marò: Corte India sospende procedimenti
SPIRITO ASPRO 28 Maggio Mag 2016 0900 28 maggio 2016

E ora qualcuno salvi i marò dagli italiani

Per loro l'incubo è (quasi) finito. Ora difendiamoli da governo, destre e talk show.

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Ulisse, Martin Guerre, Ringo, Highlander, lo Jedi, i morti viventi. Ma perfino Lassie, guarda. Nel lunghissimo e variopinto repertorio dei ritorni famosi, qualunque ritorno è più suggestivo di quello dei nostri due marò dall'India.
Con tutto il rispetto per le loro traversie e per i quattro anni di logorante attesa toccata alle loro famiglie, spettatrici impotenti di un tiro alla fune transcontinentale che ha coinvolto a entrambe le estremità eserciti di avvocati, giuristi, politici in campagna elettorale, giornalisti e star dei social media: se uno dei due gruppi mollava all'improvviso, all'altro capo della fune un mezzo Paese finiva a gambe all'aria.
RESTITUITI IN DUE RATE. Già il fatto che la restituzione sia avvenuta in due rate, prima Massimiliano Latorre, rientrato alla fine del 2015 per curare i postumi di un ictus, e fra poco Salvatore Girone, ha tolto pathos alla vicenda e ha impedito che i due marò, aitanti guerrieri uniti nella buona e nella cattiva sorte, diventassero come i Dioscuri, come Damone e Pizia, come Eurialo e Niso, come Starsky e Hutch, come Zoolander e Hansel, il primo apporto italiano dopo Sacco e Vanzetti alla galleria dei «bromance» che fanno battere il cuore al pubblico dall'inizio dei tempi.
E poi quando devi coniare slogan, hashtag, maratone oratorie o polemiche, two marò is megl che uàn, suona meglio. Ma se uno è già da mesi a casa sua e quello più sfortunato alloggia nell'ambasciata italiana a New Delhi (ed è difficile immaginare un'ambasciata italiana come un luogo di privazioni e di sofferenze, sarà colpa di quel vecchio spot dei Ferrero Rocher), la pubblica indignazione pian piano si smorza e diventa più sopportabile. Soprattutto quando altri giovani italiani all'estero, non fucilieri di marina, ma fotografi e giornalisti disarmati, sono stati brutalmente ammazzati non si sa ancora da chi, come Andy Rocchelli in Ucraina e Giulio Regeni al Cairo.
LE LORO RESPONSABILITÀ ANCORA DA ACCERTARE. Eppure le responsabilità di Latorre e Girone nell'uccisione, nel febbraio 2012, dei due pescatori indiani (per inciso, gli unici in questa faccenda che a casa non ci torneranno mai) sono tutt'altro che accertate. E tali rimarranno, perché all'epoca l'inchiesta fu condotta in modo a dir poco spensierato, sia da parte indiana che italiana, perdendo preziosi elementi di prova.
Per quanto sconcertante possa sembrare, i due marò potrebbero essere a tutti gli effetti vittime di un errore giudiziario pilotato dalla propaganda politica, proprio come Sacco e Vanzetti, e hanno perfino sfiorato il rischio di fare la stessa fine quando, due anni fa, un avvocato indiano ha chiesto l'applicazione contro di loro del Sua Act, la legge anti-terrorismo marittimo, che prevede la pena di morte.
Ahimè, quando a dedicarti una canzone non sono Joan Baez e De Gregori ma Max Loriga e il rapper Bello FiGo, è proprio difficile restare eroi popolari, o anche solo popolari.
NUOVI AVVOLTOI SULLE LORO VITE. È adesso, dopo il rimpatrio, che deve scattare, da parte di tutti, l'operazione «salviamo i marò». Molto più difficile di prima, perché ora Latorre e Girone non sono più «i nostri ragazzi», ma due italiani in attesa di un processo, come tanti altri. E la controparte non sono gli indiani, ma i loro connazionali.
Dovremo salvare i due militari da quelli che cercheranno di lucrare gli ultimi brandelli di visibilità legati alla loro vicenda, tipo il premier che solo all'ultimo momento ha deciso di non esibirli nella parata del 2 giugno. Dai talk show che già scalpitano per metterli in scaletta fra l'intervista alla suocera della mamma assassina e la portinaia del palazzo dei pedofili.
Dalla destra che, dopo aver brandito il caso marò contro il governo, ora deve fingersi contenta di non poterlo più usare. Dall'amarezza del ritorno in un'Italia dalla memoria da pesce rosso che seppellisce nell'oblio più rapidamente chi torna tutto intero che chi torna in una bara. Da chi - e ci sarà - li vorrà far sentire in colpa di essere vivi, di fare i soldati, di non aver approfittato della permanenza in India per imparare lo yoga e leggersi il Mahabharata, e sì che il tempo c'era.
Dall'avvilimento di sentirsi in libertà vigilata nel loro Paese per un delitto (non) commesso in un altro, privati del passaporto, oggetto di un rapporto trimestrale che l'Italia dovrà inviare su di loro alle autorità indiane, tipo pagella.
E dal timore che le cose possano restare così fino a chissà quando, perché, come osserva Tony Capuozzo, che al Segreto dei marò ha dedicato un libro, né Italia né India hanno fretta di celebrare un processo che metterebbe in luce le rispettive inadempienze e malafedi.
Hanno più fretta di tornare in buoni rapporti politico-commerciali, e chi se ne importa se due fucilieri di marina potrebbero non veder mai riconosciuta pienamente la loro estraneità nella morte di due innocenti.
Salviamo i marò, ora più che mai: here's to you, Girone and Latorre.

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