando una condanna a quattro anni di prigione e dovrebbe essere estradata in Italia dal Portogallo il 4 maggio.
«SACRIFICATI DALL'AMMINISTRAZIONE USA». «Sabrina e gli altri che sono stati condannati sono capri espiatori», ha rivelato Abu Omar al quotidiano britannico, «l'amministrazione Usa li ha sacrificati e tutti i veri responsabili si godono la loro immunità. Sono loro che dovrebbero essere processati».
Le affermazioni del chierico egiziano aprono un nuovo risvolto nella vicenda, resa pubblica nel 2005, che ha coinvolto i governi italiano e americano in un caso che ha fatto affiorare le controverse tecniche di anti-terrorismo dell'era Bush.
«NON VOGLIO CHE VADA IN PRIGIONE». La de Sousa ha sempre sostenuto di aver svolto un ruolo minore come traduttrice in una prima fase dell'operazione che ha portato al rapimento di Abu Omar.
Nell'intervista rilasciata al Guardian, Abu Omar ha dichiarato di non averla mai vista prima. «Ora lei ha 60 anni», ha commentato, «se i media hanno ragione, lei e gli altri rapitori sono la ragione per cui ho perso il mio lavoro in Italia e la ragione per cui la mia famiglia ha sofferto così tanto». «Tuttavia», continua Omar, «rischia di essere condannata da quattro a sei anni, e non voglio questo per lei. Io sono stato in prigione, e non voglio la stessa sorte né per i miei amici né per i miei nemici».

Dal rapimento alle torture in Egitto

La vicenda dell'ex imam si trascina ormai da 13 anni, tra condanne, rivelazioni e complesse trame dei servizi.
Il 17 febbraio 2003 Hassan Mustafa Osama Nasr, meglio noto come Abu Omar, si stava recando alla moschea, di Milano di cui era imam, per la preghiera di mezzogiorno.
Era (ed è tuttora) un cittadino egiziano, ma aveva residenza in Italia, dove si trovava con lo status di rifugiato. Indagato per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo, secondo la procura di Milano sarebbe stato al centro di un complotto per organizzare un attentato contro una scuola americana.
BENDATO E PORTATO VIA. Quella mattina fu avvicinato da un uomo sceso da un’auto che, in italiano, si presentò come poliziotto, esibendo un tesserino. Gli chiese di mostrare i documenti e di sdraiarsi a terra. Poi, all'improvviso, Abu Omar fu bloccato, bendato e preso in consegna da due uomini giunti alle sue spalle per trascinarlo in un furgone che si trovava nelle vicinanze. Nessuno avrebbe dovuto assistere alla scena, ma una donna che frequentava la moschea e abitava nei paraggi vide tutto dal balcone.
DA RAMSTEIN AL CAIRO. Quello stesso giorno, Abu Omar fu portato col furgone alla base militare Nato di Aviano, in provincia di Pordenone, da agenti della Cia statunitensi. Da lì venne condotto in aereo prima a Ramstein, in Germania e poi al Cairo. L'Egitto di Mubarak era all'epoca era uno degli alleati più solidi degli Stati Uniti in Medio Oriente: gli Usa collaboravano, in particolare, coi servizi segreti del Paese, molto attivi nella lotta al fondamentalismo islamico. Un regime, quello di Mubarak, non certo noto per l'attenzione ai diritti umani.
IN CARCERE PER ANNI. Abu Omar rimase in carcere per anni senza processo e denunciò di essere stato torturato per oltre 12 ore al giorno per sette mesi. Il suo caso è stato al centro del primo processo civile che ha indagato le responsabilità delle detenzioni illegali statunitensi.
È stato rilasciato definitivamente solo nel 2007, stabilendosi ad Alessandria perché l’espatrio legale non gli è permesso.

Le sentenze capovolte e il segreto di Stato

Le indagini dei magistrati italiani hanno preso il via quando la moglie ne ha denunciato la scomparsa. Nel 2004, dopo un primo rilascio, Abu Omar chiamò casa e iniziò a raccontare alla compagna la sua storia.
Il governo Berlusconi negò di aver mai saputo o collaborato in alcun modo al rapimento.
L'AMMISSIONE DI PIRONI. Due anni più tardi, i magistrati individuarono un ufficiale dei carabinieri, Luciano Pironi, che ammise di aver fermato Abu Omar con la scusa di controllare i suoi documenti d’identità e di averlo poi portato al furgone utilizzato nel rapimento.
Da lì, e dalle informazioni date da Abu Omar alla moglie furono ricostruite dai magistrati la rete di agenti statunitensi coinvolti nel caso e diverse operazioni e decisioni dei servizi italiani per agevolare l’operazione.
PROCESSO APERTO NEL 2007. Le indagini, guidate dai procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Enrico Pomarici, portarono all’apertura di un processo, nel giugno del 2007, che iniziò a Milano.
CONDANNATI SENZA CARCERE. Due anni dopo furono condannati in primo grado 23 cittadini americani (quasi tutti agenti della Cia) e due membri dei servizi segreti italiani. Tra i condannati anche l’allora capo della sede Cia di Milano Robert Seldon Lady e un colonnello dell’Us Air force di stanza ad Aviano.Nessuno degli imputati americani finì in carcere: non si trovavano più in Italia da tempo e il governo rifiutò a lungo di inoltrare le richieste di estradizione negli Stati Uniti. L'esecutivo o sollevò anche un conflitto di attribuzione, sul tema della violazione del segreto di Stato, contro i magistrati milanesi.
AZIONI COPERTE DA SEGRETO. Il giudizio di primo grado stabilì che non si poteva procedere contro l’ex capo della Cia a Roma, Jeffrey Castelli, così come contro il capo del Sismi Nicolò Pollari e il suo vice Marco Mancini, accogliendo la loro difesa secondo cui le loro azioni erano coperte dal segreto di Stato. Il 12 febbraio 2013 la Corte d'Appello di Milano condannò Pollari a 10 anni di reclusione e il suo numero due Mancini a nove, riconoscendo quindi la tesi della Cassazione sulla portata troppo ampia e parzialmente illegittima del segreto di Stato emesso dai vari governi italiani degli ultimi anni. Nemmeno un anno dopo, il 14 gennaio 2014 la Corte costituzionale ha smentito la Corte di Cassazione e accolto il ricorso del governo italiano sul segreto di Stato.
L'ASSOLUZIONE DEFINITIVA DI POLLARI E MANCINI. Un mese dopo, la Corte di Cassazione, recependo la sentenza della Corte costituzionale, ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna della Corte d'Appello, assolvendo definitivamente Pollari, Mancini e gli agenti Giuseppe Ciorra, Raffaele di Troia e Luciano di Gregori, poiché l'azione penale non poteva essere proseguita per l'esistenza del segreto di Stato. A dicembre 2015 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia a due agenti della Cia, Robert Seldon Lady e Betnie Medero. Al primo Mattarella ha ridotto di due anni la pena (era stato condannato dalla Corte d'Appello di Milano a nove anni di reclusione, di cui tre coperti da indulto) poiché ritenuto dai magistrati la mente del sequestro e coordinatore dei rapporti con il Sismi. La grazia a Betnie Medero riguarda il residuo pena di tre anni di reclusione. Solo due anni prima, il suo predecessore Giorgio Napolitano aveva adottato lo stesso provvedimento con Joseph Romano.

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