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INDAGINI 20 Maggio Mag 2016 2139 20 maggio 2016

Mafia, forse la 'ndrangheta aiuta Messina Denaro

Il boss latitante coperto dai calabresi. Gli inquirenti non lo escludono.

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Matteo Messina Denaro da giovane e come viene rappresentato dall'identikit più attuale.

Non solo Cosa nostra. A proteggere la latitanza di Matteo Messina Denaro potrebbe essere anche la 'ndrangheta.
Ne ha parlato in un'intervista il pm della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo.
RICERCATO DAL '93. Dichiarazioni caute, le sue: «No, non lo escludo. Per quello che è la storia delle mafie penso che nessuno di noi abbia la possibilità di escludere alcunché, proprio perché sono talmente ramificate e strutturate da essere in grado di gestire qualsiasi situazione», ha affermato Lombardo, riferendosi alla possibilità che il padrino di Castelvetrano, ricercato dal '93, possa avere trascorso parte della latitanza oltre lo Stretto e sia nascosto dalla 'ndrangheta.
Una teoria che poggia su legami criminali antichi risalenti agli anni dei business miliardari del traffico di droga, proseguiti nel tempo, ma anche su contatti più recenti tra le due organizzazioni.
UNA PISTA DATATA. Di pista ormai datata parlano gli investigatori palermitani, che sono impegnati nelle ricerche del padrino trapanese. Le indagini sul boss, insomma, sarebbero passate anche per la Calabria.
«La storia criminale della 'ndrangheta in particolare, l'ha spesso e volentieri trasformata in un'agenzia di servizi. Detto questo non ci sono elementi investigativi in questa direzione al momento ma, ripeto non è una strada da escludere», ha confermato Lombardo.

Rapporti testimoniati dalle inchieste

Una manifestazione anti 'ndrangheta.

A raccontare la storia dei rapporti d'affari tra 'ndrine e clan siciliani, affari basati soprattutto sul traffico di droga e di armi, sono numerose inchieste.
Tra le più significative quella che, nel 2003, portò a decine di fermi e arresti. In cella nomi storici come gli Agate di Mazara del Vallo e i Piromalli di Locri.
500 NUMERI INTERCETTATI. Quasi 500 utenze sotto controllo per due anni e mezzo, sette Paesi interessati - Italia e Colombia, ma anche Svizzera, Grecia, Spagna, Olanda e la lontana Namibia - 900 chili di 'polvere bianca' sequestrata.
La joint venture stretta tra Cosa nostra e 'ndrangheta venne scoperta intercettando un boss calabrese, Paolo Sergi, mentre parlava al telefono con dei colombiani.
Ore di intercettazioni, ma anche pedinamenti e appostamenti svelarono che la Locride era un vero e proprio crocevia e terminale della droga. Famiglie ben strutturate ed esperte con capitali da investire. E una capacità di movimento, sia in Italia sia all'estero, che consentiva di tenere propri uomini in Colombia.
MICELI, LA DROGA E LE 'NDRINE. In Sicilia, intanto, si scoprì che il capomafia di Salemi salvatore Miceli aveva in mano un grosso traffico di droga.
Risalendo la catena, gli investigatori arrivarono al contatto di Miceli a Roma, una banda di grossi spacciatori e, da questi, si imbatterono in un'utenza internazionale.
Che però era già tenuta sotto controllo dagli inquirenti di Reggio Calabria. L'inchiesta diventò una sola e svelò il ruolo di Cosa nostra trapanese, specializzata nel trasporto di stupefacenti e che ai calabresi toccavano i 'contatti' con i colombiani.
Il trasporto doveva seguire principalmente due direttrici: Colombia-Namibia (ma anche Sudafrica e Angola)-Trapani, oppure Colombia-Grecia-Italia-Spagna. E fu proprio nel porto greco del Pireo che gli inquirenti sequestrarono un container con 220 chili di coca. La prova decisiva del traffico.

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