Attentato Antoci 160518203010
INTERVISTA 18 Maggio Mag 2016 1942 18 maggio 2016

Mafia dei pascoli, analisi di una realtà poco nota

Voleva uccidere Antoci, il presidente di un parco siciliano. Perché lotta contro gli affari sporchi su terreni e fondi Ue. Il cronista Gandolfo: «Criminali spietati».

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Giuseppe Antoci non è un magistrato come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Non è nemmeno un giornalista come Giuseppe Fava.
O un attivista come Peppino Impastato.
Fa il presidente del parco dei Nebrodi, 85.587 ettari di terra divisi tra le province di Messina, Enna e Catania.
Eppure la mafia ha provato a ucciderlo, sparando contro la sua auto sulla statale che collega San Fratello a Cesarò, nel Messinese, la notte tra il 17 e il 18 maggio 2016.
UNA CRIMINALITÀ DIVERSA. Non la mafia dei corleonesi di Totò Riina o dei trapanesi di Matteo Messina Denaro.
Un’altra mafia, che alla droga preferisce ancora il latifondo. E che è pronta a tutto pur di mettere le mani su quei terreni.
Non per coltivarli o farci pascolare il bestiame, non per metterci dei contadini a lavorarli e riscuotere il pizzo.
Ora non c’è più bisogno di tutto questo, ora per fare business basta accaparrarsi i fondi europei.
Perché «ci sono alcuni tipi di contributi Ue erogati senza che ci sia un impegno da parte degli agricoltori. Quindi, una volta ricevuti i milioni di euro, e in assenza sostanziale di controlli, i terreni vengono abbandonati».
AGRICOLTURA DERUBATA. La chiamano «mafia dei pascoli» e Diego Gandolfo ha girato la Sicilia per raccontarla in una video inchiesta con Alessandro Di Nunzio, Fondi rubati all’agricoltura, vincitrice del premio Morrione nel 2015.
Ha scoperto le lacune di un sistema in cui la quantità dei controlli è inversamente proporzionale a quella dei soldi che girano, e come la vera agricoltura italiana venga derubata dai clan e sia costretta persino a pagare i danni con i tagli dei fondi dell'Unione europea causati dall’incapacità dello Stato di porre un freno alla mafia.
E chi ci prova, come Antoni, rischia la vita.

  • Il trailer di ''Fondi rubati all’agricoltura''.


DOMANDA. Che cos’è la mafia dei pascoli?
RISPOSTA.
Una mafia che c’è sempre stata perché il rapporto tra la mafia e la terra è un rapporto di tipo ancestrale. La mafia ha nel dna il controllo delle terre. Ma ora c’è un elemento nuovo.
D. Quale?
R.
Il legame si è intensificato da quando esistono i fondi europei, che si riversano sul territorio italiano e in particolar modo su quello siciliano che ha la più grande estensione rurale tra il territorio italiano.
D. Una sorta di evoluzione.
R.
La terra oggi rappresenta una grossissima fonte di guadagno per la mafia. Non si tratta più solo di controllo delle terre e racket nei confronti degli agricoltori e degli allevatori, di furto di bestiame e altri reati tipici. Qui si parla di un giro d’affari di milioni di euro.
D. Quanti?
R.
Essendo un fenomeno che sta emergendo adesso, non esistono dati ufficiali. Quello che possiamo dire in base alle storie raccolte da noi si parla di un giro d’affari che equivale a mezzo milione di euro all’anno per 1.000 ettari di terra. Se si moltiplicano per le centinaia di migliaia di ettari presenti in Sicilia e per i sette anni del contributo, si ottiene un giro vorticoso di milioni di euro.
D. Una fetta quanto cospicua del patrimonio della mafia?
R.
Questo è difficile dirlo. Ci sono zone in cui la mafia è specializzata nell’accaparramento delle terre ai fini dell’ottenimento dei fondi europei, quindi non si può stabilire una percentuale sul fatturato della mafia.
D. In quali zone esiste questa specializzazione della criminalità organizzata?
R.
Quella dei Nebrodi in particolar modo è una mafia che punta tanto sui terreni agricoli. Sa truffare, minacciare, intimidire, come abbiamo visto con l’attentato a Giuseppe Antoci.
D. Quindi prendono i fondi europei. E che ne fanno?
R.
Per esempio li reinvestono in società di costruzioni. Quindi c’è il paradosso di fondi per l’agricoltura che finiscono nel cemento, dove gli appalti vengono truccati proprio grazie a queste disponibilità che permettono di presentare offerte più basse di quelle della concorrenza. È quello che abbiamo visto a Caltanisetta, con i Farinella.
D. Oppure?
R.
Per rafforzare la criminalità organizzata. Addirittura noi abbiamo scoperto che alcuni di questi soldi finivano alle famiglie dei carcerati col 41-bis.
D. E i controlli?
R.
Spetterebbero allo Stato, in particolare all’Agea, l’ente erogatore dei fondi europei per l’agricoltura. Ma come abbiamo visto nell’inchiesta realizzata per Presa Diretta con Raffaella Pusceddu, questi controlli in Sicilia sono scarsissimi.
D. Quanto scarsi?
R.
Parliamo di due uomini che presidiano l’intero territorio siciliano. In sostanza i controlli non esistono, vengono depotenziati di anno in anno.
D. E l’Europa cosa fa?
R.
La Commissione non chiede conto, oppure, come successo ultimamente, multa l’Italia, incapace di recuperare queste somme dopo che scopre le frodi e per questo ha subito una riduzione dei fondi europei nell’ordine di centinaia di milioni di euro.
D. Perché Giuseppe Antoci è pericoloso per la mafia dei pascoli?
R.
Ce lo siamo chiesti anche noi. Non è né un magistrato né un giornalista, ma un presidente di un parco naturale sotto scorta. Ma Antoci ha stoppato un meccanismo che muoveva tantissimo denaro, e così è diventato il nemico numero uno della mafia dei Nebrodi.
D. Come ha fatto?
R.
Quando è diventato presidente del parco dei Nebrodi ha iniziato a fare verifiche antimafia su tutte le aziende che avevano ottenuto terreni in affitto dal parco. Prima di lui la mafia faceva affari affittando i terreni a pochissimo e guadagnando tantissimo. Col suo arrivo, invece, è arrivato un nuovo protocollo antimafia.
D. In cosa consiste questo protocollo?
R.
Impone la verifica antimafia a tutte le aziende che richiedono l’affitto dei terreni, cancellando il limite precedente di 150 mila euro di canone. Un limite fissato altissimo, che nessuno raggiungeva dal momento che si parla di affitti per 50 euro all’ettaro. Non si arriva a 150 mila euro nemmeno affittando tutta la Sicilia.
D. Antoci ha detto: «So chi mi vuole morto». Lei ha parlato dei Farinella. Quali sono i clan che dominano sulla mafia dei pascoli?
R.
Non sono i corleonesi, i palermitani, i trapanesi di Messina Denaro, sono famiglie meno famose perché non si è mai parlato di loro. Ma c’è un centro nevralgico che è Tortorici. Parliamo di una mafia che controlla quasi tutta la Sicilia Orientale andando oltre.
D. Fino a dove?
R.
Enna e Troina, dove l’attuale sindaco Fabio Venezia è sotto scorta perché gestisce le concessioni su 4.200 ettari di terreni che si dividevano solo un pugno di famiglie.
D. Il modus operandi è paragonabile a quello della mafia più conosciuta?
R.
Sì. Anzi, io direi che sono anche più pericolosi. Questa è una mafia che ha dimostrato di essere pronta a tirar fuori le armi, mentre l’altra mafia ha capito che è meglio non ricorrere alla violenza per evitare di finire sotto i riflettori.
D. Ma quanti conoscono la mafia dei pascoli?
R.
Pochi. Anche tra i siciliani. Io stesso, sinceramente, non ne avevo mai sentito parlare prima di lavorare all’inchiesta. Eppure è una mafia spietata.
D. Pensa che la vicenda di Giuseppe Antoci possa essere utile per far scoprire anche questa mafia?
R.
Credo che sia un evento storico, perché quando la mafia alza il tiro e decide di sparare c’è qualcosa che sta accadendo, di molto più profondo di ciò che sembra. Ora bisogna capire cosa sta accadendo e che tipo di interessi ancora sommersi ci sono, magari andando a vedere nelle carte di quei Comuni che hanno dato terreni ad altre famiglie mafiose.
D. E l’omertà?
R.
L’omertà c’è, ce ne siamo resi conto a Troina, dove la gente non voleva rispondere alle nostre domande. Ma ci sono anche agricoltori coraggiosi che combattono e denunciano il racket, come Sebastiano Ciciulla, un ragazzo di 20 anni che ci ha raccontato la sua lotta contro i Carcione, che volevano rubargli i terreni, o Emanuele Feltri, che non ha ceduto ai ricatti della mafia.


Twitter @GabrieleLippi1

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