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INTERVISTA 1 Maggio Mag 2016 1200 01 maggio 2016

Strage di studenti in Messico, parla il superstite Omar Garcia

Il 26 settembre 2014 sparirono a Ayotzinapa 43 studenti. Omar è sopravvissuto. «Un crimine di governo. Che ora ci prende in giro. I miei compagni li cerco vivi».

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Sono passati 19 mesi dai fatti di Ayotzinapa che hanno fatto il giro del mondo.
Per il Messico, che vanta una stima di oltre 30 mila desaparecidos, quei 43 studenti scomparsi la notte del 26 settembre 2014 avrebbero potuto essere un’altra cifra, sommata e dimenticata.
Grazie all’impegno dei sopravvissuti e alla risposta della comunità internazionale, il caso è giunto alla sua terza perizia.
INTERVENGONO GLI ESPERTI. Nel marzo 2015 è stato nominato il Giei (Grupo interdisciplinario de expertos independientes), un insieme di esperti internazionali incaricati di coadiuvare il governo nelle indagini sulla sparizione.
E così le mosse della Pgr (Procuradoria general de la Republica) sono cadute di fronte a questi accertamenti.
L’ipotesi, sostenuta da mesi, che voleva gli studenti portati e bruciati nella discarica di Cocula, è crollata definitivamente dopo gli ultimi sviluppi.
IL TESTIMONE IN GIRO PER IL MONDO. Dall’altra parte, tra chi aspetta e cerca giustizia, c’è anche Omar Garcia, uno degli studenti sopravvissuti a quella notte, che grazie all’impegno e al supporto di movimenti internazionali sta facendo il giro del mondo perché il caso Ayotzinapa non venga dimenticato.


La marcia dei familiari degli studenti scomparsi in Messico. Nel riquadro, il sopravvissuto Omar Garcia. © GettyImages


DOMANDA. C’è sempre meno chiarezza sulle indagini. Lei cosa ne pensa?
RISPOSTA. La confusione è dovuta al fatto che siamo di fronte a due versioni, l’una che continua a smentire l’altra.
D. Quali?
R. Da una parte c’è la procura che propone nuove investigazioni statali e dall’altra c’è il Giei che smentisce i risultati del governo. È successo ancora dopo la terza perizia.
D. A che risultati si era arrivati?
R. Il primo aprile 2016 la Pgr ha dichiarato che almeno 17 persone sono state bruciate nella discarica Cocula, modificando così parzialmente la versione data durante la seconda perizia, secondo cui tutti i corpi dei 43 studenti erano stati bruciati a Cocula.
D. Un'ipotesi che comunque non tornava.
R. Era stata smentita dal gruppo di esperti: secondo loro era impossibile che 43 corpi adulti bruciassero in così poco spazio.
D. Dunque la terza perizia della Pgr dice che i corpi sono solo di 17 studenti?
R. Questa verità è durata qualche giorno, fino a quando i resti sono stati inviati e analizzati all’istituto di Innsbruck in Austria: parliamo di parti minuscole per cui è stato difficile e in alcuni casi impossibile estrarre il profilo genetico.
D. Qual è stato l'esito degli esami?
R. Nessuno dei 17 resti appartiene ai miei compagni.
D. Siamo di nuovo punto e capo?
R. Sì, se non fosse che sempre il primo aprile il segretario di Stato ha annunciato che il gruppo dovrà sgomberare entro il 30 aprile e che non ci sarà nessuna proroga.
D. Cosa significa?
R. Che si rischia di lasciare il caso nelle sorti di indagini che vogliono offuscare la verità. E dei nostri compagni ancora non sappiamo nulla.
D. E adesso?
R. C'è il pericolo di buttare mesi di lavoro, ricerca e denuncia. Lo Stato messicano vuole che vengano accettate le morti, come una delle tante manifestazioni del fenomeno dei desaparecidos del mio Paese.
D. È solo del governo messicano la decisione sulla permanenza del Giei?
R. Secondo i nostri avvocati e la Commissione Interamericana il Messico ha firmato tutta una serie di trattati di rispetto dei diritti umani e la comunità internazionale deve pretenderne l’osservazione.
D. Qual è il ruolo della comunità internazionale in questa vicenda?
R. Ayotzinapa è stato l’esempio di come la pressione a livello internazionale possa portare a traguardi inaspettati, come l’instaurazione del Giei o l’analisi dei periti argentini.
D. In Messico, però, ci sono altre istituzioni che possono tutelare i diritti umani.
R. Questo è quello che ha detto e dirà il governo messicano riferendosi alla Cndh (Comision Nacional de los Derechos Humanos).
D. Non è così?
R. No, non ci sono istituzioni davvero indipendenti, forti e in grado di contrastare le posizioni dello Stato, che in molti casi vuole mettere sotto silenzio quello che succede.
D. A cosa si riferisce?
R. Non è un mistero che nel mio Paese i diritti umani non sono rispettati e il fenomeno delle sparizioni non ha mai avuto una risposta.
D. Accadrà anche ora?
R. Pensano che ci stancheremo anche noi e che accetteremo la verità che ci raccontano, ma non è così. Questo è un crimine di Stato.
D. Oltre alla sua opera di sensibilizzazione c'è quella dei genitori degli studenti.
R. Loro sono sempre lì, uniti per la verità. Aspettano e pretendono una risposta scientifica: non possono sparire nel nulla 43 studenti. Li vogliono trovare vivi, vivi come li hanno portati via.
D. È davvero possibile?
R. Gli unici che non riavremo indietro sono i cinque compagni morti quella sera. E un sesto, portato via e torturato, fu ritrovato il giorno dopo senza volto, strappatogli via. Tutti gli altri li cerchiamo vivi.
D. Pensa di continuare a vivere in Messico?
R. Al momento sì, ora l’attenzione della comunità internazionale è forte. Ma se ci abbandonano la commissione, i tecnici, la stampa... non lo so cosa potrebbe succedere.
D. La sua vita dopo i fatti di Ayotzinapa è cambiata. Lei parla di una «obbligo morale»: cioè?
R. Il fatto di essere un sopravvissuto, di essere stato parte di quello che è successo, mi impone di lottare per la verità, per i miei compagni e per i loro genitori. Se penso che potrebbe esserci stato mio padre a cercarmi in questi lunghi mesi... non posso fare finta di nulla. Non posso accettare di essere preso in giro.

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