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DIRITTI 2 Maggio Mag 2016 1551 02 maggio 2016

Corea del Nord, Kenneth Bae racconta i 735 giorni di prigionia

In carcere per le foto scattate a Pyongyang: «Lavoravo giorno e notte».

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Kenneth Bae.

Dolore fisico causato dal lavoro estenuante e torture verbali.
A due anni dalla sua liberazione, Kenneth Bae ha raccontato i suoi 735 giorni di prigionia nelle carceri nordcoreane nel libro dal titolo Not Forgotten.
Cresciuto in California, Bae per lavoro accompagnava piccoli gruppi di turisti in Corea del Nord, in particolare nella cosiddetta zona economica speciale. Durante uno di quei viaggi però ha commesso un errore fatale, ossia portare con sé un computer e un hard disk con le immagini di bambini affamati a Pyongyang.
CONDANNA A 15 ANNI. Così, nel 2012, il missionario cristiano di origini sudcoreane e naturalizzato americano è stato arrestato, e dopo un breve processo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver commesso «atti ostili con lo scopo di rovesciare il governo».
«DI NOTTE SPALAVO CARBONE». «Lavoravo dalle otto di mattina alle sei di pomeriggio» - ha raccontato - «mentre durante la notte trasportavo pietre e spalavo carbone».
TORTURE VERBALI. Oltre alla fatica fisica era sottoposto ogni giorno a pesanti torture verbali da parte delle autorità carcerarie, che gli urlavano: «Nessuno si ricorda di te, sei stato dimenticato dalla tua gente e dal tuo governo. Starai qui per 15 anni». L'uomo è convinto di essere stato una pedina politica: «Tutta l'America era sotto processo con me», ha scritto nel suo libro, secondo le anticipazioni diffuse dai media Usa. «Mi dicevano che la povertà e sofferenza nel Paese erano causate dalla politica estera degli Stati Uniti contro di loro», ha continuato.
LUNGO LAVORO DIPLOMATICO. Bae è stato rilasciato dopo un lungo lavoro diplomatico di Washington, ed è «grato ogni giorno alle tante persone che hanno cercato di riportarlo a casa». Nonostante questo, difficilmente potrà dimenticare l'esperienza dietro le sbarre. «È ancora tutto impresso nella mia testa» - ha precisato - «ero il prigioniero 103 e porterò quel numero sul petto per sempre».

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