Concordia, giudici in camera consiglio
TRAGEDIA 31 Maggio Mag 2016 2037 31 maggio 2016

Concordia, confermata condanna a 16 anni per Schettino

La Corte d'Appello di Firenze ha mantenuto invariata la sentenza del primo grado. Aumentati i risarcimenti per le vittime. L'imputato non era in aula.

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Confermata la condanna a 16 anni di reclusione per il naufragio della Concordia a Francesco Schettino, l'ex comandante della nave. Lo ha deciso stasera la corte d'appello di Firenze.
I giudici di secondo grado sono usciti intorno alle 20.30, dopo una camera di consiglio durata oltre otto ore: si erano riuniti alle 12:15 circa. L'unico imputato, Francesco Schettino, era assente: ha preferito rimanere a Meta (Napoli). La corte ha confermato la sentenza inflitta dal tribunale di Grosseto il 9 febbraio 2015, e ha stabilito addirittura una pena accessoria più pesante: l'interdizione per 5 anni da tutte le professioni marittime. In primo grado l'interdizione era solo per l'attività di comandante di una nave, accompagnata anche dal divieto dell'uso del titolo di comandante.
AUMENTATI I RISARCIMENTI. Sono state inoltre rideterminate per parte dei naufraghi le somme a titolo di risarcimento danni, aumentandole di una media di 15 mila euro a persona circa. Per il Comune del Giglio è stata confermata una provvisionale da 300.000 euro per il danno non patrimoniale. Soddisfazione parziale di alcuni legali di parte civile che hanno annunciato di voler proseguire nelle loro istanze per ottenere risarcimenti più consistenti.
DIECI UDIENZE IN TUTTO. Il processo d'Appello si era aperto il 28 aprile scorso: dieci in tutto le udienze.
Schettino è sempre stato assente alle udienze di Firenze per mantenere un profilo basso, anche per evitare pressione mediatica. Un atteggiamento diverso da quello avuto nel processo di Grosseto dove ha assistito a quasi tutte le udienze, tranne che alla lettura della sentenza.
L'ARMA DELLA DIFESA: RESPONSABILITÀ DIFFUSA. Schettino sperava in una riforma del primo dispositivo, in una verità processuale che non schiacci solo sulla sua persona i 32 morti dopo l'urto della Concordia contro gli scogli: in questo senso ha cercato di orientare l'azione dei suoi difensori nel nuovo processo, gli avvocati partenopei Saverio Senese e Donato Laino.
Con loro ha focalizzato gli argomenti che la difesa ritiene a suo favore, utili a dire, per esempio, che la rotta contro le rocce fu sbagliata ma non fu solo colpa sua. A Firenze - rispetto all'aula del primo grado- si sono sentite più nette le critiche della difesa agli ufficiali della nave, che non lo avrebbero supportato adeguatamente in plancia, tra cui Ciro Ambrosio, Silvia Coronica, il cartografo Simone Canessa.
La difesa ha provato a rimarcare anche la conseguenza sull'incidente dell'errore del timoniere indonesiano, Jacob Rusli Bin.
INUTILI I RICHIAMI A COSTA CROCIERE. La difesa in appello aveva aperto la partita dell''incidente organizzativo', un approccio forse tardivo rispetto al primo grado, dove questo aspetto - che richiama le responsabilità della compagnia in modo più articolato - faticò a uscire e rimase sottotraccia.
Temi che però nella valutazione del pubblico ministero non rilevano, non hanno caratteristiche di novità tali da far rivedere il giudizio. Nella sua requisitoria, l'accusa ha mantenuto la sua linea ferma contro Schettino, ha sottolineato il disonore per la marina italiana riguardo all'abbandono della nave mentre c'erano ancora persone a bordo da sbarcare e ha ribadito che non ci sono state parole di scusa o di «pentimento».

La tragedia del 13 gennaio 2012

Il 13 gennaio 2012 la Costa Concordia era in navigazione da Civitavecchia a Savona. A bordo, tra passeggeri e membri dell'equipaggio, 4.229 persone. Il comandante Schettino ordinò una rotta ravvicinata all'Isola del Giglio, per motivi turistici, e delegò la plancia di comando a seguirla mentre era a cena in un ristorante della nave.
L'URTO NELLA NOTTE. Quando Schettino andò a riprendere il comando, la nave era sulla rotta sbagliata, puntava l'isola e solo all'ultimo istante, notando il riflesso di scogli affioranti, tentò un manovra correttiva che però non ebbe esito positivo. L'urto avvenne alle 21.45.
L'intenzione era di una navigazione parallela per 'salutare' l'isola e le sue luci. Le rocce squarciarono l'acciaio, la nave andò fuori controllo, scarrocciò nella baia davanti all'isola e poi, spinta da un vento di grecale e dalle correnti, si adagiò su un fianco davanti al porto del Giglio.
32 I MORTI. Nell'urto non morì nessuno, ma nelle ore successive 32 persone non uscirono vive dalla Concordia, bambini compresi. Gli altri si misero in salvo, graziati dalla vicinanza dell'isola che si mobilitò nei soccorso. I soccorsi proseguirono anche nei giorni successivi. Non tutti i dispersi morirono. A distanza di tempo furono trovati ancora vivi una coppia di giovani sposi coreani ed il commissario di bordo Manrico Giampedroni con una gamba fratturata.
LE MOTIVAZIONI DI SCHETTINO. Schettino venne fermato poche ore dopo il naufragio. Fu portato in carcere. Scarcerato, da allora è impegnato a far valere una sua verità che, in base ai riscontri tecnici emersi nel tempo, gli fanno attribuire colpe importanti agli ufficiali che si trovarono in plancia di comando quella sera, che secondo lui non lo avvisarono per tempo della rotta verso l'isola, e al timoniere indonesiano che per incomprensioni linguistiche equivocò l'ultimo ordine decisivo, dato da Schettino in inglese, virando dalla parte opposta al necessario.

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