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EMERGENZA 3 Giugno Giu 2016 1100 03 giugno 2016

Libano, il caso dei bambini siriani rifugiati e apolidi

Sono 36 mila. Nati da genitori profughi e irregolari. Che scappano dalla Siria. Non hanno documenti, istruzione, assistenza sanitaria. Il reportage da Beirut.

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da Beirut

Il Libano attualmente ospita 1 milione di rifugiati siriani.


Ahmed è uno dei tanti bambini siriani che ormai popolano gli incroci trafficati della capitale libanese.
Vende dolcetti prodotti da un forno del campo palestinese di Sabra, dove con la sua famiglia vive da quasi tre anni.
«Mio padre e mia madre non hanno i soldi (il corrispettivo di circa 177 euro l’anno a testa, ndr) per rinnovare il permesso di soggiorno. Se li trova la polizia li arresta. Io ho meno di 15 anni e per questo sono legale».
Ahmed in effetti ha solo 10 anni, ma per lavorare ha lasciato la scuola.
«Per noi siriani la scuola è al pomeriggio, proprio nelle ore in cui si lavora meglio».
RIFUGIATI, RECORD PRO CAPITE. La situazione dei rifugiati siriani in Libano diventa ogni giorno più precaria.
Rahed Al-Tyri, giornalista libanese, racconta: «Il nostro piccolo Paese sta affrontando una prova immensa, secondo le Nazioni unite sono 1 milione e 200 mila i profughi siriani, ma se contiamo quelli non registrati all’Unhcr (l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, ndr) e i lavoratori legali il numero arriva facilmente a 2 milioni. Meno di quanti ne sono arrivati complessivamente in Europa, ma noi siamo 4 milioni contro i più di 500 milioni di voi europei. Abbiamo il record mondiale di rifugiati pro capite».
BIMBI COSTRETTI AL LAVORO. I bambini rappresentano, come sempre, la categoria che paga il prezzo più alto.
Sono circa 500 mila e almeno 300 mila non frequentano la scuola, costretti a lavorare o, più semplicemente, perché la scuola pubblica libanese non può accoglierli tutti.
Il ministero dell’Educazione da più di due anni ha dato vita al turno di lezioni pomeridiano riservato ai bimbi siriani, ma anche questo sforzo non è sufficiente.
«Oggi nelle scuole pubbliche libanesi due terzi degli alunni sono siriani», dice ancora Al-Tyri.
C’è, però, un altro grave problema per i neonati dei rifugiati: decine di migliaia di bambini siriani nati in Libano sono apolidi.

Il 70% dei nati profughi non è registrato in nessun Paese

Un bambino siriano sfollato a Majdal Anjar, Libano.

L’Unhcr stima che circa 36 mila bambini siriani, il 70% dei 51 mila nati profughi in Libano dall’inizio della guerra nel marzo 2011, non hanno certificato di nascita e non sono registrati in nessuno dei due Paesi.
Un funzionario statale che lavora con i rifugiati spiega che «questi bambini non esistono e quindi non hanno diritti».
Perché «senza documenti non possono andare in ospedale o a scuola».
PAURA PER LA FAMIGLIA. In teoria i rifugiati siriani in Libano possono registrare i neonati alla loro ambasciata a Beirut, ma molti hanno paura di farlo perché sono fuggiti per evitare il servizio militare o hanno familiari legati all’opposizione.
I figli potrebbero anche essere regolarizzati grazie alle autorità libanesi, ma il processo prevede che l’intera famiglia sia a norma nel Paese.
UNA TASSA TROPPO COSTOSA. Molti profughi, però, non possono permettersi il costo del rinnovo del permesso di soggiorno.
Una tassa dovuta perché il Libano, non avendo mai firmato la Convenzione delle Nazioni unite sui rifugiati del 1951, tratta i siriani come stranieri e non rifugiati.
A questo si aggiunge la difficoltà di avere i documenti.
Oltre a un certificato di nascita i genitori devono provare la loro identità, il loro matrimonio e il loro stato di residenza.
NIENTE NOZZE UFFICIALI. Radiya, la madre di Ahmed raggiunta da Lettera43.it a Sabra, dice: «Quando siamo fuggiti non abbiamo portato con noi i documenti. Nel 2015 è nata Dinah e non abbiamo potuto registrarla. Oggi per farlo dobbiamo dimostrare che siamo legali in Libano e poi che siamo davvero sposati».
In quasi cinque anni di guerra e di fuga molte coppie si sono formate e sposate in Libano.
La registrazione di un matrimonio è ancora più complessa di quella di una nascita, così molti rifugiati non lo fanno, precludendo ai loro figli la possibilità di essere riconosciuti legalmente.

Prima gli orrori della guerra, ora la clandestinità

Arsal ha accolto circa 35 mila profughi dalla Siria.

Secondo un’indagine dell'Onu a marzo 2016 il 56% dei rifugiati non aveva il permesso di soggiorno in regola.
Un popolo fuggito dagli orrori della guerra e che ora è costretto a vivere in clandestinità, e cercare di diventare invisibile.
Walid, il papà di Ahmed, ha il permesso di soggiorno scaduto: «Vivo nella paura. Se lascio il campo non sono sicuro di tornare».
«FIGLI QUASI ANALFABETI». I problemi sono quotidiani: «Ogni giorno mando i miei due figli quasi analfabeti a vendere dolci per sfamare tutti noi. E non posso dimostrare che Dinah è la mia bambina».
I piccoli apolidi sono facilmente privati dei diritti umani fondamentali.
Hanno difficoltà nell’accesso ai servizi pubblici, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, sono meno protetti dal rischio di sfruttamento per il lavoro minorile e, inoltre, non hanno difese contro la pratica del matrimonio precoce, lo sfruttamento sessuale e le adozioni illegali.
ESISTONO SOLO PER I GENITORI. Non possono viaggiare e, una volta cresciuti, non possono lavorare e sposarsi legalmente.
Dinah e decine di migliaia di bambini esistono solo per i loro genitori.
Per il resto del mondo non sembrano essere mai nati.


Twitter @MauroPompili

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