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PROCESSI 19 Maggio Mag 2016 2208 19 maggio 2016

Mafia, l'ex comandante del Ros Mori assolto in Appello

Il generale non agevolò la latitanza di Provenzano. «Mi è stato restituito l'onore».

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Mario Mori, generale dei carabinieri.

Il fatto non costituisce reato. Il generale Mario Mori è stato assolto in Appello, dopo due anni di un processo fatto di 22 udienze, con la conferma della sentenza di primo grado arrivata al termine di cinque anni di dibattimento.
Ci hanno messo tre giorni di camera di consiglio, i giudici palermitani, per stabilire che Mori e Mauro Obinu non hanno aiutato Bernardo Provenzano a restare latitante.
ACCUSA CAMBIATA. Sono cambiati i rappresentanti dell'accusa, non il finale. Il procuratore generale Roberto Scarpinato, l'uomo che ha portato alla sbarra Giulio Andreotti, e il sostituto Luigi Patronaggio, avevano escluso l'aggravante della trattativa Stato-mafia e quella mafiosa. Ma l'assoluzione è arrivata di nuovo.
«Mi è stato restituito l'onore come ufficiale dei carabinieri e come uomo», ha commentato il generale.
In attesa delle motivazioni, dal dispositivo letto in aula dal presidente Salvatore Di Vitale sembra di capire che la corte non solo non ha creduto alla colpevolezza dei due ex ufficiali del Ros, ma ha anche decisamente bocciato il tentativo della procura generale di costruire attorno alla mancata cattura di Provenzano uno scenario più complesso.
PER IL PG AVEVA RAPPORTI CON I SERVIZI DEVIATI. Scarpinato aveva cercato di far entrare nel dibattimento elementi che potevano provare i rapporti oscuri di Mori con ambienti dei Servizi deviati e della destra, ipotizzando che l'ex capo del Ros si fosse mosso obbedendo a input extraistituzionali che avevano interesse all'impunità di Provenzano, ritenuto esponente dell'ala moderata di Cosa nostra in contrapposizione agli stragisti di Riina.
Ma la corte le nuove carte non le ha fatte entrare. E al vaglio dei giudici è rimasto un processo orfano di un contesto, quello della cosiddetta trattativa, e in fondo di un movente. «Non mi serve il movente», aveva detto Scarpinato in requisitoria, ritenendo sufficiente e provata l'ipotesi che, non autorizzando il blitz che, nel '95, avrebbe potuto portare alla sua cattura, Mori e Obinu avessero consentito la fuga al capomafia. E poi non approfondendo le dritte di un confidente e di un collega del Ros gli avrebbero garantito ancora 11 anni di vita da uomo libero.

«La fine di anni di accanimento giudiziario»

Mario Mori.

Una costruzione, che ha escluso anche l'agevolazione di Cosa nostra (come se far fuggire il capo della mafia non garantisse vantaggi anche all'associazione) che evidentemente non ha retto.
«Spero sia la fine di un accanimento giudiziario che dura da anni», ha commentato il legale di Mori e Obinu, l'avvocato Basilio Milio riferendosi al processo per la mancata perquisizione del covo di Riina, da cui Mori fu assolto, e a quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il generale è tuttora imputato.
«Un dibattimento clone di questo», l'ha definito il difensore, che non potrà non risentire il contraccolpo di questa seconda assoluzione.
MANNINO ASSOLTO A OTTOBRE. Un verdetto che si aggiunge al proscioglimento in abbreviato dell'ex ministro Calogero Mannino, altro protagonista, secondo l'accusa, della trattativa, assolto ad ottobre. «Questa nuova assoluzione è un ulteriore passo avanti per dimostrare la mia innocenza rispetto alle accuse che mi vengono rivolte. Sono estremamente soddisfatto», ha commentato Mori.
Cosa resta dell'atto di accusa a carabinieri del Ros, politici e mafiosi, protagonisti di un accordo che sarebbe passato anche attraverso la garanzia di impunità a Provenzano, oltre che per ammorbidimenti nella linea d'attacco a Cosa nostra, si saprà solo dopo aver letto le motivazioni della sentenza del 19 maggio e di quella Mannino, ancora non depositata.
Con la tesi della trattativa, però, i giudici che assolsero Mori in primo grado non furono teneri, negandone la fondatezza senza mezzi termini.
NO COMMENT DELL'ACCUSA. Nel giorno del verdetto tace l'accusa. I pg hanno lasciato l'aula senza fare commenti. Meno cauto, dopo la sentenza di primo grado, fu l'aggiunto Vittorio Teresi che diede al collegio che aveva scritto la motivazione un 4 meno.
Giudizio che gli è costato un procedimento disciplinare ancora in corso.

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