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MALAVITA 3 Giugno Giu 2016 1722 03 giugno 2016

Don Procopio Di Maggio, storia del boss mafioso morto a 100 anni

Negava l'esistenza di Cosa Nostra. Ma fu condannato nel maxi processo. Ritratto del padrino morto a 100 anni.

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Procopio Di Maggio nel giorno del suo centesimo compleanno.

Don Procopio Di Maggio aveva compiuto 100 anni a gennaio. Cinisi si era accesa di fuochi d'artificio per festeggiarlo. Scatenando le polemiche. Perché quell'omaggio a un boss mafioso per sentenza passata in giudicato non poteva non risuonare come uno schiaffo in faccia nel paese che fu di Peppino Impastato.
Don Procopio, che il 3 giugno 2016, dopo aver varcato il secolo d'età, si è spento nela sua casa in piazza Martin Teresa, era l'unico padrino della Cupola ancora in libertà. Non che gli fossero mancate le condanne e gli anni passati in latitanza, carcere e agli arresti domiciliari.
BOSS DAL 1981. Nel 1981, dopo l'espulsione di Gaetano Badalamenti e l'omicidio del fratello Antonino, Di Maggio era diventato capo del mandamento di Cinisi, appoggiato dai corleonesi di quel Totò Riina che fino all'ultimo giorno sostenne di non aver mai visto prima del maxi processo in cui entrambi finirono imputati.
Il pool di magistrati composto da Borsellino, De Francisci, Di Lello, Falcone, Guarnotta, Natoli aveva messo gli occhi su di lui, accusandolo di essere il mandante di una ventina di omicidi, ma riuscendo a condannarlo solo associazione a delinquere di stampo mafioso e associazione per commettere delitti di traffico di stupefacenti.
«LA MAFIA NON ESISTE». Don Procopio, però, ha sempre negato di essere un mafioso. Anzi, fino all'ultimo si è ostinato a ripetere quel ritornello tanto in voga negli anni Ottanta e Novanta secondo cui «la mafia non esiste». Lo disse anche in un'intervista rilasciata a l'Unità nel 1996: «Non ho mai sentito parlare di Cosa nostra se non dai giornali e dalle tv. Certo i morti in questi anni ci sono stati a Palermo e qualcosa per spiegarli ci deve essere,ma di mafia non ho sentito parlare. E poi i pentiti? Sono vigliacchi di personalità».

La prima volta in carcere a 19 anni

Una foto di Procopio Di Maggio da giovane.

Di Maggio era cresciuto in una famiglia umile, figlio di un pastore, aveva studiato fino alla quarta elementare, poi si era occupato del bestiame del padre. La prima volta in carcere a 19 anni, per un omicidio che lui definiva accidentale. Gli diedero 18 anni, ne scontò la metà, con uno sconto di pena per il matrimonio del principe Umberto e un altro per un'amnistia voluta da Mussolini.
«COMUNISTI PEGGIO DEI FASCISTI». Forse anche per questo raccontava a l'Unità che «all'epoca c'erano i fascisti, ora ci sono i comunisti, ed è peggio».
Don Procopio era un sopravvissuto. A due tentativi di omicidio nel 1981 e nel 1991, e a un salto dal terzo piano di un istituto di correzione americano. Cercava di fuggire agli agenti del Fbi che lo inseguivano, anche se lui raccontava sempre di essere caduto da un ponteggio, perché negli Stati Uniti c'era andato per lavorare.
Qui si racconta fosse stato aiutato dal leggendario giocatore di baseball Joe Di Maggio, marito di Marilyn Monroe e suo cugino secondo una vulgata da lui sempre smentita, perché «Di Maggio era di Isola delle Femmine, io di Cinisi». MEMBRO DELLA BANDA DI AL CAPONE. All'inizio degli Anni 50, era stato membro di ciò che restava della banda di Al Capone. Poi era tornato in Italia, si era sposato, aveva aperto una pompa di benzina a Cinisi e nel 1963 era stato arrestato con l'accusa di essere un mafioso, poi era stato rilasciato 56 giorni dopo. Nel 1970 aveva deciso di tornare negli Usa, che sei anni dopo lo rispedirono in Italia. «Perché ero clandestino», diceva lui. «Perché è pericoloso», dissero le autorità americane.
Durante il maxi processo, Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno puntarono il dito contro di lui, indicandolo come boss del mandamento di Cinisi.
LATITANTE FINO AL 1986. Fino al 1986 fu latitante, poi venne catturato. Negli anni delle grandi stragi di mafia avrebbe rivestito un ruolo non secondario, venendo accusato anche di essere tra i mandante dell'omicidio di Salvo Lima. Sottoposto al 41-bis, nel 1994 disse di volersi lasciar morire in carcere, rifiutando qualsiasi contatto con l'esterno, anche quella visita al mese con i familiari che gli spettava di diritto, per evitare che si potesse pensare che ancora tenesse in mano le redini di Cosa Nostra.
Il figlio Gaspare di Maggio è ancora in carcere, l'altro, Giuseppe, è stato ucciso nel 2000, vittima della lupara bianca.
Quel compleanno festeggiato con tanto di fuochi d'artificio è stato l'ultimo scandaloso omaggio pubblico a Don Procopio. Il questore ha vietato i funerali pubblici. Le esequie saranno riservate alla famiglia. Nessun tributo al boss. Non stavolta.

Twitter @GabrieleLippi1

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