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SICUREZZA 4 Maggio Mag 2016 1217 04 maggio 2016

Terrorismo, Varvelli: «Italia obiettivo appetibile»

Secondo il ricercatore dell'Ispi, il fatto che nella penisola non siano ancora avvenuti attentati potrebbe motivare «chi vuole dimostrare un'efficiente capacità di azione».

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Artificieri della polizia a Fiumicino.

La minaccia terroristica «è ancora molto alta, la più grave dai tempi dell'11 settembre, e temo sia probabile un nuovo attacco in Europa in futuro». Lo ha detto il direttore di Europol, Rob Wainwright, al Comitato Schengen, aggiungendo che «non abbiamo informazioni su specifiche minacce nei confronti dell'Italia».
«L'ISIS HA ATTECCHITO ANCHE IN ITALIA». L'allerta, tuttavia, è sempre più alta anche nella penisola. Il 28 aprile è stata smantellata nel Nord Italia una rete pronta a compiere attentati, e secondo Arturo Varvelli, ricercatore e capo del programma sul terrorismo all'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), «dopo questa inchiesta abbiamo qualche elemento in più per valutare la situazione: lo Stato islamico ha attecchito anche da noi. Dei segnali c'erano già, ma sono le intercettazioni a mettere il problema davvero in luce: da Siria e Iraq arrivano incentivi per un attacco in territorio nazionale».
Il fatto che in Italia non ci siano mai stati attentati terroristici di ampia portata, secondo Varvelli, potrebbe anche essere un fattore di rischio in più. «L'eccezione che rappresentiamo», spiega il ricercatore, «potrebbe solleticare l'appetito di chi vuole dimostrare un'efficiente capacità di azione anche in territori non battuti prima».
LO STATO ISLAMICO CAMBIA STRATEGIA. Insomma, non esistono Paesi a rischio zero. Anche e soprattutto vista la nuova strategia dello Stato islamico di contattare e radicalizzare nuovi adepti in loco piuttosto che farli partire verso Siria e Iraq. Il Califfato non cerca più tanto i cosiddetti foreign fighters, anche perché recarsi sul campo di battaglia è molto piu difficile, ma punta alle seconde e terze generazioni di immigrati in Europa per scatenare nuovi attacchi in patria, combattenti a cui garantisce lo stesso valore ideologico e religioso che dà ai suoi miliziani.
«IN ITALIA TRADIZIONE ANTI-TERRORISMO». «In Italia, tuttavia», precisa Varvelli, «abbiamo una tradizione di contrasto al terrorismo, che risale alle esperienze degli anni '70-'80, non paragonabile per esempio a quella del Belgio. C'è un numero di intercettazioni, di personale e di forze legate all'intelligence numericamente superiore a quello di molte altre nazioni. Questo ci fa ben sperare, ma se domani qualcuno si radicalizza su Internet e decide di farsi esplodere come lo intercettiamo? In nessuna maniera».

Agenti dell'Europol negli hotspot


«Due degli attentatori di Parigi erano arrivati in Europa dal canale della migrazione», ha dichiarato il direttore dell'Europol Wainwrighr, «e la nostra principale preoccupazione è che altri terroristi arrivino, anche grazie a documenti contraffatti, e stiamo monitorando la situazione».
UNA CINQUANTINA DI OPERATIVI. Alcuni agenti dell'Europol sono stati dispiegati negli hotspot in Grecia e in Italia per intercettare eventuali infiltrazioni da parte dei terroristi dell'Is. «Ma non si può parlare di agenti sotto copertura, perché questi operano sotto la piena consapevolezza delle autorità nazionali, e non sono impegnati in operazioni da queste indipendenti ma in loro supporto» ha però precisato Wainwright, sottolineando come l'Europol abbia risposto in tal modo a un mandato del Consiglio europeo: «L'obiettivo è quello di avere in ogni momento una cinquantina di agenti di polizia operativi nei diversi hotspot: non si tratta di agenti di frontiera, ma di agenti di supporto a Frontex, una seconda linea di difesa in grado di fornire risposte investigative ad attività sospette».
«IL PROBLEMA NON SONO I CANALI MIGRATORI». Precauzioni sicuramente utili e necessarie, soprattutto in un contesto di vera e propria emergenza, ma che non devono far dimenticare quale sia il vero problema di sicurezza in Europa. «In un'analisi ad ampio spettro», spiega Varvelli, «possiamo dire che l'aspetto dei canali migratori sia piuttosto irrilevante dal punto di vista della sicurezza rispetto all'arruolamento di terroristi nei singoli Stati europei. Se lo guardiamo dal punto di vista dell'intelligence, per cui basta anche solo una persona a commettere atti criminali, allora certamente è un fattore di rischio in più».
Statisticamente, però, il fenomeno è poco rilevante dato che sono pochissimi i terroristi che hanno usato tratte dell'immigrazione clandestina.
«È successo», conclude Varvelli, «ma è sicuramente molto più facile per i vertici dell'Isis radicalizzare persone già presenti negli Stati da colpire piuttosto che far fare ai propri miliziani viaggi lunghi e dal loro punto di vista rischiosi».

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