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AGGUATO 18 Maggio Mag 2016 1414 18 maggio 2016

Giuseppe Antoci, perché è finito nel mirino della mafia

Il presidente del Parco dei Nebrodi, scampato a un agguato, colpito per aver scoperchiato un sistema di concessioni agricole alle cosche su cui piovevano fondi pubblici.

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Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi.

Gli hanno sparato perché voleva proteggere il Parco dei Nebrodi dalle infiltrazioni mafiose.
Nella notte tra martedì e mercoledì, Giuseppe Antoci, presidente della più grande riserva naturale della Sicilia, è scampato a un attentato organizzato da Cosa nostra per togliere dalla circolazione un ostacolo agli affari e una figura diventata simbolo della legalità.
COLPI DI FUCILE CONTRO LA MACCHINA. L'agguato è avvenuto nel Messinese. Due persone hanno sparato colpi di fucile contro la sua auto blindata dopo averla bloccata con dei massi, e il poliziotto della scorta ha risposto al fuoco mettendoli in fuga.

La fiancata dell'auto blindata.


Il presidente e l'agente sono stati condotti per precauzione all'ospedale di Sant'Agata Militello, ma non sono feriti.
Oltre all'agente che ha sparato contro i malviventi, al conflitto a fuoco ha partecipato anche l'equipaggio di una seconda macchina della polizia. Il commando è riuscito a fuggire e in seguito all'attentato si è deciso di rafforzare la scorta al presidente.
CONTRO LA «MAFIA DEI PASCOLI». Da alcuni anni alla guida del Parco dei Nebrodi, Antoci ha messo in luce e danneggiato il vorticoso giro di denaro in mano alle associazioni mafiose fin dall'inizio del suo incarico.
In particolare svelando il sistema della cosiddetta “mafia dei pascoli” (come l'aveva definita il presidente della Regione Renato Crocetta): terreni del Parco assegnati alle cosche per l'allevamento il cui mantenimento avveniva con fondi pubblici italiani ed europei.
FONDI PER 2,5 MILIONI L'ANNO. A inizio 2016, al Parco sono state revocate assegnazioni per 4.200 ettari di terreno sui quali erano stati ricevuti contributi a valere su fondi Agea e fondi Ue per 2,5 milioni di euro all’anno.
Un danno alla mafia reso possibile dall'introduzione di un protocollo di legalità per volere di Antoci, del Prefetto di Messina Stefano Trotta e voluto da Crocetta.
CERTIFICAZIONI DI LEGALITÀ. Grazie all'introduzione di questo protocollo, gli enti regionali hanno cominciato a chiedere la certificazione antimafia anche per l’affidamento di appezzamenti di valore inferiore ai 150 mila euro. Scoperto il vaso di Pandora, è venuto fuori che moltissimi appartenevano alla mafia.
La firma del protocollo è avvenuta nel marzo 2015.
«FINIRAI SCANNATO». Alla fine del 2014 era arrivata per Antoci la prima intimidazione per il suo impegno nel cercare di spezzare il giro di denaro all'interno del Parco.

«Finirai Scannato tu e Crocetta»: questo il contenuto della lettera anonima. Un primo 'avviso', che non ha impedito al neopresidente di andare avanti con il protocollo di legalità.
LA BUSTA CON I PROIETTILI. Un anno dopo la lettera, dopo che le nuove regole avevano danneggiato notevolmente gli affari delle cosche ne parco, il secondo avvertimento: una busta contenente alcuni proiettili calibro 9, intercettata al centro di smistamento postale di Palermo.
«Ad oggi», aveva dichiarato Antoci, «sono state annullate, per infiltrazioni mafiose, alcune gare e revocati alcuni contratti di concessioni di terreni demaniali grazie al protocollo di legalità sottoscritto in Prefettura il 18 marzo 2015 con il Prefetto di Messina Stefano Trotta ed allargato a tutti gli enti regionali come fortemente voluto dal Presidente della Regione Rosario Crocetta».
23 CERTIFICAZIONI SU 25 FERMATE PER MAFIA. In seguito il numero degli annullamenti è continuato ad aumentare: delle 25 certificazioni antimafia chieste per aver diritto alle concessioni nel parco, 23 avevano avuto lo stop dalle prefetture di Enna e Messina per reati come l’associazione mafiosa e per legami con i più potenti clan mafiosi siciliani.
Un altro tasto che Antoci non avrebbe dovuto toccare è stato il giro criminale legato al furto di bestiame, alla macellazione clandestina e alle estorsioni, che rappresentavano all’atto dell’insediamento del presidente un fenomeno così diffuso da comportare una sollevazione popolare degli allevatori, messi in ginocchio da questa problematica.

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