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CRIMINALITÀ 29 Maggio Mag 2016 1156 29 maggio 2016

Vanella-Grassi, il clan dietro il totonero di Napoli

Agenzie comprate. Scommesse illegali su partite impossibili. E guadagni sicuri. Così i Vanella-Grassi, banda di rione, sono diventati impero. Tra droga e omicidi.

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Armando Izzo (in piedi a sinistra, cerchiato di rosso) in occasione di una partita di beneficenza a Napoli, nella struttura della scuola calcio Arci di Scampia.

Spesso la loro “guerra” è esplosa per sancire a chi spettasse comandare lo spaccio di droga in una stradina.
O lungo un marciapiede. O intorno a un isolato.
E allora si contavano i morti, le lacrime, il terrore.
Tanto poi piomba la tivù, che trasforma la strage (vera) in una “bellissima” fiction.
Ora hanno vinto. Hanno “vinto” a suon di kalashnikov e di omicidi (una ventina, in pochi mesi) la faida contro le bande rivali degli Abete-Abbinante-Motturno, quelle dei cosiddetti “scissionisti” che intendevano rubare al clan di Ciruzzo Di Lauro (detto ‘o milionario) il monopolio del business planetario della droga (e non solo) a Scampìa e nella periferia Nord di Napoli.
“GIRATI” È IL SOPRANNOME. Si sono “girati” (da qui il soprannome, “conquistato” sul campo), poi di nuovo rigirati.
Ma dal 2010 (almeno) anche i nemici hanno dovuto riconoscere a denti stretti che «quelli della Vanella Grassi» (vanella in dialetto vuol dire vicolo, Grassi era il cognome - raccontano - di un medico condotto) rappresentano qualcosa in più di una ottusa banda di rione o del solo Lotto G di via Labriola nell’arcipelago sempre più frastagliato del crimine di matrice camorrista.
“Nella gioia e nel dolore Vanella Grassi unico amore”: la scritta, da incidere come tatuaggio sulle braccia, l’ha ordinata un boss dal carcere.
O forse il vero capo dei capi, Marco Di Lauro, che è ammiratissimo e fantasma ricercato da una vita.
IN FISSA CON LE MAGLIETTE. Un’altra manìa dei guaglioni targati Vanella-Grassi è la maglietta: tutti debbono indossarne una con la stessa effigie, specie se e quando si viene arrestati e si passa davanti alle telecamere dei tg.
Un gip, in una recente ordinanza, ha definito «un’ordalia di crudeltà» i metodi e la ferocia che caratterizza i Vanella-Grassi quando esplodono in azione.
Feroci. E onnivori: dopo anni di faida, vita da topi e “sacrifici”, ora hanno fame di tutto.
Non c’è da meravigliarsi, perciò, se sono proprio i guaglioni dei “girati” a figurare al centro dell’inchiesta avviata dai magistrati della Direzione antimafia di Napoli sulle partite del campionato di calcio di Serie B (anno 2013-2014) “truccate” corrompendo alcuni calciatori per favorire le scommesse del totonero di cui i membri del clan sarebbero gestori.
Dieci misure cautelari. E insospettabili sotto indagine, tra cui Armando Izzo, il calciatore attualmente del Genoa e della Nazionale che è nato e cresciuto a Scampìa.

Il “totonero” a Napoli esplose negli Anni 80: un «sistemone perfetto»

Antonio Lo Russo a bordo campo al San Paolo di Napoli.

I magistrati hanno scoperto un traffico illecito di soldi e la combine imbrogliona tra boss di camorra, ex calciatori, giocatori in attività e mediatori di ogni risma.
Non è la prima volta (e non sarà l’ultima) che le partite di calcio professionistico finiscono nelle carte giudiziarie.
Né è inedito il fatto che a “manovrare” le scommesse clandestine - tra giri milionari, ricatti, minacce, diramazioni internazionali - compaiano esponenti di primo piano della malavita napoletana.
VIZIO ATAVICO. Raccontano gli storici: «È fin dall’800, quando la camorra era agli albori, che la gestione delle scommesse clandestine compare al centro degli interessi dei capicosca. Il primo dei giochi sotto torchio fu la classica morra cinese, che si esercitava nelle strade controllate dalle bande».
Negli Anni 80 esplose a Napoli il “totonero”, che l’allora giovanissimo magistrato Raffaele Cantone (oggi capo dell’Anticorruzione) definì profeticamente «un sistemone perfetto».
BOOM COI LO RUSSO. Negli Anni 90, con il clan Lo Russo di Secondigliano (uno dei figli del boss fu visto nel 2013 a bordo campo alle partite del Napoli al San Paolo e risultò molto amico del calciatore Ezequiel Lavezzi), ci fu il salto di qualità: la camorra cominciò ad accettare scommesse senza più i limiti di 10 e 50 mila euro, a comprare agenzie autorizzate, a consentire scommesse da brividi su partite perlopiù impossibili, a minacciare e a promettere mazzette a tutti coloro che era utile corrompere.
Si inventarono escamotage: quello delle scommesse doppie. O quello “degli ultimi cinque minuti”.
Lo scopo: garantirsi il guadagno, sempre e qualsiasi fosse il risultato scaturito sul campo.
In un’informativa dei carabinieri risulta che già allora erano citati i clan di Secondigliano tra i principali gestori delle scommesse illegali.

Si scommette a livello planetario grazie anche a slavi e cinesi

Calcioscommesse, un frame del video dei carabinieri sull'operazione della Dda di Napoli.

Dagli Anni 2000 in poi i casi di gare combinate si susseguono senza sosta.
A finire coinvolte sono tantissime squadre e parecchi clan di camorra, non solo napoletani: dai Lo Piccolo di Palermo ai Casalesi del Casertano, dai Mallardo del Giuglianese ai Pellè, dai Misso del rione Sanità ai Pesce e ai Santapaola di Catania.
Si scommette a livello planetario. E sulla scena compaiono personaggi da film come lo slavo Mario Crtvak che racconta dei cinesi di Zeijang di stanza a Napoli (in zona Ferrovia) che con i loro capitali garantirebbero vincite da capogiro agli scommettitori dei cinque continenti.
Secondo l’associazione “Libera” sarebbero circa 30 i clan coinvolti nel business scommesse, ma le indagini della procura lasciano intendere che - in tale arcipelago - la banda dei Vanella-Grassi occupa ormai un posto di primissimo piano.
CLAN SOPRA LE RIGHE. Ex balordi, i Vanella. E pure teste un po’ matte.
Fino al punto che il reggente Umberto Accurso, classe 1992, arrestato l’11 maggio 2016 dopo una lunga latitanza, ha avuto il tempo (come il boss di Forcella Loigino Giuliano) di scrivere una canzone neomelodica per il figlio (‘A libertà, è il titolo) e, soprattutto, di assaltare - secondo l’accusa - all’inizio di maggio a colpi di pistola la caserma dei carabinieri di Secondigliano.
Il motivo? Non era d’accordo con il programma di protezione che era scattato per la moglie e per i suoi due figli ritenuti in pericolo dagli inquirenti perché un fratello del boss Accurso, Antonio, sta collaborando con la giustizia.
VENTENNI E GIÀ FEROCI. Dicono che Accurso a vent’anni era già un capo e padrone assoluto della piazza di spaccio del parco La Quadra a Mianella, una delle più redditizie sul mercato degli stupefacenti.
Al vertice dei “girati” c’era arrivato prendendo il posto del cugino Antonio Mennetta (detto ‘er nino) che era stato arrestato.
Racconta un inquirente che «tra i Vanella-Grassi funziona così: si diventa capi per carisma, ferocia, ma soprattutto per motivi di sangue. Anche Accurso, da latitante, ha dovuto designare un erede. E pare che abbia scelto - anche lui - un cugino di primo grado».

Cafonate e kitsch in casa come segno di predominio

Salvatore Frasca (in basso) e Diego Colurcio (a destra in alto), appartenenti al clan di camorra Vanella-Grassi, in arresto.

Fissazioni, cafonate, gusti da finto tardo-dorico e marmi eccessivi ovunque, perfino in bagno dove è un trionfo di oggetti d’oro e tappezzerie in raso.
Sul letto, è stato scritto da chi lo ha visto, drappeggi e sete di gran pregio.
È il Vanella-Grassi style, che punta a influenzare anche i rioni circostanti perché perfino il kitsch in casa e in bagno qui è segno di predominio e Potere assoluto.
Hanno scritto che la pagina Facebook che propone l’album di famiglia con moglie e figli di Accurso avrebbe totalizzato quasi 2 mila “mi piace”: l’assalto armato alla caserma dei carabinieri «ha eccitato gli animi dei fan più che una puntata di Gomorra in televisione».
SPIETATI COI COMPARI. Altro che i Savastano, padre e figlio: Conchita Sannino su la Repubblica ha raccontato che il capo dei Vanella-Grassi è «uno che è andato in crociera con due compari di clan e, quando è sbarcato a Napoli, li ha fatti ammazzare. Uno è stato sgozzato con coltelli da cucina. All’altro hanno reso irriconoscibile il volto a furia di colpi di pistola».
Raccontano che a 19 anni “Umbertino” Accurso si ritrovò di fronte il figlio del boss Di Lauro, Raffaele, e ordinò a un suo guaglione di “farlo fuori” sul posto.
Ma quello, intimorito dal “rango” della vittima, ebbe paura. E non sparò.
Feroce? A 16 anni, dicono, fece ammazzare due fratelli per un ammanco da 200 mila euro sulla piazza di spaccio di rione don Guanella.
ASSENZA DI SCRUPOLI. Determinazione. E assenza di scrupoli. Però, anche, alcune sorprendenti fragilità, una roba quasi da adolescenti.
Corrado Orefice, 47 anni, detto ‘o cunfettaro (il venditore di confetti), ai vertici del clan, si fece arrestare a dicembre 2015 come un pivello: ai carabinieri fu sufficiente seguire i familiari che andarono a trovarlo nel suo covo da latitante per consumare insieme il pranzo di Natale cui don Corrado - fu spiegato - «teneva troppo assaie».
Fragili. Ma anche imbranati. Tragicamente imbranati. Pasqualino Romano, un giovane operaio di Marianella, venne ammazzato in una serata di ottobre 2015 (mentre usciva dalla casa della fidanzata) perché i killer dei “girati” lo scambiarono per uno degli scissionisti nel mirino.
Un errore di persona. E mannaggia a quei killer da strapazzo, che non ebbero neanche il buon senso di aspettare il segnale convenuto (un sms) che avrebbe indicato il vero bersaglio da colpire.


Twitter @enzociaccio

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