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BASSA MAREA 19 Maggio Mag 2016 0841 19 maggio 2016

Graffiti, più dei vandali fanno danni i giudici

L'eccessivo permissivismo è un problema. Perché sdogana comportamenti discutibili.

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Un graffiti di Manu Invisible a Milano, in via Piranesi.

Impossibile muoversi in una città, in Italia o all’estero, senza vedere a profusione disegni e scritte sui muri, sui vagoni ferroviari, sulle vetture della metropolitana, sulle lapidi tardo romane dove ci sono e sui marmi rinascimentali.
Il nostro Paese eccelle per quantità. E una recente sentenza della suprema corte di Cassazione rischia di rafforzare questo non sempre invidiabile primato.
Il dibattito è sempre il solito, tra chi difende il graffitismo come potenziale (molto potenziale, spesso) arte e chi lo condanna come vandalismo.
LE RADICI STORICHE DEI GRAFFITI. I graffiti ci sono sempre stati e affondano le radici nell’antichità. A Efeso venivano usati per segnalare le case di tolleranza. Pompei ne è ricca, a partire dal famoso mansueta tene che sconsigliava forse, con relativo disegno, gli eccessi sessuali. Ma le grandi pareti multicolori che vediamo oggi sono il prodotto delle moderne bombolette spray.
Ogni 100 scritte o disegni ce ne può essere uno decente, e ogni 1.000 uno bello, ma il resto... Chi capitasse nella superba città di Genova, si faccia indicare dov’è l’ascensore pubblico di via Crocco (Genova è una città di ascensori pubblici e funicolari) e percorrendo la lunga galleria pedonale scavata anteguerra nella roccia della collina e sistemata anni fa con dignitosi pannelli potrà vedere tutto il vandalismo che vuole e nessuna arte. Un comitato si propone di ripulirla.
Ma la giustizia non sembra aiuti molto a tenerla pulita in futuro.
IL CASO DI MANU INVISIBLE. Un mese fa, con la sentenza numero 16.731, la seconda sezione penale della Cassazione si è occupata di un cagliaritano piuttosto noto nell’ambiente come Manu Invisible, per disegni eseguiti alla stazione milanese di Lambrate.
È la prima volta che i graffiti arrivano alla suprema corte.
Assolto in primo grado e in appello a Milano (la seconda sentenza meno assolutoria della prima), Manu Invisible è stato assolto anche dalla Cassazione che ha ritenuto “danno lieve” per la stazione di Lambrate quanto eseguito dal writer cagliaritano, che non è, va detto, uno sconsiderato e inetto imbrattatore di muri con l’urgenza di spargere colore su ogni parete così come i cani hanno l’urgenza di alzare la gamba ad ogni albero. Ma è comunque un graffitaro che pittura, non richiesto, i muri altrui.
NORMATIVA TROPPO VAGA. La Cassazione, adottando una motivazione già usata a livelli minori di giudizio, ha inoltre stabilito che il ricorso del procuratore generale di Milano andava respinto e ha inoltre ribadito il principio, anche questo già usato dalla magistratura di primo grado, che poiché Manu Invisible aveva sovrapposto la sua opera su un muro già disegnato, o imbrattato, migliorando il tutto, la sua azione non era sanzionabile.
Può darsi. Ma allora che fare, fossero stati presi, con i writer di primo livello, quelli che hanno imbrattato in origine quel muro?
In Italia la normativa è piuttosto vaga in materia di graffiti, di danni arrecati, di sanzioni, e la sentenza della Cassazione equivale a un via libera, certamente non voluto dai supremi magistrati ma facilmente deducibile.

Disegno o opera d'arte: chi stabilisce il confine?

La Cassazione ad aprile ha assolto il writer cagliaritano.

A Milano esiste una associazione nazionale antigraffiti che cerca di ottenere una normativa più chiara, né punitiva né permissiva, considerando che esiste una differenza tra un disegno ben fatto che fa vivere un muraglione tetro e l’imbrattatura delle fiancate e spesso degli stessi finestrini di un vagone ferroviario.
Trenitalia spende più di 1 milione l’anno, nel solo compartimento regionale di Firenze (diceva tempo fa un dirigente, Gianluca Scarpellini), per ripulire i vagoni. Milano, per essere ripulita del tutto, richiederebbe la spesa di circa 100 milioni. L’Amsa milanese, l’azienda per i rifiuti e l’ecologia, ha un servizio con macchine ad alta pressione e calore, e fa preventivi di intervento per muri privati e condomini.
UNA SENTENZA DEBOLE. I punti deboli della sentenza 16.731 sono tre a facilmente individuabili.
Primo, chi stabilisce se un disegno ha dignità di arte?
Secondo, la Cassazione ha sdoganato il disegno o l’imbrattatura non richiesti su pareti altrui, pubbliche o private.
Terzo, da ora in poi se un writer vuole proprio stare tranquillo, traccia la notte del lunedì quattro segni su un muro intonso e vi sovrappone il mercoledì la propria opera, con foto di documentazione del muro già written, non si sa mai.
E poi il vandalismo, così evidente in molti graffiti senza senso e su pareti chiaramente da rispettare, su lapidi funerarie a volte? Non esiste il vandalismo? Siamo quindi, probabilmente, nell’ambito della giustizia permissiva.
IL NODO DELLA GIUSTIZIA PERMISSIVA. Un altro esempio di generosità permissiva, in materia assai più grave e proveniente dalla stessa gloriosa città di Genova, riguarda una serie di furti in appartamento a opera di un gruppo rom, tutti imparentati e stabiliti da anni in un campo in periferia. Dopo attente indagini e registrazioni con microfoni installati sulle auto del gruppo, i carabinieri incastravano una dozzina di loro.
Il giudice sentenziava pochi mesi fa, alla fine, in totale una trentina di anni di reclusione, il che significa che salvo sorprese entro l’anno torneranno quasi tutti in libertà.
Il giudice rifiutava però l’associazione a delinquere, che avrebbe appesantito notevolmente la pena, con una motivazione che in parole povere suona così: essendo il furto parte costitutiva della loro cultura, non c’è stata associazione a delinquere. Come dire: se gli ultimi cannibali arrivano in un campo di periferia, è nella loro cultura mangiarsi ogni tanto.
Questo no, direbbero tutti, è omicidio. Certo. E il furto è furto, non il panino dell’affamato, ma l’oro di famiglia e la spilla della nonna.
IL SAPORE DI POLITICALLY CORRECT. Sarà anche stato un risarcimento per i pregiudizi (non del tutto ingiustificati però in molti casi, l’esperienza insegna, e poi è o non è, come dice il giudice in questione, la loro cultura?) che hanno segnato a lungo la comunità rom, ma è stata comunque una sentenza singolare.
Con un sapore da politically correct che non ha un gusto del tutto tranquillo, e che si ritrova un poco anche nella 16.731 della Cassazione penale.
Se come diceva Lenin (1920) l’estremismo è la malattia infantile del comunismo, l’eccesso di permissivismo potrebbe essere, nelle piccole e nelle grandi cose, un’interpretazione infantile della democrazia.

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